Siria 21/8/13: la strage di Ghouta

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strage ghouta

“Con particolare fermezza condanno l’uso delle armi chimiche! Vi dico che ho ancora fisse nella mente e nel cuore le terribili immagini dei giorni scorsi! C’è un giudizio di Dio e anche un giudizio della storia sulle nostre azioni a cui non si può sfuggire!”

Le vibranti parole pronunciate da papa Francesco all’Angelus del primo settembre 2013 seguivano di qualche giorno la strage della Ghouta – esteso sobborgo di Damasco – del 21 agosto, quando un attacco con armi chimiche provocò, secondo le stime ritenute più attendibili, 1.429 morti, di cui 426 bambini. Medici senza Frontiere ebbe modo di verificare, nella circostanza, l’intossicazione di 3.600 persone.

Il negazionismo del governo

Il governo siriano di Bashar al-Assad ha sempre negato la responsabilità di quella strage, ma il rapporto degli ispettori dell’O.N.U. che poterono visitare il luogo del massacro solo con giorni di ritardo a ragione del tempo fatto passare da Damasco per concedere il permesso –  concesso solo il 25 di agosto – afferma con certezza che la strage fu realizzata con l’impiego di razzi terra-terra capaci di veicolare cospicui carichi di prodotti chimici tossici, atti a produrre, senza ombra di dubbio, morte indiscriminata. Chi deteneva quelle armi?

Parti di uno dei missili impiegati è stato rinvenuto: gli esperti militari lo hanno classificato di fabbricazione sovietica. L’Unione Sovietica è stata lungamente alleata e principale fornitrice di armi del regime siriano: disfattasi l’U.R.S.S. è nata la Federazione Russa, ma l’alleanza politica e militare è evidentemente proseguita.

Massacro e giudizio storico

Il massacro del 21 agosto è stato dunque il più grave – e sottovalutato – della storia mediorientale a scavalco dei secoli, dopo quello di Halabja del 16 marzo 1988, quando il regime iracheno di Saddam Hussein usò il mustard gas contro i civili curdi, causando la morte immediata di almeno 5.000 persone e di altre 12.000, successivamente. Ricordo che Saddam Hussein e gli Assad – padre e figlio – hanno guidato per decenni le svolte golpiste negli Stati guidati dal Partito Baath.

Un giudizio della storia su una azione di tale gravità da parte del regime siriano ancora purtroppo non c’è, ma consola ricordare la recente dichiarazione congiunta di numerosi ministri degli esteri europei, tra i quali quelli di Germania, Francia e Italia, in cui si legge: “Il regime siriano ha usato ripetutamente armi chimiche contro il suo stesso popolo, come hanno dimostrato al di là di ogni dubbio le Nazioni Unite e l’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (Opcw).

Il regime ha sempre rifiutato di fornire spiegazioni ai team internazionali di inchiesta. Ma i sopravvissuti agli attacchi sono qui a testimoniare ciò che hanno visto e sofferto. Non resteremo in silenzio di fronte alle atrocità avvenute in Siria, per le quali il regime e i suoi fiancheggiatori esterni sono i principali responsabili. Molti di questi crimini, compresi quelli commessi da Daesh e da altri gruppi armati, possono costituire crimini di guerra e crimini contro l’umanità.

È obbligo di ognuno di noi combattere l’impunità ed esigere che siano individuati i responsabili per i crimini commessi in Siria indipendentemente da chi ne sia l’autore. È una questione di giustizia per le vittime. Data la gravità dei delitti, continuiamo a chiedere che la Corte Penale Internazionale venga autorizzata a indagare sui crimini asseritamente commessi in Siria e a perseguire i responsabili. Per contrastare la strategia di coloro che bloccano il deferimento alla Corte da parte del Consiglio di Sicurezza, stiamo lavorando per garantire che i fatti siano documentati, in attesa dell’esame da parte dei giudici competenti.

Abbiamo quindi sostenuto la creazione dell’International, Impartial and Independent Mechanism [Meccanismo internazionale, imparziale e indipendente], con lo scopo di raccogliere e preservare le prove per procedimenti futuri. Questi sforzi sono essenziali. Sosteniamo anche il lavoro della Commissione internazionale d’inchiesta indipendente, che documenta le violazioni dei diritti umani nel conflitto siriano.”

Per una politica dei fatti

I più recenti sviluppi impongono perciò alla comunità internazionale di passare ai fatti. Da tempo ormai sappiamo che secondo il Global Public Policy Institute assommano a 336 gli attacchi con agenti chimici perpetrati in Siria, mentre dal 2018 il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti sostiene che sarebbero almeno 50 le circostanze individuate come decisamente incriminabili.

Se in un primo tempo tutto questo è stato messo artatamente in dubbio, ora esistono prove “scientifiche” di quel che è accaduto e lasciato accadere, quindi della diretta responsabilità di Assad.

Pochi mesi fa gli ispettori dell’Onu hanno certificato che a Saraqib, nel 2018 – quindi molto tempo dopo l’accordo sul disarmo da armi proibite in Siria – l’esercito ha impiegato ancora gas letali e devastanti (prodotti in economia col cloro) ed hanno inoltre affermato di avere rinvenuto elementi tali da ritenere che un sito chimico non dichiarato dal regime sia tuttora tale e continui a produrre gas fuori da ogni protocollo.

