Santa Sofia: l’Unesco contro Erdogan

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Il comitato del patrimonio mondiale dell’Unesco ha espresso il suo dissenso rispetto alla decisione del governo turco di trasformare la chiesa di Santa Sofia a Istanbul (10 luglio 2020)  e il monastero di Chora in moschee.

Nella sua 44ª sessione (23 luglio 2021) l’organismo, rappresentativo di 21 paesi, ha espresso il rammarico davanti alla decisione turca nonostante i ripetuti appelli per salvaguardare il loro statuto di museo aperto a tutti (nel paese vi sono 82.603 moschee e solo 438 musei, 91 dei quali nella città sul Bosforo).

La preoccupazione è per la scarsa garanzia dell’uso universale dei due siti, sottoposti all’autorità religiosa islamica. Chiede al governo un rapporto sulla manutenzione dei due monumenti entro febbraio 2022 per permettere una valutazione ulteriore al comitato. Secondo le regole dell’Unesco, il riconoscimenti di bene universale impone agli stati di non modificare lo statuto sul valore universale del bene senza un preventivo dialogo.

Cosa che non si è verificata. Ciò potrebbe significare  il ritiro del riconoscimento con effetti di immagine negativa per il paese e di proventi legati al turismo. Nell’ottobre del 2020 una missione dell’Unesco ha vistato i due monumenti.

Andrey Azoulay, direttrice generale dell’Unesco ha detto: «Santa Sofia è un capolavoro architettonico e una testimonianza unica dell’incontro fra Europa e Asia nel corso dei secoli. Il suo statuto di museo riflette l’universalità della sua eredità e ne fa un potente simbolo di dialogo».

Ernesto Ottone Ramirez, vice-direttore generale per la cultura, ha aggiunto: «È importante discutere preventivamente con l’Unesco ogni decisione di modifica che abbia conseguenze sull’accesso fisico, sulla struttura dell’edificio, sui beni mobili e sulla gestione del sito».

Nel maggio scorso è entrata nella lista temporanea del patrimonio mondiale dell’Unesco l’area monastica  di Midyat, nella provincia di Mardin a sud del paese dove la tradizione della comunità cristiana siriaca ha concentrato monasteri, chiese ed edifici ecclesiastici, tanto da indicare quell’area come “montagna dei servi di Dio”. Anche questa decisione potrebbe essere messa in discussione.

Il sogno neo-ottomano

La trasformazione di Santa Sofia e di Chora ha ferito anzitutto le Chiese cristiane e, in particolare, quelle ortodosse.

Dopo molti altri pronunciamenti, ancora all’inizio di giugno, il patriarca Bartolomeo ha ricordato che Santa Sofia è stata «la sede dei miei predecessori per circa 900 anni e rimane un santuario di primo piano profondamente rispettato e onorato dai cristiani ortodossi, ed è anche l’edificio più rappresentativo della millenaria civiltà dell’impero bizantino».

Il 13 maggio il capo del Diyanet, l’organismo di maggior rilievo del sunnismo nel paese, si è presentato sul minbar (il pulpito della moschea) brandendo la spada, confermando in tal modo il diritto di guerra islamica sull’edificio.

Pochi giorni dopo il presidente Erdogan ha inaugurato la nuova moschea in piazza Tasksim (luogo delle manifestazioni anti-governative del 2017), qualificando il suo gesto come un dialogo del nuovo edificio con la non lontana Santa Sofia, indicando la sua conversione a moschea come la cosa migliore del 2020, il “gioiello della corona”.

La sua intenzione di farsi interprete dell’islamizzazione del paese e di difensore della religione musulmana in tutta l’area medio-orientale gli ha ispirato l’immagine della trasformazione di Santa Sofia come un’anticipazione della liberazione della moschea al-Aqsa a Gerusalemme.

Il pugno di ferro sulle opposizioni interne è l’altra faccia dell’aggressività politica internazionale. La chiusura della possibilità di entrare nell’Unione Europea ha convinto Recep Tayyip Erdogan ad uscire dalle tradizionali alleanze e dai vincoli della Nato. Si pensa come potenza regionale. Così allarga le operazioni verso l’Africa entrando nel conflitto libico e in commerci molto stretti con il Senegal e, nello stesso tempo, accede all’ideologia della «nazione blu», della pretesa sui mari per 462.000 kmq, ignorando i diritti marini di Grecia e di Cipro.

Le ricerche sugli idrocarburi da parte di navigli turchi è garantita dalla flotta militare, così come si moltiplicano gli scontri coi pescherecci locali, facendo alzare ai massimi livelli la tensione con la Grecia. Può permettersi di ignorare la pressione morale russa come quella statunitense e farsi paladino degli uiguri cinesi in ragione della comune radice turca e appartenenza islamica.

Quanto all’Europa, ha in mano l’arma dei milioni di rifugiati che può indirizzare verso il continente. Ma il consenso interno non è più così sicuro e gli indicatori economici sono in sofferenza.

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