Le elezioni USA e l’incognita Covid-19

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Stati UnitiPer sei mesi i candidati alla nomination del Partito Democratico americano hanno discusso di come salvare l’America da se stessa, ma gli elettori hanno usato un altro criterio e hanno scelto chi poteva semplicemente salvarla da Donald Trump. La pandemia di Coronavirus costringe a rivalutare sei mesi di dibattiti televisivi sempre uguali. Un’attenta analisi di Stefano Feltri ci permette di dare uno sguardo a quanto sta accadendo negli Stati Uniti.

Bernie Sanders, ancora in corsa, e vari sfidanti ormai ritirati come Elizabeth Warren e Andrew Yang hanno cercato di discutere le storture del modello economico americano che potrebbero trasformare il contagio del Coronavirus in una catastrofe economica e sociale.

Il Covid-19, l’intruso nella campagna elettorale

Ma il Coronavirus non c’era e gli elettori, almeno finora, hanno scelto con l’unica bussola della electability, cioè della “capacità” – tutta da dimostrare – di un candidato di poter battere Trump a novembre, puntando sugli elettori moderati. E così hanno premiato Joe Biden, l’ex vicepresidente di Barack Obama che al pubblico dei confronti tv non pareva abbastanza lucido per completare una frase senza incespicare, figurarsi per stare quattro o otto anni alla Casa Bianca.

I candidati Democratici non potevano averne piena consapevolezza ma stavano discutendo di politiche che da cui ora dipenderà – letteralmente – la vita o la morte di milioni di americani. Soltanto l’emergenza ha reso palese, un attimo troppo tardi, che non si trattava di battaglie ideologiche ma di questioni tanto concrete quanto drammatiche.

Il senatore del Vermont Bernie Sanders si definisce, con una punta di civetteria, “socialista” più per marcare la differenza dagli altri Democratici che per i suoi programmi estremisti. È il vero grande sconfitto delle primarie, anche se ancora formalmente in corsa. Ha perso contro Hillary Clinton nel 2016 e sta perdendo contro Joe Biden nel 2020, pur avendo alle spalle un impressionante movimento sociale, pieno di giovani. Propone da anni una sanità pubblica quasi sul modello europeo, che garantisca un minimo di servizi a tutti senza pagamenti out of pocket (invitabili anche per chi ha copertura assicurativa) e senza far dipendere le tutele dal datore di lavoro, cosa che lascia in automatico senza protezione chi viene licenziato.

I suoi avversari, a cominciare da Joe Biden, lo hanno presentato come un visionario incapace di elaborare proposte concrete che il Congresso potrebbe davvero votare. Ma poco dopo le elezioni del Super Tuesday che hanno segnato la rimonta di Joe Biden il 3 marzo, addirittura Donald Trump ha dovuto ammettere che l’unico modo di affrontare la pandemia da Coronavirus è offrire a tutti gli americani la possibilità di avere tamponi gratuiti e forse anche trattamenti (su questo punto in realtà non è affatto chiaro cosa venga coperto dal governo e cosa no). All’improvviso una sanità universale e gratuita sembra non soltanto fattibile, ma una condizione necessaria per la sopravvivenza stessa dell’America.

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Eppure gli Stati Uniti restano indietro, non sono pronti, non hanno i test perché il governo non è in grado di produrli e le compagnie farmaceutiche private come la Roche si sono mosse soltanto a emergenza ormai deflagrata, quando il potere contrattuale con il governo era massimo. Quarantotto ore dopo aver presentato alla nazione il Coronavirus come un problema di importazione, che si doveva affrontare fermando i voli dall’Europa dopo aver bloccato quelli dalla Cina, Donald Trump ha dovuto cambiare messaggio.

Il 13 marzo, dal Giardino delle Rose della Casa Bianca ha annunciato una strategia di risposta alla crisi che, in sostanza, delega tutto al settore privato: sul palco si alternavano il presidente gli amministratori delegati delle grandi catene di supermercati e farmaci, da WalMart a Walgreens a Wholefood. Prima o poi, non si sa bene quando, gli americani potranno essere testati per il virus nel parcheggio dei supermercati, nell’attesa potranno fare un po’ di spesa e tenere alti i consumi. Non il massimo per evitare la diffusione del contagio.

l programmi della Warren e di Yang

La senatrice del Massachusetts Elizabeth Warren ha passato la sua lunga e appassionata campagna presidenziale a contestare l’eccessivo potere delle grandi corporation in America: non si tratta di campagne anti-impresa. Il capitalismo è regredito ai tempi dei robber baron, quando i signori delle ferrovie e dell’acciaio controllavano tutte le filiere, altro che animal spirits del mercato.

Per stare alla sanità, dopo vent’anni di acquisizioni, la catena CVS domina il 26% del settore delle farmacie a livello nazionale, un americano su tre deve rifornirsi dai suoi scaffali. Gli ospedali, che in America sono aziende private, continuano a fondersi tra loro per creare entità sempre più grandi: promettono economie di scala ed efficienza, ma molti economisti hanno dimostrato che offrono semplicemente servizi di qualità peggiore e a prezzi più alti di cui i pazienti non sono immediatamente consapevoli perché il costo viene prima scaricato sulle assicurazioni che, solo in un secondo momento, lo trasformano in un aumento dei premi richiesti.

