Donald Trump e l’epifania del corpo democratico

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capitol hill

Los Angeles, notte tra l’11 e il 12 gennaio 2021

Quando mi hanno chiesto di scrivere questo articolo ho pensato che tra il momento in cui avessi iniziato a buttare giù le prime parole e quello in cui avessi finito, il tutto sarebbe stato già da archivio. Al ritmo del flusso di informazioni di questi giorni, è infatti impossibile, con un solo gesto, tenere insieme i fatti, le reazioni, i retroscena, e i possibili sviluppi di ciò che sta succedendo negli Stati Uniti.

Quindi faccio qui una scelta strategica: mi limiterò al cuore degli eventi che hanno generato ciò che stiamo vivendo oggi, e su questo proverò a sviluppare un paio di riflessioni personali.

Georgia 5 gennaio

Primo fatto. Il 5 gennaio ci sono state le elezioni in Georgia. Si trattava di un ballottaggio, e il risultato avrebbe determinato la maggioranza al Senato. Vincono, di poco, i candidati democratici: Jon Ossoff, classe 1987, ebreo, e il reverendo Raphael Warnock, 51 anni, afroamericano, pastore nella stessa chiesa dove Martin Luther King fu pastore a sua volta. Parliamo del primo afroamericano mai eletto in Georgia. Una breve digressione.

La Georgia era uno Stato repubblicano dal lontanissimo 2002, ma le elezioni del 3 novembre lo hanno trasformato in democratico. Si tratta di uno di quegli Stati dove le elezioni sono state fortemente contestate dai repubblicani di Trump, anche se ci sono zero prove a validare queste accuse. Ad esempio, in Georgia il riconteggio di quasi 5 milioni di schede, rifatto a mano tre volte, ha confermato lo stesso risultato con una discrepanza pari allo 0,1053 % su media statale.

Washington 6 gennaio

Secondo fatto. Dopo una manciata di ore, il 6 gennaio, a Washington D.C., Trump organizza una manifestazione di protesta chiamata “la marcia per salvare l’America”. “Fermare il furto” e “combatti per Trump” sono gli altri slogan che echeggiano tra una folla di circa 40 mila persone che marciano lungo Constituttion Avenue. Nel frattempo, in Senato si sta celebrando la formale procedura che proclamerà Joe Biden presidente eletto e Kamala Harris sua vice. Verso l’una del pomeriggio, Trump fa un discorso incendiario dal palco della manifestazione, insieme al suo avvocato Rudolf Giuliani e al figlio Don Jr., che ripetono il copione dei discorsi delle ultime settimane, ma con toni ancora più accesi.

I manifestanti, con fare da linciaggio, si dirigono verso il Campidoglio, sfondano un cordone della polizia locale che, in netta inferiorità numerica, decide di non rispondere violentemente, e irrompono nel Senato, costringendo i senatori riuniti in assemblea, scortati dai servizi segreti, a rifugiarsi nei sotterranei. Si scoprirà in seguito che il piano prevedeva manette per i senatori, processo, condanna, ed esecuzione. Nella parata grottesca ripresa dalle telecamere e dai telefonini, si possono vedere simboli inequivocabili.

Dal codice neonazista 6MWE (6 milioni non sono stati abbastanza), alla maglia nera con la scritta “Camp Auschwitz”, alle bandiere di John Rambo con la faccia di Trump. Quindi, il cuore degli eventi, se ci riferiamo all’arco delle 12 ore tra la serata del 5 gennaio e il pomeriggio del 6, mostra questo: da un lato un ragazzo ebreo e un pastore afroamericano vengono eletti in Georgia come senatori, determinando la maggioranza nella seconda camera del Congresso, dall’altro una folla fuori controllo attenta un colpo di stato ottenendo come risultato qualche selfie negli uffici vandalizzati del Campidoglio, 5 morti e più di 50 feriti.

Come si può interpretare una tale distopia? Come si guarda al volto di questo corpo sociale, che per metà balla la vittoria, e per l’altra metà marcia in modo scomposto come se facesse parte di un’apocalisse zombie?

Stabiliamo delle priorità. Capire come siamo arrivati a questo punto, ora, non è una priorità. Lo sarà, ma non ora. Capire cosa fare è la priorità. Le teorie di antropologia culturale e di psicologia sociale si azzuffano in televisione per il loro momento di notorietà.

