Stati Uniti-Iran: i costi di una trattativa

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Le elezioni di midterm negli Stati Uniti hanno posto termine alla sospensione ufficiosa del negoziato con l’Iran, dunque torna d’attualità la questione: si negozierà o no il poco che sarebbe rimasto da concordare sul rinnovo dell’accordo nucleare con gli ayatollah?

La scelta ha enormi conseguenze, per l’Iran e per il mondo, non solo per la questione nucleare in sé. In gioco c’è anche la scelta di accettare di riempire i forzieri del regime teocratico khomeinista di miliardi di dollari da asset finanziari del regime oggi congelati all’estero, più altri soldi cash che deriverebbero dalla riammissione sul mercato internazionale di un milione e mezzo di barili di petrolio, prodotti i cui proventi finirebbero nelle tasche del regime e delle aziende iraniane, quasi tutte controllate dai pasdaran.

La scelta avrebbe rilevanti conseguenze, mettendo a disposizione del governo Raisi sostanze enormi per rivitalizzare un’economia oggi distrutta, dando sollievo soprattutto ai ceti più poveri; d’altra parte l’accordo consentirebbe all’Occidente di reperire esattamente quanto tagliato dai russi e dai sauditi nell’ultimo consesso dell’OPEC+ – un milione e mezzo di barili al giorno – riducendo in tal modo il costo del petrolio sul mercato e togliendo di mezzo un’arma del piano politico di Putin nell’attuale crisi mondiale.

Dentro l’Iran: una rivoluzione

Ma guardiamo a quel che sta accadendo dentro il Paese iraniano. È evidente che quella in atto – da ormai più di 50 giorni – non è solo una protesta, bensì una rivoluzione; lo conferma l’annunciata intenzione di condannare a morte chi seguiterà a protestare, sebbene pacificamente. Che si tratti di una rivoluzione e non più di una protesta, lo dimostra pure il dato sociale: in piazza non ci sono solo le donne o gli studenti o la borghesia, ma anche i ceti più poveri, tradizionale base di sostegno del regime.

Nei palazzi del potere iraniano hanno ben da dire che la rivolta dei ceti poveri derivi dal peso delle sanzioni e dalle sue ormai insopportabili conseguenze economiche. In parte è vero. Ma ormai è contestata la teocrazia, non solo l’insostenibilità economica della vita.

Non era mai accaduto che si sfidasse la spietata repressione per 50 giorni soltanto per “ragioni di stomaco”. Anche le minoranze etniche hanno oltrepassato il limite, sfidando apertamente il regime: lo stanno facendo soprattutto beluci e curdi contro la protervia centralista degli ayatollah persiani.

L’instabilità americana

Sedersi al tavolo negoziale con gli iraniani significa confrontarsi con i più astuti negoziatori al mondo. Possiamo presumere che il regime oggi voglia farlo, sebbene le ragioni sembrino venire meno. L’accordo arriverebbe, in questo momento, a meno di due anni dalle prossime elezioni presidenziali americane che potrebbero portare un nuovo inquilino alla Casa Bianca, il quale potrebbe cancellare di nuovo tutto, come fece Donald Trump.

L’Iran è consapevole degli oneri e dei costi di un rischio del genere, soprattutto per quel sistema da zona grigia che ha progressivamente costruito e che ora sarebbe costretto a rimodellare per seguire le regole della comunità internazionale nella commercializzazione del petrolio. Una tale trasformazione potrebbe rivelarsi tra due anni inutile e la zona grigia rifatta.

Tanto che pare che sia oggi Tehran a frenare l’intesa. Ma osservatori avveduti avvertono che questa apparenza coprirebbe la strategia volta a costringere l’Occidente a cedere ancora terreno. Le forniture militari a Putin – di cui abbiamo sentito spesso dire in questi giorni – potrebbero rientrare nel disegno tattico iraniano.

Ricordiamo qui alcuni fatti incontestabili. Dopo l’esplosione della “nuova rivoluzione iraniana”, Tehran ha comunque concluso, ufficiosamente, un accordo, a dir poco, impensabile con Washington, “cedendo”, almeno per ora, il Libano in cambio dell’Iraq. La soluzione quasi contestuale delle due crisi dimostra lo scambio. Cosa voglio dire?

Il destino del Libano

In Libano il partito più forte, ossia il khomeinista Hezbollah – che non è mai stato peraltro e né mai sarà un partito con un’agenda libanese – ha ceduto, su ordine di Tehran, all’accordo coordinato da Washington per avviare immediatamente le trivellazioni dei giganteschi giacimenti di gas nel Mare Mediterraneo – sia dalla parte libanese che israeliana – assicurando che più non ci saranno le loro provocazioni militari.

