Siria: le elezioni viste dai profughi

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Abbiamo interpellato un profugo siriano, rifugiato in diaspora in Europa, riguardo alle recenti elezioni in Siria che hanno confermato la presidenza di Bashar al-Assad.

  • In quale contesto ambientale si sono svolte le elezioni presidenziali in Siria, lo scorso 26 maggio?

Le informazioni a mia disposizione sono tratte da numerosi servizi di stampa e televisione, letti e visionati da fonti internazionali, ma anche da testimonianze di persone del mio Paese – fuori e dentro la Siria – compresi alcuni amici: questi non sono liberi di dirmi più di tanto, ma sono in grado di confermare dati e osservazioni fondamentali. Le elezioni siriane sono state – al solito – un grande imbroglio. Spiego.

Bashar al Assad ha vinto il suo quarto mandato. Ha conseguito altri sette anni di controllo assoluto della vita politica, economica, sociale e umana della Siria. Ma cosa resta di questo nostro Paese? Il territorio storico è diviso, frantumato: sulla carta geografica sono piantate tante bandiere di potenze straniere, qua e là sventolano i sinistri vessilli dei gruppi islamisti radicali sunniti e sciiti, mentre, di fatto, non è più possibile alzare ovunque l’unica bandiera vera del popolo siriano.

Bashar al-Assad ha ottenuto il 95,1% dei consensi. Niente di nuovo. Il padre ci aveva abituati al 99,99% dei consensi. Questa percentuale era scritta ovunque.

Il 95,1% è stato ottenuto dalla Siria che al-Assad figlio stesso ha definito la “Siria funzionante”, ammettendo che esiste tutta un’altra ampia parte della Siria che non è sotto il suo controllo. La sottolineatura della “Siria funzionante” rimanda all’amara realtà di un Paese in cui non funziona niente. Quasi il 95% della popolazione che vive in Siria – circa 12-13 milioni dei 22-23 milioni di abitanti prima della guerra – vive oggi infatti sotto la soglia di povertà. Dunque: le due percentuali quasi coincidono, rivelando tutto il tenore di una tragedia.

Questo è il secondo mandato conseguito da al-Assad in tempo di guerra. Il precedente era avvenuto nel 2014. Una guerra che, ufficialmente, ha fatto 480.000 vittime siriane. Noi sappiamo invece che le vittime superano almeno il milione. Non sono state ancora scoperte le fosse comuni: quando questo avverrà, il mondo forse si meraviglierà, ma non il popolo siriano.

Non è vano ricordare che metà della popolazione siriana – rispetto all’inizio della guerra (nel 2011) – non si trova più in Siria e che, anche all’interno del Paese, masse di persone sono sfollate da una parte all’altra della Siria, anche a distanza di quasi mille chilometri, alla ricerca di una qualche condizione di sicurezza.

  • Come si sono effettivamente svolte le operazioni di voto?

L’unico seggio elettorale che abbiamo visto – attraverso media e web – e quindi l’unica operazione di voto a cui abbiamo potuto assistere è quella che ha interessato lo stesso Bashar al-Assad accompagnato dalla moglie Asma: sono entrati e sono usciti dal seggio sorridendo.

Hanno votato in una città-simbolo di questi dieci anni di guerra: a Douma, una città nel comprensorio di Damasco che è stata completamente distrutta perché ritenuta prima responsabile della insurrezione al regime nel 2011. La sua gente è perciò pressoché interamente sfollata. I suoi giovani sono stati uccisi, oppure si trovano tuttora nelle terribili carceri siriane oppure sono fuggiti in tutto il mondo. A Douma è stato ben preparato un “teatro del voto”, un’unica scena apparentemente rassicurante, in realtà carica di minaccia e di morte. Non abbiamo visto altro.

Noi siriani sappiamo come si sono svolte queste elezioni: come tutte le precedenti. Si vota in massa, ossia si entra nel seggio a gruppi di persone e si consegnano le carte di identità. Provvede poi l’incaricato governativo a votare e ad infilare le schede nell’urna. I votanti non devono fare nulla. Devono solo andare a votare. E farsi ben vedere.

Sono andati a votare gli studenti nei seggi dentro le università, quale condizione senza la quale non possono avere accesso alle lezioni e agli esami. Sono andati a votare ovviamente i militari e tutti gli addetti del settore pubblico. Gli uffici di voto sono peraltro allestiti nelle sedi di lavoro, sotto l’occhio vigile dei funzionari dei ministeri.

Sono andati a votare persino i profughi siriani del Libano presso l’ufficio di voto della ambasciata siriana di Beirut, per poter rinnovare i documenti di identità e con la speranza (ora assai remota) del ritorno in patria. I poveri siriani sono andati a votare “semplicemente” per ottenere il rinnovo della “card” – la cosiddetta “carta intelligente” – che consente di fare acquisti dei beni fondamentali per vivere o per spostarsi, quali il pane o la benzina.

