Preghiera per il Libano

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Oggi – primo luglio – papa Francesco prega per la pace e per la salute del Libano insieme ai principali leader religiosi dei cristiani libanesi. La loro storia politico-culturale è riassunta dal nome del giornale che li rappresenta da decenni: L’Orient Le Jour. Tale denominazione unisce due antiche testate cristiane: L’Orient, vicina al pensiero “identitarista” di Charles Corm – bandiera di quel cristianesimo  che a inizio Novecento disse con lui: “amico musulmano, apprezza il mio candore, io sono il vero Libano, autentico e devoto”; e  Le Jour, vicina al primo presidente della Repubblica che volle l’incontro con i musulmani libanesi nel Paese di entrambi, simboleggiato da una bandiera che supera le differenze confessionali nel segno comune del cedro.

Il Libano è nato da questo confronto, alimentato dal colonialismo francese che aveva bisogno di dividere per imperare. La migliore divisione appariva allora la creazione di un Paese per i cristiani distinto dai musulmani, prevalenti nell’altro Paese da cui veniva separato, la Siria.

Il Patto nazionale tra il cristiano Beshara al-Khoury e il sunnita Riad al-Solh creò un altro Libano, il Grande Libano, non rinserrato intorno alla montagna cristiana, ma caratterizzato dalle sue esuberanti città costiere, come Tripoli e Beirut, dove un dotto islamico, Yousuf al-Asir, partecipò con due missionari protestanti al più commovente atto del “risorgimento arabo”, ossia la traduzione in arabo della bibbia. É stato il lavoro di queste figure a consentire tante liturgie cristiane in arabo, la lingua dell’Islam.

Un Libano fatto di convivialità tra ebrei, musulmani, cristiani, drusi – e altri ancora – era una realtà sociale dai tempi della crisi ottomana e delle sue tardive riforme, mentre gli “identitarismi” della montagna si attardavano in sanguinosissimi conflitti tra quanti restavano appunto arroccati a visioni contrapposte, chiuse, lassù.

Beirut cosmopolita

Durante l’Ottocento la fuga verso Beirut di tanti scesi dai monti, ha trasformato la città: da fortificazione costiera di poche migliaia di abitanti a metropoli cosmopolita. Ma il progetto coloniale francese – volendo continuare a dividere – si fondava su altro: separare i libanesi dal loro contesto demografico e sociale arabo coltivando il mito del fenicianesimo mitologico delle origini non arabe, sebbene già Erodoto attesti che i fenici erano arabi; da cui poi l’altro mito, quello della montagna cristiana, rifugio dalle persecuzioni islamiche.

Ma la storiografia libanese ha attestato – con il cristiano Kamal Salibi – che la montagna era un rifugio perché ricca d’acqua in mezzo a terreni desertici e che le persecuzioni erano da attribuire a parti interne al cristianesimo più che esterne: ad esempio le persecuzioni dei cristiani monofisiti da parte dei bizantini.

L’identità cosmopolita di Beirut è dunque racchiusa in due pagine di storia: la petizione alla “Sublime Porta” di tutti i notabili e leader religiosi beirutini che hanno inteso farne la nuova capitale della provincia costiera dell’impero e – di lì a breve – le lotte sindacali dei portuali contro l’affidatario francese di porto e di ferrovia, Edmond de Perthuis, padrone che non conosceva i diritti dei lavoratori.

Il colonialismo francese

Così Beirut da piccola fortificazione sul mare è diventata una metropoli araba, moderna, mediterranea e l’impresa coloniale francese – Place de l’Etoille – una fallita ideologia urbana, con le sue strade a raggiera che nel giro di poche centinaia di metri finiscono col morire tra scavi archeologici e luoghi di culto che nessuno avrebbe potuto demolire.

