Tensioni in Etiopia

di:

tensioni eitopia

  • Caro don Sandro Barbieri (sacerdote fidei donum italiano), per un po’ di tempo non è stato possibile comunicare con te – dall’Italia all’Etiopia – via Internet: che cosa è successo?

Dopo circa un mese di interruzione, verso fine luglio, l’Etiopia ha ripristinato l’accesso alla rete informatica. Per tutto quel mese – dalla mia parrocchia di Abol posta a 20 chilometri dalla città di Gambela verso il confine col Sud-Sudan – non ho potuto ricevere comunicazioni o notizie dirette: è stato per me un periodo di buio pressoché totale.

Il governo ha preso questa drastica misura di isolamento dalla rete nazionale e ovviamente internazionale a motivo della violenta protesta popolare seguita all’assassinio ad Addis Abeba di Hachalu Hundesa, un noto cantante appartenente alla etnia oromo, la più numerosa in Etiopia. È accaduto che alcuni giovani abbiano tentato di invertire la direzione della processione che stava portando la salma nella città natale di Ambo gli stessi giovani esigevano che fosse sepolto ad Addis Abeba.

Sono scoppiati degli scontri che hanno provocato la morte di 167 persone tra civili e ufficiali di sicurezza. Sono state arrestate più di 5.000 persone. Gli scontri non si sono placati, estendendosi poi in tutta la regione popolata dagli oromo, praticamente tutta la parte centrale dell’Etiopia.

Resistenze

Hachalu Hundesa aveva 34 anni ed era divenuto la voce degli oromo: una vera “spina nel fianco” dei vari governi. Già arrestato, aveva realizzato dalla prigionia i suoi più famosi album di canzoni, in cui aveva interpretato le aspirazioni del suo popolo. A differenza di altri artisti oppositori era rimasto in Etiopia e aveva incoraggiato i giovani a restare saldi nelle rivendicazioni.

Una delle sue più note canzoni “Maalan Jira?” – più o meno traducibile in “Ciò che esiste è mio?” – trattava l’espulsione degli oromo da Addis Abeba e dalle aree circostanti dopo la decisione del governo di allargare i confini della città. La sua condizione era apparentemente mutata nel 2018 quando è stato eletto l’attuale primo ministro Abiy.

Questi aveva persino invitato Hachalu a cantare in un concerto in onore del presidente dell’Eritrea Afeworki, in visita per la prima volta in Etiopia dopo l’apertura dei confini tra i due paesi. In quella occasione Hachalu non ha mancato di fare mostra della sua libertà – piuttosto spregiudicata nel contesto etiopico – cantando una richiesta di giustizia per le vittime del suo popolo e criticando apertamente la scelta governativa di fare un concerto mentre molte famiglie stavano ancora seppellendo i loro morti.

Ovviamente il governo non l’aveva presa bene. Perché dunque è stato ucciso? Si sa che due persone sono state arrestate ammettendo la responsabilità dell’omicidio. Si tratterebbe di due militanti dell’ala più oltranzista dell’Oromo Liberazioni Front. Un terzo sarebbe ancora latitante.

Tale confessione confermerebbe la tesi del premier Abiy secondo la quale l’obiettivo del fronte oromo è quello di dividere i gruppi etnici etiopi – già permanentemente sull’orlo del conflitto – destabilizzando la situazione politica e indirizzandola verso il crollo dell’attuale leadership. Si parla di una cospirazione persino più ampia in cui sarebbe coinvolto anche il Tigray People Liberation Front, il partito al governo sino al 2018. Da fronti opposti, i nemici politici di Abiy si sarebbero dunque coalizzati per farlo cadere, cogliendo la circostanza del rinvio delle elezioni col giustificato motivo della pandemia.

Un situazione vischiosa

Dico queste cose dopo aver cercato di costruire una mia idea da ciò che ho letto e da ciò che sento dire dalla gente, ma francamente faccio molta fatica a capire. Quel che sicuramente qui in Etiopia sperimento quotidianamente è la molto difficile convivenza tra i tanti e diversi gruppi etnici.

Come ho detto, tutto questo ha prodotto l’interruzione di ogni comunicazione in rete. È stato facile bloccare tutto: in Etiopia esiste solo una compagnia telefonica ed è governativa. Pertanto, per motivi di sicurezza o, meglio, per ragioni politiche, il governo è stato in grado di interrompere da un momento all’altro e a tempo indeterminato ogni comunicazione. Queste sono state ripristinate da poco – parzialmente – e solo sino alla prossima occasione.

  • Da qualche giornale, con scarsissimo rilievo, sappiamo delle tensioni tra l’Etiopia ed altri paesi africani a motivo della costruzione della diga sul Nilo: quali sono i termini del contendere?

