Ungheria: tra ostensorio e democrazia illiberale

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L’ombra del Covid-19 raggiunge l’Ungheria e copre contestualmente sia una concentrazione anomala di poteri nel presidente, Viktor Orban, sia il progettato Congresso eucaristico internazionale (previsto per il 13-20 settembre). Su 10 milioni di abitanti la pandemia conosce 447 contagi e 15 morti, nonostante la chiusura ermetica delle frontiere e severe misure di confinamento.

Con una votazione parlamentare (138 favorevoli, 50 contrari) il 30 marzo si riconoscono al governo diritti eccezionali e rinnovabili, fino alla fine dell’emergenza. La politica illiberale, antieuropea e autoritaria ha fatto – secondo gli osservatori e i media – un salto di qualità verso un potere autocratico.

Pieni poteri a Orban

L’ombra del coronavirus si allunga anche sul progettato e ormai pronto Congresso eucaristico internazionale, il 52° della serie. Non è sicuro che possa essere celebrato, stante l’attuale emergenza, anche se governo e Chiesa convergono nel sostenerlo. Con un paradosso non detto: la politica populista e nazionalista del governo mal si concilia con la dimensione spirituale – universale – dell’eucaristia. Se non fosse per il terreno condiviso e cioè la polemica sulle radici cristiane dell’Europa in senso anti-Bruxelles, e per una inquietante assenza nel magistero e nell’opinione pubblica ecclesiale del tema della democrazia e dei suoi valori, la distanza ecclesiale sarebbe visibile. Ma andiamo con ordine.

Silenzio sulla sfida democratica

Il Congresso eucaristico è ormai definito sia nei suoi eventi maggiori sia nelle iniziative particolari. Si prevede una presenza di circa mezzo milione di pellegrini ed è atteso l’arrivo di papa Francesco nella sua celebrazione finale. Una impegnativa lettera pastorale del dicembre scorso (cf. Settimananews: La pastorale fra emergenze e reticenze) ha evidenziato le quattro sfide maggiori che i vescovi riconoscono: il calo demografico e la difesa della vita nascente, il sistema formativo-scolastico, le nuove povertà e il fenomeno migratorio.

In nessun passaggio della lettera vi è cenno dei molti interrogativi che le istituzioni europee, l’ONU e le agenzie internazionali rivolgono da anni alla politica antilibertaria del governo. La celebrazione è stata preparata da uno studio organico e ampio sul tema dell’eucaristia (cf. Settimananews: Verso il congresso eucaristico internazionale).

Diviso in nove capitoli, il testo tratta delle fondazioni scritturistiche e teologiche dell’eucaristia, la questione del sacramento nella storia del concilio di Trento e nei dibattiti con le Chiese protestanti fino ai recenti passi ecumenici. È conseguente il suo essere fonte e culmine della vita ecclesiale e della sua missione. Nei capitoli dedicati  all’eucaristia e alla santità e come fonte della trasformazione del creato ci si poteva attendere un più preciso riferimento all’attualità.

Attento alle istanze della custodia del creato, ma senza giudizi sul presente è il capitolo a questo dedicato. Suggestivo il richiamo ai santi del ’900: dalla suora Sara Salkahazi uccisa da membri del partito fascista nel 1944 al beato Janos Brenner soppresso dalla polizia di regime (1957), dal beato Vilmos Apor fucilato da un soldato sovietico nel 1945 fino al “confessore” card. Jozsef Mindszenty condannato dallo stato comunista, carcerato per lunghi anni, liberato ed espulso negli anni ’60 (morto nel 1975). Una lettura storica che ricorda come i popoli dell’Europa centrale si siano spesso affrontati sui campi di battaglia, quando hanno rimosso il legame più profondo che li unisce, e cioè: «Cristo è l’unica speranza di questa regione del mondo, di tutta l’Europa e dell’umanità intera».

Pieni poteri a Orban

card. Erdő

Non mancano tratti realistici come l’ammissione che, dopo il 1989, la fede si è indebolita per la secolarizzazione, la laicizzazione e la ricerca del benessere materiale. In positivo, si sottolinea il dialogo fra i popoli e fra i cristiani «nella certezza che sono più le cose che uniscono di quelle che dividono»; che «la storia continua a dimostrare che non si può dare vita se non offrendo sé stessi»; che «il congresso eucaristico internazionale sarà un’ottima occasione per continuare il cammino di guarigione della memoria», per perdonare e vincere assieme le difficoltà del presente.

