Tigray: negoziati in stallo

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I negoziati di pace per una soluzione politica del conflitto nel Tigray, in Etiopia, appaiono sempre più in salita.

A più di un anno e mezzo dallo scoppio del conflitto nel Tigrè, in Etiopia, gli sforzi diplomatici per l’avvio di colloqui di pace tra governo e Fronte di liberazione del popolo del Tigrè (Tplf) sono in una fase di sostanziale stallo.

Sebbene, infatti, qualche progresso sia stato compiuto dopo che nel marzo scorso il governo etiope ha annunciato una tregua umanitaria per consentire l’accesso degli aiuti umanitari nel Tigrè e nelle altre regioni colpite dal conflitto nord del Paese (Amhara ed Afar), resta il nodo principale che impedisce l’avvio di colloqui di pace veri e propri, vale a dire chi svolgerà il ruolo di mediatore.

Se il governo di Addis Abeba – che a fine giugno ha già nominato la squadra negoziale che sarà guidata dal vicepremier e ministro degli Esteri, Demeke Mekonnen – spinge perché i negoziati si svolgano sotto gli auspici dell’Unione africana, i tigrini respingono fermamente tale ipotesi, sostenendo che l’organizzazione continentale sia su posizioni troppo vicine a quelle del primo ministro Abiy Ahmed, e hanno proposto così il Kenya come Paese mediatore.

Nel giugno scorso, in una lettera aperta firmata dal leader tigrino Debretsion Gebremichael, quest’ultimo ha così confermato che il Tplf resta impegnato a partecipare a colloqui di pace con il governo federale etiope sotto l’egida di Nairobi. “Esprimiamo la nostra fiducia nel governo del Kenya e il nostro apprezzamento al presidente Uhuru Kenyatta, per i suoi sforzi sostenuti, di principi, imparziali, inclusivi e discreti per mediare i negoziati di pace in vista di una risoluzione globale di la crisi in Etiopia”, si legge nella lettera.

“Il governo e il popolo del Kenya hanno dimostrato, nel corso degli anni, la loro imparzialità, l’onestà’ e la loro solidarietà nei confronti dell’Etiopia e il loro impegno nei confronti delle norme e dei principi dell’Unione africana. Su questa base, ci manteniamo fermi all’attuale accordo tra le parti di riunirsi a Nairobi per negoziati ospitati e facilitati dal presidente del Kenya”, prosegue la lettera, in cui si ribadisce la diffidenza nei confronti della mediazione Ua, il cui “silenzio” sulle presunte atrocità perpetrate dai tigrini viene definito “un tradimento dei principi fondanti dell’Unione”.

Nelle ultime settimane, tuttavia, le autorità keniote sono state impegnate nell’organizzazione delle elezioni generali e il presidente uscente Uhuru Kenyatta non si è candidato al terzo mandato, il che ha determinato un vuoto di potere che rischia di far slittare ulteriormente i colloqui preliminari.

Un tentativo concreto di incoraggiare l’avvio dei colloqui tra il governo federale e il Tplf è arrivato a inizio agosto con la missione congiunta nel Tigrè effettuata dagli inviati speciali dell’Unione europea e degli Stati Uniti per il Corno d’Africa, rispettivamente Annette Weber e Mike Hammer, i quali hanno accolto con favore l’impegno pubblico di entrambe le parti a impegnarsi in colloqui e hanno espresso la loro disponibilità a sostenere la mediazione guidata dall’Unione africana, concordando sul fatto che un rapido ripristino dell’elettricità’, delle telecomunicazioni, delle banche e di altri servizi di base nel Tigrè sia essenziale per il popolo del Tigrè, come riconosciuto in precedenti discussioni con il governo etiope.

Il presidente regionale del Tigrè e leader del Tplf, Debretsion Gebremichael, ha fornito alla comunità internazionale una lettera da trasmettere al governo dell’Etiopia fornendo garanzie di sicurezza per coloro che hanno bisogno di lavorare per ripristinare i servizi. Gli inviati – si legge in una nota congiunta delle due missioni – hanno inoltre sollecitato la cooperazione e l’accesso alle aree di conflitto per la Commissione internazionale di esperti di diritti umani in Etiopia (Ichree) per consentire loro di condurre un’indagine credibile e hanno inoltre fatto appello a tutte le parti del conflitto affinché si astengano dall’incitare all’odio e dalla retorica provocatoria.