Le operazioni di voto sono avvenute sotto il controllo dei militari e paramilitari stranieri sostenitori del regime: gli hezbollah libanesi, i pasdaran iraniani e la polizia militare russa. I Paesi amici hanno fatto pure da “osservatori internazionali” della correttezza e della trasparenza del voto: quindi osservatori di Russia, Cina, Iran e Venezuela. Penso che tutto ciò parli da sé, eloquentemente.

Bashar al-Assad aveva di per sé due competitori elettorali, presi da una cinquantina di nomi presentati al tribunale costituzionale. Uno si chiama Abdallah Sallum Aabdallah, l’altro Mahmud Merhi, due perfetti sconosciuti dal pubblico siriano.

Ecco: il popolo siriano martoriato – sfollato, espulso, impoverito e persino irrorato con armi chimiche – è tornato a votare per la stessa persona responsabile di questa tragedia: un uomo accusato di crimini di guerra!

Un paese in diaspora totale
  • Cosa aspettare dai prossimi sette anni di presidenza di Bashar al-Assad?

La crisi siriana è profondissima. Sta trascinando nel baratro anche il Libano. La popolazione libanese, dal punto di vista economico, vive quasi la stessa situazione dei siriani in Siria. Un anno fa un dollaro statunitense valeva 1.500 lire libanesi: oggi un dollaro U.S.A. vale 15.000 lire libanesi. Queste cifre significano un disastro. Le banche libanesi vivevano, in buona misura, dei risparmi dei cittadini siriani, oltre che libanesi. Tutta questa ricchezza non vale più niente.

Nella Siria di oggi non c’è economia. Non c’è lavoro. Soprattutto non ci sono prospettive. Non si parla neppure di ricostruzione. Neppure il presidente, nella sua propaganda, riesce a promettere più nulla. Le risorse – realisticamente – da dove possono venire? Dalla Russia? Dalla Cina? Dall’Iran? Nessuno di questi Paesi “amici” ha così tante risorse e nessuno risulta interessato ad investirle in Siria.

Oggi, perciò, in Siria manca tutto: manca innanzi tutto la spinta della vita del popolo. Bashar al-Assad ha vinto col voto, ma ha vinto nel vuoto, senza forza, se non quella della autoconservazione di sé, senza un popolo alle spalle.

I prossimi sette anni – se nulla di nuovo accadrà al governo del Paese – non potranno che confermare questo quadro politico tragicamente vuoto.

  • Quali sono i sentimenti dei siriani in diaspora?

Il popolo siriano è in diaspora totale. Ci sono sfollati all’interno e sfollati all’esterno, soprattutto nei Paesi limitrofi. Tutti vivono in estrema precarietà. Quelli che sono in Giordania sono nei campi profughi, in miseria. Vorrebbero tornare, ma sarebbero massacrati. Alcuni hanno provato la via del ritorno e sono effettivamente spariti.

Alcuni che hanno tentato la stessa strada dal Libano hanno avuto la stessa sorte. Quelli che sono nei campi libanesi sono sempre più mal tollerati dai libanesi. Politici libanesi hanno tentato di aprire un negoziato col governo di al-Assad, specie dopo che questo ha avviato una propaganda tesa a dimostrare che in Siria è tornata la normalità e la sicurezza: ebbene, questi negoziati si sono subito interrotti, perché il regime siriano non vuole il ritorno dei profughi siriani, né dal Libano, né da altrove. Si tratta di milioni di persone considerate ostili. Non solo.

In Turchia ci sono più di tre milioni di siriani nei campi a confine tra i due Paesi. Là le cose vanno un po’ meglio, almeno in termini di condizioni di vita. Ma passano gli anni e anche questi profughi non vedono nulla. Pochi riescono ad inserirsi a pieno titolo nella società turca. Tra i due Paesi sono interrotte tutte le relazioni diplomatiche: la via del riorno è completamente chiusa.

A tutte queste persone – cittadini siriani parte costitutiva del popolo siriano! – il regime non è in grado – anche lo volesse – di offrire alcunché. Non ci sono le case. Non ci sono i servizi. Non c’è lavoro. Mancano i generi di prima necessità.

Ciò che manca soprattutto ai siriani in diaspora – dentro e fuori la Siria – in questo momento è soprattutto una prospettiva – o se vogliamo dire così – una qualsiasi speranza!

Questo è molto forte in noi. Questi sono i nostri sentimenti.

  • Pensi di poter ritornare un giorno in Siria?

Nonostante tutto, ora dico che, prima o poi, io tornerò in Siria, assieme a molti altri connazionali.

Non voglio certamente tornare per correre pericoli gratuiti, voglio bensì tornare in una situazione di consapevole, estrema, difficoltà, ma per dare il mio contributo al superamento della stessa, assieme al mio popolo, in collettivo. Il popolo siriano ha questa potenzialità.

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