USA: i gesuiti e il razzismo

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Rimarrà a lungo impressa nella memoria l’immagine del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump che tiene in alto una Bibbia mentre, il primo giugno scorso, va a far visita alla chiesa episcopaliana St. John’s Church, a Washington, a cui era stato appiccato un incendio durante i disordini seguiti all’uccisione di George Floyd. Come rimarrà nella memoria la scena della polizia che spara proiettili di gomma e gas lacrimogeni per disperdere alcuni dimostranti pacifici far strada a Trump.

«È questa la tua Bibbia?», gli ha gridato un reporter. «È una Bibbia», ha mormorato Trump. Il messaggio di questo gesto non è difficile da interpretare: «Voi e la vostra chiesa siete sotto attacco. Io userò i vostri simboli, voi potete usare del mio potere. Io li proteggerò e sconfiggerò gli aggressori con qualunque forza sarà necessaria. Noi siamo al vostro fianco».

Ha scritto McKay Coppins in The Atlantic (rivista statunitense di cultura, letteratura, politica estera): «La maggior parte dei cristiani conservatori bianchi non vuole compassione da questo presidente; vuole la forza. In Trump, essi vedono un campione che li riporterà al loro giusto posto al centro della vita americana, usando la sua terribile veloce spada per punire i suoi nemici».

Nella rivista dei gesuiti statunitensi, America, in cui è dedicato ampio spazio nel numero di inizio giugno a ciò che sta avvenendo nel Paese, Zac Davis commenta: «È chiaro che il presidente sta cercando di trascinare la Chiesa e il Vangelo in una guerra culturale che sta facendo a pezzi il nostro Paese, ma non glielo permetteremo».

E Wilton Gregory, primo arcivescovo cattolico di colore di Washington: «Sarebbe sconcertante e riprovevole se qualsiasi struttura cattolica permettesse di essere abusata e manipolata in modo così grossolano da violare nostri principi religiosi».

Come sacerdote gesuita, scrive James Martin S.J. (America 1° giugno): «Sono solidale con le persone che hanno perso la vita in seguito alla violenza armata quest’anno, tra cui George Floyd, Breonna Taylor, Ahmaud Arbery e molti altri. Io sto con coloro che erano con essi in vita e con quelli che ora sono con loro nella morte. Il razzismo – disse Giovanni Paolo II – è uno dei mali più “persistenti e distruttivi” degli Stati Uniti. È un peccato commesso non solo da singoli individui, ma fa parte della struttura sociale in cui vivono tutti gli americani.

E io devo riconoscere di esserne partecipe: come americano che ha beneficiato del privilegio dei bianchi e che vive con l’eredità della schiavitù, come cattolico che vive con l’eredità di una Chiesa che non è riuscita ad attribuire al peccato del razzismo l’attenzione richiesta in questo paese e come sacerdote gesuita il cui ordine religioso in questo paese un tempo possedeva uomini e donne schiavi».

«Il razzismo è – afferma padre Bryan Massingale, teologo cattolico – una malattia dell’anima. Questa malattia che si è diffusa da quando i primi africani furono portati con la forza in America e venduti come schiavi 400 anni fa. La nostra nazione è fondata e continuamente modellata dalla supremazia bianca».

La «supremazia bianca – prosegue il padre – è sostanzialmente il presupposto secondo cui questo paese, le sue istituzioni politiche, il suo patrimonio culturale, le sue politiche sociali e i suoi spazi pubblici appartengono ai bianchi in modo tale da non appartenere ad altri. È la tesi basilare secondo cui alcuni fanno parte naturalmente del nostro spazio pubblico e culturale, mentre altri devono giustificarsi di essere qui. Inoltre, c’è il sospetto che quegli “altri” si trovino nel “nostro” spazio solo perché qualcuno ha concesso loro speciali indennità».

Questa, scrive Massingale, «è la verità più spiacevole che dobbiamo affrontare come americani sul razzismo… L’uccisione del signor George Floyd – definita dal presidente della conferenza episcopale José Gómez, «un crimine che grida al cielo per ottenere giustizia» –, è qualcosa che dovrebbe far indignare tutti, ma soprattutto gli americani bianchi».

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Bryan Massingale

Quali iniziative intraprendere?

I redattori di America, da parte loro, hanno scritto un editoriale in cui affermano che «per combattere il razzismo i cattolici devono avere la stessa fame di giustizia che hanno per l’eucaristia». Si sono chiesti: quali iniziative intraprendere? E ne segnalano cinque.