È provato infine che nel recente maggio scorso il regime abbia violato nuovamente le disposizioni degli ispettori spostando di chilometri due serbatoi usati per spandere gas venefici.

Le armi chimiche

La “questione chimica” ha accompagnato la tragica vicenda siriana sin dalla comparsa dei gruppi di jihadisti dopo la sanguinaria repressione delle proteste popolari del 2011. In seguito alla amnistia, il regime siriano ha deliberatamente rimesso in libertà dalle proprie galere numeri considerevoli di infervorati combattenti islamisti.

A quel tempo l’intelligence degli Stati Uniti sapeva con accurata certezza dell’esistenza dell’arsenale chimico segreto siriano. Era stato proprio uno dei suoi ideatori a svelarne l’esistenza ad un diplomatico americano, già anni prima. Il regime aveva laboratori e depositi segreti ed era riuscito a creare ingenti quantitativi di sarin e di vx, ossia una sostanza definita “arma di distruzione di massa” dalle Nazioni Unite, messa al bando con la convenzione del 1993, mai sottoscritta dalla Siria.

Tale gas mortale era stato già messo a punto dal regime nazista: le inchieste su come i siriani lo abbiano saputo produrre non si sono mai – a mio parere – adeguatamente soffermate sul possibile ruolo di Aloise Brunner, il gerarca nazista, braccio destro di Adolf Heichman, che ha trovato riparo proprio in Siria nel 1954, ove è morto, a Damasco, quasi certamente nel 2001.

È ormai assodato che proprio Brunner abbia contribuito all’ideazione della struttura reticolare dei servizi di intelligence siriani, alla definizione delle loro tecniche di tortura e alla redazione e conservazione della documentazione segreta riservata solo al vertice politico di ogni crimine perpetrato.

Siria e USA

Il terrore che regnava a Washington – quando la guerra siriana cominciò a prendere la piega peggiore possibile – si può ora così riassumere: “che fine farebbe l’enorme arsenale chimico di Bashar al-Assad se cadesse il suo regime? In che mani finirebbe?”

Difficile oggi ricostruire le ragioni obiettive per cui alcuni ambienti militari ritennero allora eccessiva l’affermazione del presidente Obama per il quale l’impiego di quelle sostanze da parte di Bashar al-Assad avrebbe costituito una linea rossa invalicabile. Il timore era evidentemente palpabile: “se intervenissimo e dovesse cadere il regime che fine farebbero quelle armi”?

Così proprio quell’arsenale di distruzione e di morte è divenuto – molto probabilmente – la polizza sulla vita di Bashar al-Assad e del suo regime.

Quella linea rossa dichiarata fu infatti valicata senza alcuna conseguenza: nessuna azione militare ebbe luogo dopo la strage della Ghouta; nessuna particolare enfasi politica internazionale è stata calata. Chi se ne ricorda?

La diplomazia trovò la sua via d’uscita nel successivo accordo russo-statunitense. La Siria fu costretta ad ammettere il possesso di arsenali chimici e ad aderire alla Convenzione internazionale che ne prevede lo smaltimento: evidentemente non completo, stante i dimostrati impieghi successivi allo stesso accordo!

Strage su strage

È molto interessante rilevare ora il filo che appare congiungere l’espropriazione dell’arsenale chimico siriano – alla fine del 2013 – e l’arrivo a Beirut dell’enorme carico di nitrato d’ammonio che determinerà l’esplosione del porto, il 4 agosto di un anno fa, a mezzo di un armatore russo, già dal 2014.

Non tutto il nitrato d’ammonio stoccato a lungo nei magazzini del porto di Beirut è esploso il 4 agosto del 2021. Penso dunque a come il regime siriano – privato in parte del suo arsenale chimico – abbia poi potuto continuare ad agire – in maniera del tutto analoga – contro la sua stessa popolazione con i famigerati barili bomba, ossia barili ripieni di nitrato d’ammonio esplosivo e di detriti contundenti lanciati a tappeto e indiscriminatamente dagli elicotteri sui grandi e i piccoli centri abitati.

Come, dunque, il regime ha potuto garantirsi il materiale necessario a condurre quella sporchissima guerra contro i civili, mentre era ancora in attesa dell’invocato – persino a livello internazionale – intervento russo?

Ora – mentre ancora timidamente si comincia a studiare come avviare una ricostruzione della martoriata Siria – resta il compito di un giudizio severo della storia su quella strage: di fatto è accaduto che il regime non ha mai trovato davanti a sé alcuna linea rossa posta dalla cosiddetta comunità, o meglio, civiltà internazionale, quella semplicemente umana. Poterlo e doverlo dire rimane per me una priorità assoluta.

Auspico che questo anniversario – oltre ad essere ampiamente ricordato – possa produrre pure quella presa di posizione dei patriarchi cristiani in Siria di cui ho avvertito il grande vuoto: perché facciano proprie, dopo ben otto anni, le parole di Francesco, poste in esergo.

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