Gli sforzi di un gesuita, padre Henri Lammens, e, con lui, di Ernest Renan con la sua rivista di studi sul fenicianesimo, costruirono la cultura e il ceto politico del colonialismo francese, tanto che da allora il patriarca maronita è ricevuto a Parigi con tutti gli onori riservati a un capo di Stato.

Ma la grande tradizione cristiana non stava lì, bensì nelle scuole missionarie, antefatto urbano della trasformazione di Beirut: scuole inseparabili dal nome del più illustre esponente del cristianesimo libanese, Butros al-Bustani. Da quasi due secoli chi vuole studiare in tutto il Medio Oriente è passato dalle scuole e dalle università cristiane del Libano.

È un dato talmente profondo e iscritto nella città che ancora una scuola primeggia, con adiacente chiesa, sul corso di quello che è diventato il versante musulmano della città, Rue Hamra.

La crescita del Libano è proseguita anche quando, nel 1958, Siria ed Egitto si unirono nel fallimento della Repubblica Araba Unita, scegliendo il capitalismo di Stato. Beirut ha rifiutato e i capitali di tutto il mondo arabo vi hanno trovato rifugio, insieme al libero pensiero.

Tutti gli intellettuali – dai comunisti ai liberali – avevano un solo porto salvo: Beirut. Fu in quegli anni che il Libano offrì agli arabi il suo grande contributo: l’invenzione della Lega Araba, per unire nella diversità e non nell’omologazione pan-arabista o pan-islamista.

La guerra civile e gli accordi di Taiff

La guerra civile, prodotta dall’innesco della dura questione palestinese nel delicato tessuto sociale libanese, ha ucciso il sogno di centinaia di migliaia di libanesi, ma alla fine ne ha fatto emergere una speranza: gli accordi di Taiff.

Quegli accordi possono essere letti in tanti modi.  Qui conta sottolineare che accanto al confessionalismo politico persistente, c’era e c’è un tesoro per il futuro di tutti i Paesi dotati di una tale complessità e mescolanza: i cristiani rinunciarono alla maggioranza degli eletti e si scelse la parità islamo-cristiana. Questa parità costituisce il dato significativo e innovativo: con i numeri contano le differenze, che hanno pari dignità.

La garanzia partitaria si sarebbe intrecciata con la rappresentanza proporzionale in una nuova, seconda, Camera, mai acconsentita in Siria, la vera potenza coloniale dopo la guerra civile: parità confessionale al Senato tra musulmani e cristiani, voto proporzionale su liste partitiche alla Camera.

Il Partito Comunista Libanese – al tempo forte e radicato sia tra i musulmani sia tra i cristiani – rappresentava l’esempio di una politica che si pensava così: tutte le garanzie alle comunità, tutti i diritti agli individui. Bloccando questo genere di bicameralismo il regime siriano – per cui il dialogo equivale alla consorteria – ha impedito la nascita dei partiti interconfessionali, lasciando sul campo esclusivamente il solo Senato confessionale, finito in mano ai clan.

La Chiesa cattolica

Per la Chiesa, la fine della guerra civile significava l’urgenza di scegliere una pagina nuova, chiudendo l’epoca dei miti, a cominciare dal fenicianesimo. I cristiani di lì appartengono al mondo arabo. L’esortazione apostolica successiva al sinodo sul Libano – fortemente voluto da Giovanni Paolo II – lo ho affermato a chiare lettere il 10 maggio del 1997.

Vi ha scritto Giovanni Paolo II: “Vorrei insistere sulla necessità per i cristiani del Libano di mantenere e di rinsaldare i loro legami di solidarietà con il mondo arabo. Li invito a considerare il loro inserimento nella cultura araba, alla quale tanto hanno contribuito, come un’opportunità privilegiata per condurre, in armonia con gli altri cristiani dei Paesi arabi, un dialogo autentico e profondo con i credenti dell’Islam”. E proprio, come già accadeva nella vicina Mar Musa – monastero cristiano scoperto da padre Paolo Dall’Oglio e dedicato all’amicizia islamo-cristiana in pieno deserto siriano -, l’esortazione diceva dei monaci: “saranno, come in passato, guide e maestri di spiritualità; i loro monasteri saranno luoghi di incontri ecumenici ed inter-religiosi”.

