Presidenziali in Iran: un’analisi

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“Gli americani hanno dovuto attendere un mese per sapere chi fosse il loro nuovo presidente, noi la sapevamo da molto prima delle elezioni”. L’osservazione di un elettore iraniano, riportata dalle agenzie di stampa, spiega anche il dato rilevante di queste elezioni: non il nome del vincitore, ma il bassissimo afflusso alle urne, ufficialmente stimato intorno al 48,8% nonostante il prolungamento dell’orario di voto e la pressione incessante per indurre alle urne.

L’esito di queste presidenziali è stato valutato dall’ex presidente Mohammad Khatami con parole accurate: “questo può essere un voto repubblicano o islamico?”.

La scelta khomeinista del sistema teocratico – il governo del giureconsulto – ha determinato un sistema doppio: quello repubblicano, centrato su Parlamento e Presidente della Repubblica, e quello teocratico, centrato sull’Ufficio della Guida della Rivoluzione Islamica con numerosi consigli che limitano le funzioni e i poteri repubblicani. Dalla istituzione del sistema, le elezioni – soprattutto quelle presidenziali – hanno puntato sulla competizione tra i campi riformista, moderato e conservatore, usati dal regime per legittimarsi agli occhi del mondo. Questa volta non è andata così.

Un risultato costruito

Estromessi dalla competente struttura teocratica quasi tutti i candidati di punta delle aree, il neoeletto Presidente Ebrahim Raisi è stato lasciato in posizione di forza tra i sette superstiti, poi scesi a quattro per il rifiuto del solo riformista rimasto, e la rinuncia di due dei conservatori, pressati per consentire al prescelto di ottenere – di fatto – un modesto 60% dei voti del 48,8% degli iraniani aventi diritto al voto.

Il punto è capire perché l’ayatollah Khamenei abbia scelto questo imbarazzante mullah – che indossa il turbante nero ad indicare la discendenza dal profeta Maometto -, personalmente sottoposto a sanzioni dagli Stati Uniti, compresa quella di sorvolo o di atterraggio nei paesi che aderiscono alle sanzioni statunitensi per la sua partecipazione decisiva, quale esponente del sistema giudiziario, ad eliminazioni di massa di prigionieri politici già dalla fine degli anni Ottanta e quindi dalle più recenti proteste popolari.

Il frequente ricorso alla tortura da parte di un sistema giudiziario nel quale ha vissuto in ruoli di punta e che stava guidando a livello nazionale da due anni, non è certo un fiore all’occhiello del regime che lo ha scelto per la Presidenza della Repubblica. Dunque, perché Raisi?

Elezioni ed equilibri interni al regime

Forse la risposta non risiede nell’ufficio che si accinge a occupare, ma in quello di chi lo ha scelto. La guida suprema della rivoluzione islamica – l’ayatollah Ali Khamenei – ha ottantadue anni. Le sue condizioni di salute sono oggetto di indiscrezione da parte dei media. Sia vero o infondato quel che si dice di lui, Khamenei si assenta spesso e per lunghi periodi dalle pubbliche apparizioni.

Queste elezioni dovevano servire a sistemare gli equilibri interni al regime, in vista di un cambio possibile o forse imminente. Sarà Raisi – il neopresidente – il successore di Khamenei? Il rapporto personale tra i due, come tra Raisi e Khomeini, lo rende plausibile, o almeno possibile. Altre voci, sussurrate per vari motivi da tempo, vorrebbero invece in rampa di lancio il figlio di Khamenei, Mojtaba, un altro Sayyid, titolo onorifico di chi, come lui e Raisi, indossa il turbante nero.

Mojtaba ha guidato la feroce milizia paramilitare dei basij, braccio armato del regime nella repressione interna, meno noto rispetto ai pasdaran, conosciuti soprattutto per le loro operazioni miliziane internazionali. Classe 1966, Mojtaba Khamenei ha completato i suoi studi teologici a Qom ed è stato molto vicino ad Ahmadinejad, sia quando si candidò, sia quando si ricandidò: dettaglio importante, perché fu allora, durante il secondo mandato, che il rapporto tra Ahmadinejad e Ali Khamenei andò in crisi.