Pochi stanno cercando risposte al livello più difficile da decifrare, quello emotivo. A me pare che nelle parole di Trump pronunciate dopo l’insurrezione (tre ore e ventidue minuti dopo) si riveli una importante chiave interpretativa: “vi voglio bene, siete speciali”.

Los Angeles 7-9 gennaio

Cosa fare ora, questa è la domanda prioritaria, la domanda di tutti noi che siamo rimasti incollati alla televisione per le successive dodici ore, increduli. La prima reazione è stata fisica. Lo stomaco si è chiuso, il senso di nausea crescente impediva di mangiare, il ritmo di veglia e sonno a scatafascio. La mattina del 7 gennaio, dopo una notte a rigirarmi nel letto, sono in giardino, lo sguardo nel vuoto, bevendo quel caffè brodoso a cui mi sono abituato.

Mi raggiunge il mio padrone di casa, un ottantenne originario di New York, un uomo colto e gentile. Si siede accanto a me, il suo volto pare essersi invecchiato di dieci anni nell’arco di poche ore. Dopo qualche minuto passato insieme nel silenzio, mi chiede: “cosa sta succedendo a questo Paese?” E quindi le lacrime, che segnano prima il suo, e poi il mio viso. Strano, ho pensato. Io vivo qui solo da qualche anno. Eppure, l’ho sentito tutto il colpo, l’ho sentito nel mio corpo.

Vivere a Los Angeles è costoso. Quindi mi arrabatto anche insegnando la nostra bellissima lingua. Uno dei miei studenti è un giudice della Corte di appello. Si chiama Tom. Vuole imparare l’italiano per insegnare diritto comparato in Italia quando andrà in pensione. Il 9 gennaio abbiamo in programma una lezione via Zoom. Sono tentato di cancellarla. Poi penso che anche lui possa trovarsi nella stessa mia condizione mentale, e che forse un’ora a studiare insieme il congiuntivo possa aiutare entrambi.

Dopo mezz’ora, mentre siamo lì a coniugare verbi irregolari, Tom ad un tratto ferma la cantilena e mi dice: “sai, l’FBI mi ha sottoposto le fotografie di un centinaio di persone, per vedere se io avessi riconosciuto qualcuno. Sono persone molto diverse tra loro: giovani e vecchi, uomini bianchi, per lo più, ma anche donne, afroamericani, ispanici, asiatici”. La lezione a quel punto è finita.

Insieme ragioniamo sul fatto che l’infezione delle bugie è penetrata profondamente in diversi strati della società americana. Se perciò si parla retoricamente in queste ore di ferita profonda, e del bisogno di guarigione e di unità, si dovrebbe considerare che forse, la narrazione più esatta dovrebbe contemplare l’immagine dell’amputazione di un arto in cancrena, un arto che rischia di infettare tutto il resto del corpo sociale. Quello che fa male, è che qui stiamo parlando non di un dito, ma di un intero braccio. Sarà dunque bene iniziare a mordere la cinta.

Democrazia: non una merce da esportare

Al momento in cui scrivo, la notte tra l’11 e il 12 gennaio, l’ipotesi di un secondo impeachment pare la più probabile (così è stato, ndr). L’articolo che sarà discusso mercoledì al Congresso recita come imputazione “incitazione alla sommossa violenta ai danni della democrazia”. Sono state anche riportate durante la giornata di oggi diverse fonti che annunciano la preparazione di una marcia armata il prossimo 17 gennaio in tutte le maggiori capitali americane.

Questi sono quei giorni che accadono ogni due o trecento anni, quei giorni a partire dai quali la maggior parte degli umani inizia a vedere le cose da un altro punto di vista. Umanesimo, rinascimento, Rivoluzione francese. Quei momenti lì, insomma. La storia questa volta ci sta mostrando cosa sia ciò che abbiamo chiamato “democrazia”.

Si tratta di un corpo fragile, un corpo che ha costantemente bisogno di cure, di attenzione, di gesti premurosi, benevoli, di educazione e di pensiero critico. La democrazia, l’America ora lo sa a caro prezzo, non la si esporta, piuttosto la si espone, la si mette in mostra, perché sia una bellezza sempre seducente a cui guardare quando tutto il resto intorno si decompone.

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