Oggi Mandela sorride dal cielo

di: Matteo Pinotti

Il Sudafrica ha vinto la coppa del Mondo di Rugby 2019. Si tratta di un semplice evento sportivo o di qualcosa che potrebbe avviare un sogno per l’umano? Un sogno dove lo sport, anziché accodarsi alla superficialità imperante, diventa un luogo dove anche i tifosi imparano a pensare in modo nuovo?

Qualche mese fa le cronache hanno riportato la triste notizia della morte di Chester Williams, l’unico giocatore di colore che era presente nella formazione degli Springbok, la squadra di rugby del Sudafrica, al tempo della storica vittoria nel campionato del mondo del 1995. Il Sudafrica era stato appena riammesso alle competizioni internazionali, dopo la fine dell’apartheid. Molti ricorderanno il film Invictus, tratto dal libro/inchiesta Playing the enemy: Nelson Mandela e il gioco che costruì una Nazione che ricostruisce quell’avvenimento e soprattutto il suo significato politico, nel primo anno di governo di Nelson Mandela.

Rugby, Coppa del mondo 2019

L’allora neopresidente mise a rischio anche la sua popolarità tra i neri  – era già inviso alla maggior parte dei bianchi – scommettendo sul rugby come occasione di unificazione tra le tante etnie del Sudafrica. Fino ad allora lo sport era stato un chiaro segno dell’apartheid e della divisione tra bianchi e neri: ai neri il calcio, ai bianchi il rugby.

Il Sudafrica vinse di nuovo la Coppa del Mondo nel 2007 (si gioca ogni 4 anni come nel calcio), con una squadra ancora capitanata da un bianco e con due soli giocatori neri tra i 23 della rosa.

La novità di oggi è che qualche settimana fa il sogno di Mandela si è avverato di nuovo o forse per la prima volta. Il Sudafrica ha vinto la coppa del mondo 2019 contro quasi tutti i pronostici, con una squadra composta da un numero quasi equivalente di bianchi e di neri. Non c’è semplicemente qualche giocatore di colore in mezzo ai bianchi; il capitano Siya Kolisi è un gigante di colore, dai modi dolci (fuori dal campo da rugby), cresciuto in una delle tante periferie degradate del Sudafrica.

Parlando alla folla dello stadio subito dopo la partita, ha rievocato alcune delle parole di Mandela e parlato di unità tra le tante razze che compongono i 57 milioni di abitanti del Sudafrica: “Abbiamo così tanti problemi nel nostro paese e questa squadra proviene da contesti diversi, razze diverse, ma ci siamo riuniti con un obiettivo e ci siamo impegnati per raggiungerlo. Spero davvero che l’abbiamo fatto per il Sudafrica. Questo dimostra semplicemente che se vogliamo ottenere qualcosa ci possiamo mettere insieme”.

L’allenatore della squadra nazionale (un bianco), parlando di lui e di come la squadra ha saputo superare lo stress psicologico e la pressione delle attese, ha detto: “È facile per noi parlare in astratto di come attraversare momenti difficili e di come lottare per ottenere opportunità, ma la reale difficoltà è quando ci sono giorni in cui non hai da mangiare o non puoi andare a scuola o non hai scarpe da indossare. Quando mi siedo e ci penso, so che c’è stato un tempo in cui Siya non aveva cibo da mangiare e, sì, quello è il capitano che ha portato il Sudafrica a vincere questa Coppa: quello è Siya”.

Davvero i problemi del Sudafrica sono tanti, il presidente Ramaphosa è alle prese con un tasso di disoccupazione del 29% che sta paralizzando l’economia e con un’ondata di criminalità che causa in media 58 omicidi al giorno.

Non conosco l’ambiente del rugby sudafricano: immagino che purtroppo ci sia corruzione come in ogni altro settore; so che si parla anche di doping, ma mi piace raccogliere questa bella storia come incoraggiamento e augurio. L’Africa ha bisogno anche di questi segni.

Ma solo l’Africa ne ha bisogno? Permettetemi di condividere un sogno. Da tempo i sociologi hanno analizzato i fenomeni sportivi di massa, paragonandoli ai grandi raduni religiosi, almeno nel loro significato di appartenenza, di condivisione di valori, di rafforzamento educativo. Penso a quanto tempo, attenzione, risorse della popolazione italiana, in ogni strato sociale, anagrafico ed economico, sono impegnate ormai due volte la settimana dal gioco del calcio. Penso anche alle recenti e tristi polemiche sui cori razzisti allo stadio, dove molte autorità politiche locali e società sportive non stanno dando un gran esempio di lungimiranza educativa.

Perché non provare ad avviare un altro sogno, dove lo sport, anziché accodarsi alla superficialità imperante, diventi un luogo dove anche i tifosi imparano a pensare in modo nuovo? Se è stato possibile per Nelson Mandela 24 anni fa, che cosa impedisce che avvenga in Italia, oggi o fra qualche decina di anni? Concludo tornando al Sudafrica con le parole rivolte ai giocatori dall’arcivescovo anglicano Desmond Tutu, premio Nobel per la pace, che credo non possa essere accusato né di ingenuità, né di collusione col potere: “Voi avete ottenuto molto di più che vincere una Coppa del mondo di rugby. Avete rinvigorito la fiducia di una nazione che dubitava di sé stessa. Quando crediamo in noi stessi possiamo realizzare i nostri sogni. Nostro padre, Nelson Rolihlahla Mandela, oggi sorride dai cieli”.

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