La visita degli inviati Ue e Usa è stata accolta con freddezza da parte del governo etiope che ha accusato i diplomatici occidentali di essere stati troppo “accondiscendenti” nei confronti del Tplf. In una dichiarazione pubblicata su Twitter, il consigliere per la Sicurezza del primo ministro Abiy Ahmed e membro della squadra negoziale istituita da Addis Abeba, Redwan Hussien, ha affermato che i diplomatici “non hanno chiesto un impegno inequivocabile per i colloqui di pace” durante la loro missione e ha ribadito la posizione del governo, ovvero che dovrebbero essere create delle “condizioni abilitanti” e che i colloqui dovrebbero iniziare prima degli sforzi di ripristino dei servizi di base nel Tigrè – comprese le banche, l’elettricità e le telecomunicazioni – richiesto dai mediatori.

Una posizione che è stata ovviamente seccamente contrastata dal Tplf che, per il tramite del Servizio per gli Affari esteri, ha diffuso un comunicato in cui ringrazia Ue e Usa per sugli sforzi profusi alla ricerca di una soluzione diplomatica ma ha messo in dubbio l’autentica disponibilità del governo di Addis Abeba ad avviare seri negoziati di pace. “Anche se annuncia la sua disponibilità ai colloqui di pace, il regime di Abiy continua a muoversi lentamente nella ricerca della pace. Mentre il governo del Tigrè è seriamente intenzionato a una fine negoziata dell’attuale conflitto, il regime di Abiy è più interessato a essere visto come favorevole alla pace che a compiere il duro lavoro necessario per porre fine all’attuale crisi”, si legge nella nota, in cui si invita la comunità internazionale ad evitare di essere “complice” nel prolungare la crisi.

“Il fatto è che, in assenza di forti pressioni da parte della comunità’ internazionale, il regime di Abiy continuerà a usare la promessa di colloqui di pace come via di fuga, mentre conduce la sua guerra genocida nel Tigrè attraverso la fame di massa”, denuncia il Tplf, accusando il governo etiope di proseguire la guerra con strumenti diversi.

“Come ben sa la comunità internazionale, il regime di Abiy ha imposto un blocco ermetico al Tigrè, ostacolando l’ingresso di cibo, carburante e medicinali. Sebbene siano stati compiuti progressi limitati nella consegna degli aiuti dalla cosiddetta tregua umanitaria, l’assistenza umanitaria sta ancora latitando nel Tigrè”, afferma il comunicato, denunciando infine l’assenza di un sistema efficace che consenta “una regolare, sufficiente e tempestiva consegna degli aiuti”.

Parallelamente all’iniziativa diplomatica che stenta a decollare, i membri della Commissione delle Nazioni Unite di esperti in materia di diritti umani sull’Etiopia hanno nel frattempo effettuato a fine luglio la loro prima visita ad Addis Abeba dall’istituzione dell’organismo, nel dicembre dello scorso anno, con il mandato di condurre un’indagine approfondita e imparziale sulle accuse di violazioni e abusi del diritto internazionale e dei diritti umani in Etiopia.

Al termine della loro missione, i tre esperti della Commissione – Kaari Betty Murungi (Kenya), Steven Ratner (Usa) e Radhika Coomaraswamy (Sri Lanka) – hanno invitato gli individui e le organizzazioni a presentare online informazioni su presunti crimini di cui siano stati testimoni diretti o indiretti, con una scadenza fissata entro la fine di agosto, tuttavia con la maggior parte del Tigrè tagliata fuori dalla rete Internet ci sono preoccupazioni che chi è in possesso di possibili prove di crimini non sia in grado di condividerle con gli investigatori.

Anche in questo caso le polemiche non sono mancate, con il Tplf che ha accusato la Commissione di “rifiutare intenzionalmente” il dialogo con la leadership di Macalle’, mettendone in dubbio l’imparzialità e l’effettiva efficacia nel contrasto all’impunità. Il tutto a conferma del fatto che i negoziati di pace sono ancora in salita.

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