Europa: istituzioni e radici

L’arcivescovo di Budapest, card. Erdö, ha ricordato: «Abbiamo bisogno della luce della fede per sentire e approfondire la nostra fratellanza con tutti i popoli non solo nel bacino dei Carpazi, bensì in tutto il mondo». In un testo divulgativo si annota: «La società ungherese si inserisce in un contesto europeo assai secolarizzato. Per questo il Congresso eucaristico internazionale vuole aiutare a una professione chiara ed esplicita della fede insieme ad una necessaria testimonianza verso i più poveri, i malati, gli handicappati e i gruppi etnici che vivono in gravi condizioni economiche e umane».

L’Europa torna con insistenza, ma sempre in connessione con le radici cristiane e in polemica con gli indirizzi secolarizzanti delle istituzioni attuali. «La nostra civiltà ha costruito l’unità spirituale dell’Europa nutrendosi alla stessa sorgente. Al giorno d’oggi, nel momento storico che stiamo vivendo, le singole Chiese particolari non sono in grado di rispondere da sole alle sfide che le interpellano. Senza rinnegare le differenze derivanti dalle vicende storiche, va sempre più maturando la consapevolezza dell’unità che, affondando le sue radici nella comune ispirazione cristiana, componga le diverse tradizioni culturali e spinga, a livello sociale come a livello ecclesiale, un cammino di conoscenza reciproca nella condivisone dei valori di ciascuno» (Documento congresso).

Suona sorprendente l’assenza di ogni distanza critica rispetto alle gravi decisioni politiche prese, recenti e non. Il governo governerà per decreto, per un tempo illimitato, col solo obbligo di informare il presidente del parlamento e i capigruppo. Sarà possibile l’uso dei militari per dirigere le imprese strategiche. Pene detentive fino ad 8 anni per chi ostacola il lavoro amministrativo e fino a 5 per chi diffonde notizie “false”, cioè scomode.

Per il ministro della giustizia, Judit Varga, tutto sarebbe conforme con l’ordinamento costituzionale. A suo dire il parlamento (chiuso e non più funzionante) può ritirare il suo consenso quando vuole e la fine dell’emergenza «sarà chiara per tutto il mondo». Il partito di maggioranza non ha voluto l’apporto della minoranza sull’ipotesi di una legislazione eccezionale ma limitata nel tempo (90 giorni).

Il silenzio e la responsabilità

L’Alto commissario dell’ONU per i diritti umani ha espresso una preoccupazione allarmata. Il Consiglio d’Europa ha avvertito che «uno stato di emergenza indefinito non può garantire il rispetto dei principi fondamentali della democrazia». L’Istituto internazionale per la stampa (Vienna) annota che le minacce ai giornalisti costituiscono un passo ulteriore verso il totale controllo dell’informazione e sono contro la libertà di stampa.

Il commissario europeo per la giustizia e lo stato di diritto, Didier Reynders, ha sottolineato che la Commissione europea sta valutando la legge sullo stato di emergenza in Ungheria. L’opposizione interna sentenzia: «È iniziata la dittatura senza maschera di Orban» e accusa il governo di nascondere dietro la legge l’insufficienza del sistema sanitario, sottofinanziato da molti anni.

Pieni poteri a Orban

Se il silenzio della gerarchie ecclesiali ignora le domande critiche di una parte del corpo sociale nazionale e gli appelli degli organismi internazionali, potrebbe non soltanto vedere naufragare il Congresso per il prolungamento dell’emergenza virus, ma dover rispondere dell’insufficienza del suo magistero.

Il precedente Congresso eucaristico internazionale celebrato nel 1938 a Budapest (34° della serie, col titolo Eucharistia, vinculum caritatis) ebbe pieno successo di partecipazione (mezzo milione alla messa conclusiva), ma «non riuscì a evitare il secondo conflitto mondiale che portò all’Ungheria lutti e sacrifici».

La democrazia è strumento fragile. Custodirla è anche compito della Chiesa.

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Un commento

  1. Salvo 4 ottobre 2020

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