Ungheria: smentite e turbolenze

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In relazione al progettato viaggio del papa in Ungheria il 12 settembre prossimo, la segreteria generale della Conferenza episcopale ha precisato che Francesco incontrerà sia il presidente, Janos Ader, sia il primo ministro, Viktor Orban, con altri membri del governo.

«Riteniamo increscioso che siano state divulgate notizie e interpretazioni false sui mass-media, sia locali che internazionali, sul programma del santo Padre in Ungheria, ancora in preparazione. Non corrisponde a verità, ad esempio, la diceria secondo cui il santo Padre avrebbe escluso qualsiasi incontro dal programma».

La voce che Francesco avrebbe espresso la volontà di non incontrare le autorità civili è stata divulgata dal National Catholic Register (2 giugno) sulla base di indiscrezioni raccolte in ambienti ungheresi, sia ecclesiali che politici. La visita del card. Peter Erdö e del vice primo ministro a Roma sarebbe stata finalizzata ad evitare lo sgarbo istituzionale.

Orban, il  cattolico

La notizia, vigorosamente smentita, era risultata credibile per la distanza di indirizzi fra Vaticano e Orban. Tanto più che il viaggio (non ancora definito) prevedeva una visita a Bratislava (Slovacchia) che si prolungava per tre giorni, rovesciando il progetto iniziale che faceva leva sul Congresso rispetto a uno scalo di cortesia nella nazione confinante.

L’8 marzo scorso, rientrando dall’Iraq, il papa aveva detto; «Adesso [in settembre] dovrò andare in Ungheria alla messa finale del Congresso eucaristico internazionale. Non una visita al paese, alla messa. Ma Budapest è a due ore di macchina da Bratislava: perché non fare una visita agli slovacchi? Non so…».

Le voci irritate raccolte dalla rivista statunitense si esprimono così: «Sarebbe oltraggioso … un gigantesco schiaffo in faccia a Orban… Sarebbe l’equivalente di dedicare una mezza giornata a Israele e poi tre giorni e mezzo all’Iran, o mezza giornata alla Polonia per poi visitare la Russia per alcuni giorni. Tutti pensano che sia inaccettabile». Commentava il Sismografo: «Qui c’è qualcosa che non quadra, almeno dal punto di vista della formalità diplomatica e protocollare».

È vero che il pontefice ha parlato di una visita religiosa e non di stato e che in alcuni viaggi non ha incontrato formalmente le autorità statuali, come a Strasburgo (Consiglio d’Europa, 25 novembre 2014), Lesbo – Grecia (immigrati, 16 aprile 2016) o Ginevra (Svizzera – Consiglio ecumenico delle Chiese, 21 giugno 2018). Ma è altrettanto vero che quando ha visitato le capitali (Tirana – Albania, 21 settembre 2014) o Sarajevo (Bosnia – Erzegovina, 6 giugno 2015) non ha mancato l’appuntamento coi responsabili politici nazionali.

Va anche registrato che, pur non essendoci mai stato una udienza personale, Orban ha salutato il papa in occasione del congresso dei legislatori cattolici a Roma nel 2019 e per la celebrazione dei 60 anni del trattato di Roma nel 2017. Non ha potuto incontrarlo nel viaggio in Romania nel 2019 nel santuario di Samuleu-Ciuic, nella regione largamente popolata da ungheresi (e perduta per la ridefinizione dei confini successivi alla guerra mondiale), in ragione del contenzioso con la Romania e in quanto autorità politica non del paese.

Polemiche e fragilità

In Polonia i giornali hanno sottolineato le numerose distanze fra il papa e la politica di Orban, non solo per l’indirizzo anti-migratorio, ma anche per l’idea di «democrazia illiberale» teorizzata e praticata dal primo ministro ungherese rispetto ai media, all’autonomia della magistratura, alle minoranze etniche.

Importanti giornali ungheresi filo-governativi, come Demokrata, hanno apertamente criticato Francesco, accusandolo di volere umiliare il paese e il Magyar Nemzet lo ha censurato per la sua difesa degli immigrati. Uno dei maggiori opinionisti del partito di Orban, Fidesz (recentemente espulso dal Partito popolare nel parlamento europeo), ha affermato che se il papa non incontrava le autorità politiche poteva starsene a Roma.

Il sostegno governativo alla Chiesa cattolica e alle confessioni e religioni locali (anche se vi è una tensione nella comunità ebraica fra una maggioranza che critica il governo e una minoranza ad esso favorevole), come anche l’intestazione della difesa dei cristiani perseguitati nel mondo pongono la Chiesa locale in un difficile equilibrio che di fatto si risolve nel sostegno al governo. Il venir meno dell’istanza critica nei confronti del potere la espone a facili obiezioni, ma anche all’insufficiente mediazione fra le istanze papali e le pretese di Orban.

L’appuntamento eucaristico

Tutto questo appartiene allo sfondo e non alla sostanza di un appuntamento ecclesiale preparato da lungo tempo con una lettera pastorale del dicembre 2019 (cf. SettimanaNews: La pastorale fra emergenze e reticenze) in cui si evidenziavano le quattro sfide maggiori per la Chiesa del paese: il calo demografico e la difesa della vita nascente, il sistema formativo-scolastico, le nuove povertà e il fenomeno migratorio.

L’arcivescovo di Budapest, card. Erdö, ricordando il precedente congresso eucaristico internazionale del 1938 diceva: «Abbiamo bisogno della luce della fede per sentire e approfondire la nostra fratellanza con tutti i popoli non solo nel bacino dei Carpazi, bensì in tutto il mondo».

In un testo divulgativo si annota: «La società ungherese si inserisce in un contesto europeo assai secolarizzato. Per questo il Congresso eucaristico internazionale vuole aiutare a una professione chiara ed esplicita della fede insieme ad una necessaria testimonianza verso i più poveri, i malati, gli handicappati e i gruppi etnici che vivono in gravi condizioni economiche e umane». Le molte attività e celebrazioni previste vanno dalle settimane sociali a iniziative per i bambini, da conferenze e incontri culturali alla adorazione eucaristica e alle celebrazioni, anche ecumeniche.

La visita all’inizio di giugno del card. Kurt Koch, presidente del pontificio Consiglio per l’unità dei cristiani, all’abbazia di Pannonhalma, luogo importante di dialogo, ha rafforzato la dimensione ecumenica dell’evento eucaristico. In particolare nei confronti delle Chiese orientali ortodosse.

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