C’è tensione tra Etiopia, Sudan ed Egitto. Non si riesce a trovare un accordo chiaro e soddisfacente riguardo alla grande diga in territorio etiope costruita sul corso del Nilo Azzurro. Questa enorme diga, una volta completata, potrà produrre una grande quantità di energia a beneficio di 65 milioni di persone, etiopi che ancora non ne dispongono.

È già iniziata la procedura di riempimento dell’invaso e le tensioni stanno crescendo. Sudan ed Egitto chiedono ovviamente garanzie che la portata d’acqua non venga ridotta.

L’acqua

 “La minaccia che venga usurpata la risorsa dell’acqua viene avvertita e sentita come reale da più di 100 milioni di Egiziani”, ha affermato il ministro degli Esteri egiziano Shoukry. “Per l’Etiopia, l’accesso e la possibilità della risorsa dell’acqua del Nilo Azzurro non è una questione di scelta, bensì una necessità esistenziale”: ha replicato, con altrettanta durezza, il rappresentante etiope presso le Nazioni Unite Atske-Selassie. La African Union sta cercando di mediare tra le parti.

Molto era stato già stato discusso e condiviso tra i paesi, sin da quando il grande progetto era stato concepito, ma molto stranamente appare che la questione cruciale della operazione di riempimento e della quantità di acqua da lasciar comunque fluire non sia mai stata chiarita.

Sta di fatto che l’Etiopia ha deciso unilateralmente di iniziare a riempire l’invaso, cercando di avvalersi della stagione favorevole delle piogge. Ma ci vorranno ben sette anni per arrivare all’equilibrio! È evidente che la questione può giungere ad una tensione ancora più forte e può persino scatenare una guerra.

  • Rispetto ai problemi di cui hai detto, quello della pandemia sembra quasi irrilevante in Etiopia: è così?

Non proprio. Non per me e non per la missione nella parrocchia di Abol. Qui non mi è possibile tenere aperta la scuola della parrocchia, né l’oratorio, né celebrare la Messa con il popolo. Non si può organizzare nulla che coinvolga i bambini e la gente: il Summer Together, il doposcuola, un po’ di catechesi e di preghiera quotidiana comunitaria.

Pandemia

Il Covid-19 sta isolando le persone e le sta rendendo più diffidenti, specie verso di me che sono straniero e con la pelle chiara. Qualcuno comincia a chiedersi se non sia io, in realtà, a non voler riaprire le attività parrocchiali. Sanno infatti che in tutti i villaggi nella savana attorno a noi, specie dove stanno le chiese evangeliche, la preghiera si fa normalmente. Alcune donne sono andate dalla polizia a lamentare questo fatto, ma hanno ricevuto la stessa risposta che è stata data a me: “Non stiamo chiudendo noi le chiese, è il Covid-19 che le fa chiudere”.

I bambini e i ragazzi continuano a chiedermi perché non si può giocare. Mi dicono che il nostro compound sta diventando troppo “serio”: niente musica, niente giochi, niente preghiere. Si vedono solo le ragazze e le donne che vengono nel cortile ad attingere l’acqua dal pozzo portando le taniche sulla testa.

Posso solo provare quindi a coinvolgere i ragazzi più grandi con qualche adulto nel prendersi cura delle pecore della parrocchia, nell’andare a prendere l’erba buona nella foresta vicina, nel diserbare attorno al mais che abbiamo piantato quest’anno per la prima volta nel campo della parrocchia e che ora sta crescendo. Al termine di questi lavori ci “scappa” comunque una breve preghiera che i partecipanti stessi mi ricordano di fare.

Stiamo coltivando dunque tante aspettative: abbiamo pazientemente aspettato che finisse il blocco delle comunicazioni, attendiamo la maturazione e il raccolto del mais, attendiamo che abbiano termine le misure messe in atto per prevenire la diffusione della pandemia (che in questa zona non sembra aver attecchito e fatto vittime), attendiamo di poter riprendere a stare liberamente insieme, tra neri e bianchi, senza timori.

Per carattere non sono molto paziente e non mi va di aspettare tanto, ma “se speriamo quel che non vediamo, noi lo aspettiamo con pazienza” (Romani 8,25).

Print Friendly, PDF & Email
Facebooktwitterredditpinterestlinkedintumblrmail

Lascia un commento

UA-73375918-1

Navigando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie. Clicca per avere maggiori informazioni.

Questo sito utilizza i cookie di servizio ed analisi per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Cliccando su "Accetto", acconsenti al loro utilizzo.

Chiudi