Così per la prima volta nella storia, il partito che ancora assicura di voler distruggere Israele, ha consentito la firma di un trattato bilaterale con lo stesso Israele, di cui ora riconosce i confini marittimi sebbene non riconosca lo Stato di Israele.

È la condizione di degrado del Libano – assimilabile ad un accampamento per profughi del Medio Oriente -, senza più alcuna risorsa di sopravvivenza, a spingere Hezbollah? Di ciò il Partito di Dio, esultante in occasione della dichiarazione del default libanese, non si è mai preoccupato, arrivando persino a parlare di sfida di Beirut al Fondo Monetario Internazionale. La sua agenda è puramente iraniana, non certo libanese.

Iraq

Passiamo da ovest ad est dell’area. Nelle stesse ore del fatto libanese, è stato formato il nuovo governo iracheno, dopo una crisi durata oltre un anno dal rinnovo del Parlamento che aveva segnato la sconfitta dei filoiraniani.

Per strane alchimie mediorientali sono proprio ora le milizie filoiraniane a controllare il nuovo esecutivo con l’aiuto dei curdi di Talabani. Il vincitore indiscusso delle elezioni, lo sciita ribelle Moqtada al Sadr, dopo aver mobilitato il suo popolo per avvertire che quel governo non si doveva fare, ha lasciato la piazza e sospeso la propaganda ostile. Merito solo delle pressioni di Tehran?

Al Sadr non avrà voluto la guerra aperta con Tehran, ma il campo libero lasciato ai suoi nemici giurati sembra troppo per non far supporre negoziati più ampi. Coprire il fianco occidentale con un alleato sicuro – e duro – deve essere apparso agli ayatollah indispensabile, specie da quando la nuova rivoluzione iraniana è esplosa nel Kurdistan iraniano.

I curdi, in stretti rapporti con Washington, non hanno voluto rischiare a beneficio dei loro fratelli in Iran: comprensibile, visti i rapporti di forza. Le milizie filo-iraniane li hanno bombardati, ma loro non hanno risposto. Perché? La risposta non comporta necessariamente un coinvolgimento di Washington, ma il campo delle ipotesi, in tale verso, è legittimamente aperto.

Finanziare una dittatura?

Ma possono ora Washington ed Europa tranquillamente riempiere di dollari un regime criminale che tortura i dissidenti e minaccia di condannare a morte chi osi solo manifestare dissenso? Queste minacce del regime sono le ultime armi nelle mani degli iraniani per cercare di ottenere l’accordo che forse fingono di non volere più, quasi che, in realtà, il messaggio sia: «firmiamo alla svelta o sarà un bagno di sangue».

La dittatura khomeinista è ben consapevole che per la sua sopravvivenza è di fondamentale importanza recuperare rapidamente, se non il consenso, almeno l’indulgenza dei ceti poveri, per i quali le nuove risorse per l’assistenza rappresentano una questione di vita.

I calcoli economici si fanno, ovviamente, da tutte le parti. L’Occidente – Stati Uniti in primis – stressato dal costo dei prodotti energetici sta considerando quanto sia da evitare la consegna dell’Iran e delle sue risorse al grande rivale cinese. Proprio questa è la considerazione che avrebbe mosso a suo tempo il fautore dell’apertura agli ayatollah, ossia Barack Obama.

Proprio Barack Obama ha però recitato recentemente il suo mea culpa, dicendo di aver capito che dove c’è una rivendicazione di libertà e diritti, l’America non può restare indifferente, come fu lui stesso davanti alle proteste degli studenti  nel 2009 iraniano. Ciò fa propendere molti a favore della tesi che Obama stia consigliando a Biden di fermarsi alle soglie dell’accordo sul nucleare con L’Iran.

Dopo le elezioni di midterm

Col passare dei giorni dal 4 novembre, nonostante le ulteriori sanzioni imposte da Biden contro Tehran per la repressione, questa va avanti. Certezze sulla decisione della Casa Bianca è difficile averne. Il dato più evidente è l’indiscutibile imbarazzo – in un sostanziale silenzio – che l’Occidente sta attraversando.

L’immagine in gioco è quella del sostegno a un regime che reprime brutalmente un popolo che chiede rispetto e libertà. I cauti e coloro che calcolano tutto ribadiscono però che le conseguenze della rottura non sono da sottovalutare.

Per l’Iran invece la domanda di fondo è sempre, per me, sempre la stessa: lo sciismo – la religione islamica che più parla di difesa degli oppressi – può continuare a essere ostaggio dell’eresia khomeinista, che la trasforma in una fabbrica di oppressi?

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