La Warren ha promesso di invertire questa tendenza, di usare le armi dell’antitrust per proteggere la competizione e per garantire agli americani di poter scegliere tra fornitori diversi. E soprattutto per evitare che la politica si trovi ostaggio di pochi monopolisti – vedi il caso di Amazon – che possono imporre le proprie esigenze perfino al presidente degli Stati Uniti.

Nel mondo pre-virus, quando l’indice Dow Jones di Wall Street era ai massimi di sempre e quando la Federal Reserve tagliava i tassi di interesse per scongiurare la recessione nell’anno elettorale, il messaggio della Warren non è bastato. Anche gli elettori Democratici hanno preferito cullarsi nell’illusione di uno status quo che garantiva o almeno prometteva prosperità a tutti. Finché la torta del benessere cresce la dimensione delle fette sembra un problema secondario.

Stati Uniti

La Warren ha condotto una campagna elettorale su posizioni più vicine a quelle di Sanders che a quelle di Biden, ma dopo il ritiro non ha ancora dichiarato il proprio appoggio a nessuno dei due. C’è ancora una possibilità che Biden la scelga come vicepresidente per tenere i suoi temi nell’agenda del partito Democratico e dare agli elettori di Sanders una ragione per votare un candidato presidente così antitetico al senatore del Vermont.

Anche Andrew Yang è uscito dalla corsa appena prima che diventasse evidente come le sue proposte erano assai meno utopistiche di quanto sembrava. Americano di famiglia asiatica, imprenditore, attivista, impegnato a mantenere posti di lavoro nell’America profonda con il suo progetto Venture for America, Yang ha proposto per mesi l’introduzione di un reddito minimo universale per tutti gli americani. Non la versione piena di paletti e obblighi introdotta dal Movimento Cinque Stelle in Italia, ma un vero reddito di base per mitigare le conseguenze dell’automazione e della globalizzazione. Quanto di meno americano ci possa essere, per un Paese in cui i beneficiari delle prestazioni di welfare sono ancora visti come parassiti della parte produttiva della società.

Eppure, di fronte alla crisi da Coronavirus, l’amministrazione Trump ha annunciato la cosa più simile a un reddito di base su larga scala: 500 miliardi di dollari da erogare in due tranche tra aprile e maggio a tutti gli americani, senza particolari restrizioni. Tutte le obiezioni sulla fattibilità di un simile programma su vasta scala e sugli eventuali disincentivi al lavoro che comporta svaniscono di fronte alla necessità di sostenere l’economia nel momento più difficile del dopoguerra. Se l’operazione di Trump funziona, poi sarà molto più difficile sostenere che un reddito di base è incompatibile con il capitalismo americano o impossibile da distribuire.

I temi razziali

I temi razziali sono scomparsi da mesi nella campagna dei Democratici, da quando i candidati afroamericani in corsa hanno fallito nel presentarsi come alternativi credibili a Joe Biden, assai bianco ma anche ex numero due del primo presidente nero, Barack Obama. Il senatore del New Jersey Cory Booker e la senatrice della California Kamala Harris sono usciti presto dalla competizione che è rimasta per soli bianchi.

La crisi del Coronavirus però farà esplodere ancora una volta le disuguaglianze razziali, perché la crisi prima sanitaria e poi economica colpirà in modo sproporzionato afroamericani, latinos, immigrati senza documenti e tutti coloro che sono nelle fasce più fragili del mondo del lavoro. Se guardiamo al 10% più povero dei lavoratori – in cui si concentrano neri e latinos – soltanto il 30% ha diritto alla malattia pagata, contro oltre il 90% tra coloro che appartengono al 10% più pagato della distribuzione.

Aziende e istituzioni hanno già iniziato a licenziare tutti i dipendenti pagati a ore che adesso si troveranno senza reddito, oltre che senza assicurazione sanitaria.

Un’occasione sprecata?

L’ex sindaco di New York Michael Bloomberg è stato condannato dalla sua incapacità di replicare agli attacchi dei suoi avversari in tv e dall’assenza di un vero supporto nel Paese. La sua effimera campagna gli è comunque costata quasi 1 miliardo di dollari del suo patrimonio personale. Soldi ed energie che ora sembrano doppiamente sprecati, visto che avrebbero potuto sostenere i Democratici contro Trump o il settore non-profit cui Bloomberg ha sempre contribuito per contrastare la pandemia.

Le primarie del partito Democratico sono state finora una grande occasione persa.

Nel mondo precedente al Covid-19 le faide tra personalità, l’urgenza di trovare il candidato più rassicurante da contrapporre a Trump e la difesa dello status quo hanno determinato la prevalenza di Joe Biden. Il partito, che al suo interno aveva le voci e le proposte per affrontare le sfide a cui sta andando incontro l’America, ora si trova quindi rappresentato dall’anziano senatore del Delaware, un paradiso fiscale dentro gli USA, che si è affermato proprio contestando la necessità di cambiamenti radicali. E ora non è certo il più adatto per difenderne l’urgenza, di fronte ai tentennamenti e ai ritardi dell’amministrazione Trump che avranno un alto costo economico e di vite umane.

Ma le crisi creano e distruggono leadership, le elezioni di novembre sono ancora lontane e l’esito è oggi più che mai imprevedibile.

Stefano Feltri è direttore del sito ProMarket.org ed editorialista del Fatto Quotidiano.

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