  • Pentimento: la chiesa negli Stati Uniti è stata tristemente complice delle ingiustizie sistemiche del razzismo bianco. (Come rivista gesuita, dobbiamo riconoscere la nostra parte in questa storia: i gesuiti americani e le loro istituzioni possedevano e talvolta vendevano schiavi fino al 1838). I cattolici bianchi hanno spesso ignorato ed emarginato le voci dei cattolici di colore che chiedevano alla Chiesa di ascoltarli e rispondere alle esigenze delle loro comunità.
  • Solidarietà: i cattolici non devono inventare nuovi modi per combattere il razzismo. C’è già una quantità di lavoro da fare per la giustizia razziale. Tuttavia molti cattolici sembrano troppo timidi nell’ascoltare e nel collaborare con i nuovi movimenti, come Black Lives Matter, che stanno guidando l’attuale lotta per la giustizia. Vescovi, pastori e leader laici dovrebbero aprirsi ai gruppi di attivisti antirazzisti presenti nelle loro comunità. Oltre ad esprimere solidarietà nell’attività organizzativa, i cattolici possono anche mostrare solidarietà economica, sostenendo le imprese di proprietà dei neri nelle proprie comunità e offrendo dei contributi alle organizzazioni che operano per la giustizia razziale e ai ministeri che servono direttamente i cattolici neri.
  • Presenza: una precedente generazione di clero e di religiosi ci ha lasciato immagini esemplari di cattolici che marciavano mano nella mano con leader eminenti dei diritti civili…. I cattolici, in particolare quelli la cui presenza e il cui abito simboleggiano visibilmente la Chiesa, dovrebbero partecipare alle proteste per dimostrare l’impegno della Chiesa.
  • Formazione: per assicurare un cambiamento profondo e duraturo, i cattolici dovranno esaminare i modi in cui formano le coscienze, specialmente nell’attività educativa. I responsabili delle istituzioni di formazione, dai seminari alle scuole secondarie, dovrebbero esaminare i curriculum per vedere come vengono affrontate la storia e l’attuale realtà del razzismo. Gli studenti formati dall’educazione cattolica dovrebbero riconoscere che il razzismo è un male intrinseco e una manifestazione primaria del peccato sociale.
  • Preghiera: la preghiera è uno dei modi più efficaci di testimonianza pubblica dei cattolici. Essi si uniscono per varie cause come novene, processioni, campagne del rosario e ore sante. Non è un caso che questi mezzi spirituali, che dipendono più dalla grazia di Dio che dalle nostre forze, ci uniscano insieme e annuncino il Vangelo della misericordia e della giustizia in modo più efficace di quanto i soli proclami sui principi morali possano fare da soli. I gruppi cattolici, a partire dai vescovi e dalle reti organizzative nazionali, fino alla parrocchia locale, dovrebbero promuovere una campagna di preghiera per guarire dai peccati di razzismo… Il Signore ci dia la forza di continuare a gridare per risanare la nostra nazione finché giunga a riconoscere che come persone siamo creati tutti uguali.
Una giusta indignazione 

«L’uccisione di George Floyd, o più precisamente, l’esecuzione extragiudiziaria di George Floyd, immortalata per sempre nei filmati – scrive p. Martin –, rivela ancora una volta la cultura della supremazia bianca, una cultura esacerbata dal nostro presidente, incoraggiata dal suo richiamo delle idee razziste e istigata dal suo riprovevole commento: “Quando inizia il saccheggio, inizia la sparatoria”.

L’omicidio del signor Floyd è qualcosa che dovrebbe indignare tutti, specialmente gli americani bianchi. E non sbagliarsi: la giusta indignazione è la stessa che ha provato Gesù quando vide la profanazione del tempio di Gerusalemme e gettò a terra il denaro dei cambiavalute e ne rovesciò i banchi (Gv 2,13-16). Gesù vide qualcosa di santo che veniva profanato, come vediamo noi un ufficiale di polizia che preme il suo ginocchio su un uomo indifeso e continua a farlo anche quando questi gli grida “I can’t breathe” (non riesco a respirare)».

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Omaggio a George Floyd (Bansky)

«Come si può non vedere – prosegue p. Martin – le risonanze con Gesù sulla croce? Duemila anni fa, i soldati romani inchiodarono il corpo di Gesù su una croce di legno, mentre altri soldati stavano a guardare, e quando Gesù morì, disse: “Ho sete” (Gv 19,28). Il mese scorso, un agente di polizia ha premuto un ginocchio sul corpo di George Floyd, mentre altri agenti di polizia stavano a guardare, e morendo George Floyd invocò: “acqua”. Quindi, se piangi per Gesù sulla croce e non piangi per George Floyd, allora vuol dire che non capisci».

«Questo è ciò che colpisce maggiormente il mio cuore: non solo l’eredità del razzismo che conosco e di cui leggo, ma vederlo in azione e vedere un figlio amato da Dio trattato in quel modo. Non posso sopportare persone trattate in quel modo. Non riesco a descrivere adeguatamente quanto mi fa indignare e perché mi commuove fino alle lacrime. E non riesco a immaginare cosa provi una persona di colore nel vedere una cosa del genere. E sono in molti a vederla. Questo ha commosso anche Gesù. Ogni volta che vedeva persone maltrattate, ci dicono i Vangeli, il suo cuore si sentiva “mosso a compassione”. Il greco originale è molto più forte: Gesù lo sentìva “nelle sue viscere”.

Questa è una delle ragioni per cui si è sempre schierato dalla parte dei poveri, degli esclusi, degli emarginati. Perché è questo il posto dove sta Gesù. Sta con coloro che sono percossi, sta con i perseguitati. Gesù sta con gli uomini e con le donne neri che sono stati uccisi da uomini bianchi armati o da ufficiali di polizia. Gesù sta con i manifestanti che chiedono giustizia, gridando che le vite dei neri devono essere importanti…».

«Cosa possono fare i cattolici riguardo a questo peccato? Prima di tutto – risponde p. Martin –, cominciando con l’ascoltare ciò che i nostri fratelli e le nostre sorelle afroamericani ci dicono… Ieri (31 maggio) era la solennità della Pentecoste in cui abbiamo celebrato la discesa dello Spirito Santo sulla comunità dei discepoli, sia su ciascuno, sia sul gruppo. Provate perciò indignazione, tristezza, frustrazione, confusione e rabbia per la morte di George Floyd, Breonna Taylor e tanti altri? Questa è la vostra Pentecoste: lo Spirito Santo che si commuove attraverso di voi. In quale altra maniera potrebbe farlo? Perciò ascolta quello Spirito che si commuove dentro di te; ascolta ciò che i tuoi fratelli e sorelle afroamericani hanno da dire; e lascia che lo Spirito che opera attraverso di loro, ti istruisca, e poi agisci».

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