Nella difficile speculazione sulle due possibilità, comunque emerge, appunto, che al centro di queste elezioni si è posto il “regime change” interno. In crisi di consenso, in una società impoverita ma socialmente progredita ed evoluta, il regime pensa al suo futuro e lo pensa in una chiave più teocratica e meno repubblicana. La principale preoccupazione interna al Paese è questa, piuttosto dell’accordo con gli Stati Uniti sul nucleare.

Gli apparati militari industriali controllati dai pasdaran non ci hanno rimesso poi molto a motivo delle sanzioni occidentali, anzi, si sono consolidati nell’economia grigia che sempre le sanzioni comportano. Poiché è sopraggiunto il poco noto – nei contenuti – patto venticinquennale con la Cina, stura di un fiume di petrolio iraniano e fonte di molta energia Made in Iran per le “miniere di bitcoin” cinesi.

Khamanei in controllo

Con un personaggio tanto fidato quanto screditato internazionalmente alla Presidenza della Repubblica, Khamanei potrà controllare agevolmente il processo negoziale sul nucleare, sapendo che le strategie statunitensi – doppie – sono entrambe fallite. É fallita quella di Obama che ha voluto l’accordo sul nucleare pensando di assorbire nel multilateralismo regionale l’Iran.

Teheran ha proseguito invece nella sua scelta di esportare la rivoluzione in tutti i Paesi limitrofi, conservando la sua scelta esistenziale: conquistare militarmente e integralmente il mondo islamico. Ma è fallita anche la strategia di Trump, che ha voluto uscire da quell’accordo per ottenere il famoso “regime change” iraniano, che non c’è stato. Gli iraniani non avevano bisogno di essere affamati per disaffezionarsi ad un regime che, in larga misura, non amano da tempo.

Sarà possibile una terza opzione o alla base del nuovo negoziato con l’Iran ci sarà soprattutto l’esigenza di contenere il rapporto tra Pechino e Tehran? Il contesto internazionale sembra favorire un mix delle varie ipotesi. Con la scelta di Raisi, il regime non ha indicato un’opzione di per sé ostile all’intesa con gli Stati Uniti. Lo stesso neopresidente ha affermato che il suo esecutivo sarà quello giusto per garantire un eventuale accordo.

Le comunità cristiane

Tra quanti avranno un bel problema con il “nuovo” corso iraniano – sicuramente segnato da altra repressione interna e oscurantismo – ci sono anche le comunità cristiane.

In molti dei Paesi coinvolti nei conflitti che dilagano nella regione e che i sauditi e gli iraniani ammantano di religioso – tanto in Libano che in Siria che in Iraq – c’è chi pensa che allearsi con una delle parti in conflitto sia l’unico modo per sopravvivere.

In Siria e in Libano questa scelta è stata definita la “alleanza delle minoranze”, ossia l’alleanza delle minoranze religiose non musulmane con gli sciiti, quindi con Bashar al-Assad in Siria (alleato di ferro di Teheran senza che questi sia propriamente sciita) e con Hezbollah in Libano.

Tale scelta – all’apparenza dovuta alla ricerca di tutele – è esiziale per le chiese cristiane, come dimostrano i numeri dei cristiani rimasti, la rimozione delle tantissime vittime musulmane e la perdita della sola prospettiva che possa davvero donare un futuro: quella della comune cittadinanza in stati nazionali e sovrani, non confessionali. L’opera del patriarca caldeo Sako la indica.

La ferma posizione dell’ayatollah al Sistani che – ricordiamolo – per ben quattro volte non ha concesso udienza a Ebrahim Raisi in visita nella sua Najaf – la città santa dello sciismo – è in grado di spiegare più di tanti ragionamenti: il vero nemico delle chiese cristiane non è il sunnismo, né lo sciismo; il vero nemico è la guerra tra gli imperialismi politici che si ammantano ancora di religione.

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