Perciò Francesco non può lasciare che oggi tutto ciò si interrompa per effetto della forza distruttrice e disgregatrice della guerra che combatte per conquistare ad un supposto Islam di purezza integrale il territorio che va dal Golfo Persico sino al Mare Mediterraneo.

Proprio la guerra civile libanese ha fatto affiorare il ruolo della forza miliziana e confessionale di Hezbollah, l’unica rimasta in armi anche dopo il ritiro israeliano dal Sud del Libano, nel 2000. Il “partito di Dio” trasformato in avamposto dei pasdaran iraniani verso il Mediterraneo, ha sfruttato le forti e fondate insoddisfazioni popolari per i regimi arabi, senz’altro incapaci e corrotti, senza mai cercare le soluzioni, ma solo aggravando i problemi.

La riprova più evidente si è mostrata nell’assassinio, nel 2005, due anni dopo l’invasione dell’Iraq da parte statunitense, del primo ministro sunnita del Libano, Rafiq Hariri. Eliminare i moderati e polarizzare i contrasti, ha rafforzato i fanatismi e convinto molti cristiani che solo l’alleanza delle minoranze religiose con la minoranza religiosa e politica dell’Islam – ossia con gli sciiti – avrebbe consentito la sopravvivenza delle comunità cristiane.

Questa scelta che cancella la prospettiva della comune cittadinanza ed eternizza i conflitti, non ha dato risultati né in Iraq, né in Siria, né in Libano, ove oggi i cristiani si sono ridotti a piccolissima parte di quel che erano.

L’illusione di poter di poter accrescere la miseria e l’odio – nella incuranza del sangue dei migliori intellettuali cristiani, versato dopo quello di Hariri dagli stessi assassini e dagli stessi mandanti – ha trasformato il Libano in una santabarbara esportatrice di droga, di armi ed esplosivi in tutti i conflitti dell’area. Così si è giunti, il 4 agosto dello scorso, alla distruzione del porto, quale tentativo di “metropolicidio” di Beirut.

Un anno dopo, nulla emerge dall’inchiesta. Il Libano, già allora sprofondato nel default economico, vede oggi lo spettro di quanto disse il leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah, al quotidiano emiratino al-Khaleej nel 1986: “noi non crediamo in un Paese di 10.452 chilometri quadrati: il nostro progetto vede il Libano come parte di una mappa politica del mondo islamico nella quale cessino di esistere le specificità politiche, ma dove la dignità e le libertà delle minoranze siano garantite”. Mai qui si parla di cittadini, ma sempre e solo di maggioranze e di minoranze religiose.

Il patriarca e la verità

Per questo il Libano oggi appare un Paese senza sovranità, con un esercito spossessato da una milizia “eterodiretta” che controlla i confini ed interviene nei conflitti vicini (e meno vicini) e una classe politica predatrice che da un anno non riesce neppure a formare un governo, mentre la valuta è precipitata da 1.500 a 13.000 lire libanesi per un dollaro e la disponibilità di energia elettrica è divenuta un miraggio.

Solo il patriarca maronita, Beshara Rai, riesce ad esprimere la più elementare delle verità: o il Libano torna ad essere neutrale rispetto a conflitti che non gli appartengono – mediatore e non volano di odi settari – oppure sarà destinato a morire, tra poco.

Ma nella sfida al capo religioso di Hezbollah, il cardinale Beshara Rai è disarmato. Ora il sostegno del papa gli offre l’indispensabile tribuna globale. Sperando che l’Occidente sappia vedere ed ascoltare.

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2 Commenti

  1. Marcello Neri 5 luglio 2021
  2. Camille Eid 1 luglio 2021

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