Vita e morte di Darya Dugina

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A quasi un mese di distanza dall’attentato che le è costato la vita, Darya Dugina è scomparsa dalle cronache e, con lei, le molte teorie nate dopo la sua morte. Alle 21.45 del 20 agosto scorso, Darya Dugina, la trentenne figlia del politologo russo Alexander Dugin, salta in aria con la sua auto mentre stava tornando a Mosca dal sobborgo di Zakharovo, dove aveva preso parte all’annuale festival “Tradizione”.

Chi era

Sulla figura di Darya Dugina è stato scritto molto anche in Occidente, ma solo dopo la sua morte violenta, perché prima era una perfetta sconosciuta, nonostante fosse la figlia prediletta di quello che viene spesso definito come il consigliere più ascoltato dal presidente Putin. In realtà, pur essendo una fervente attivista e propagandista delle teorie paterne, Dugina non era una figura di spicco nemmeno in Russia, se non nei circoli e negli ambienti dell’estrema destra “eurasiatista”, gli stessi di cui il padre è il vero idolo.

Nata nel 1992 dal secondo matrimonio del padre, nel 2014 Darya si laurea all’Università Statale di Mosca con una tesi su Platone, preparata anche durante un soggiorno in Francia, dove aveva frequentato l’Università Bordeaux Montaigne. Dopo la laurea, alterna l’attività di propagandista delle teorie euroasiatiste con quella di musicista, tenendo anche concerti a Mosca e a San Pietroburgo.

Contemporaneamente, si cimenta con il giornalismo, utilizzando lo pseudonimo di Darya Platonova e lavorando saltuariamente per Russia Today, per Radio Komsomolkaya Pravda e partecipando a trasmissioni sul Primo Canale. Segue anche le vicende politiche francesi per Tsargrad tv.

Giovanni Savino, su Valigia Blu, ha scritto che «L’aggressione militare in Ucraina proietta ancor di più Platonova nell’ambiente dell’estrema destra: interviene ogni settimana nelle varie trasmissioni televisive come voce neo-eurasiatica, partecipa a assemblee organizzate dai circoli nazionalisti e d’estrema destra, è ospite d’onore in vari streaming d’area.

La ragazza “sorridente e aperta”, di cui raccontano le amiche degli anni universitari, si è trasformata nella “Marine Le Pen russa”, come recita uno dei tanti articoli in suo ricordo su Tsargrad.tv, e viene inclusa nelle sanzioni di Gran Bretagna e Australia, perché considerata una delle principali fonti della disinformazione russa.

Il canale Telegram della Platonova, marchiato con la Z, ha poco più di 20.000 iscritti che, sommati ai repost di altri canali più seguiti, come Nezygar’, considerato una delle voci degli ambienti del potere in Russia, fanno un pubblico non da poco; inoltre, la collaborazione con la casa editrice Černaja sotnja (Centurie nere) si è estesa all’organizzazione di due iniziative nelle librerie a essa legate a San Pietroburgo e a Mosca».

In realtà, sembra che siano state sopravvalutate sia le sue relazioni con Marine Le Pen che la sua influenza sull’opinione pubblica russa. Con la leader della destra transalpina Dugina aveva avuto solo qualche contatto durante il suo soggiorno di studi in Francia e, al pari del più famoso padre, anche in Russia non poteva definirsi propriamente una opinion leader, nonostante la stima di cui godeva negli ambienti più estremisti.

L’attentato

Fervente sostenitrice dell’aggressione all’Ucraina, Dugina era stata a giugno nella città martire di Mariupol, dove aveva visitato Azovstal, l’ultima ridotta del tristemente noto Battaglione Azov, il reparto militare ucraino formato da elementi neonazisti che aveva resistito ad oltranza contro i militari russi e i miliziani fondamentalisti ceceni di Kadirov.

In precedenza, aveva sostenuto che il massacro di Bucha – ove, dopo la ritirata delle truppe di occupazione russe, sono state scoperte centinaia di vittime civili – non era altro che una montatura dei servizi segreti ucraini e occidentali.

Non un bel personaggio, dunque, ma davvero meritevole dell’impegno richiesto da un’azione come quella avvenuta il 20 agosto su una strada per Mosca?

Parrebbe di no, naturalmente a condizione che si stia pensando ad un’azione organizzata dall’esterno, cioè dall’Ucraina, come hanno sostenuto immediatamente le autorità russe. In base alle indagini condotte dai servizi russi, a compiere l’attentato sarebbe stata una militare ucraina legata al Battaglione Azov, entrata in Russia da settimane insieme alla figlia dodicenne, con la quale avrebbe preso in affitto un appartamento nello stesso stabile di Mosca dove abitava Dugina. Dopo pedinamenti e appostamenti, sarebbe stata proprio la bambina a collocare nell’auto di Dugina l’ordigno che l’avrebbe uccisa.

La ricostruzione ufficiale russa appare poco convincente, non tanto per il presunto utilizzo della bambina-killer – il mondo è purtroppo pieno di bambini-soldato fanatizzati e sfruttati –, quanto per l’estrema facilità con cui le attentatrici e un altro complice, individuato successivamente, si sarebbero mossi attraverso il confine di un Paese in guerra e all’interno dello stesso.

Secondo gli investigatori russi, poi, il fatto che sia stato affittato un appartamento nel palazzo dove viveva Dugina confermerebbe che l’obiettivo era proprio lei e non il padre, come si era ipotizzato in un primo momento.

Il ministro ucraino Podolyak ha smentito ogni coinvolgimento nell’attentato, affermando – in sostanza – che Dugina non costituiva un obiettivo degno di attenzione, e questo appare abbastanza credibile, anche se, in linea teorica, non si può scartare a priori la possibilità di un’iniziativa autonoma di qualche gruppo ucraino non istituzionale che abbia voluto colpire Alexander Dugin, con quella che, in Italia, chiameremmo una vendetta trasversale.

Sul fatto che molti ucraini ricambino simmetricamente l’odio manifestato nei loro confronti sia da Dugin padre che dalla figlia, non possono sussistere dubbi.

Pochissimo credibile, infine, l’ipotesi dell’azione condotta da un sedicente Esercito Repubblicano Nazionale, come sostenuto da Ilya Ponomarev, ex parlamentare russo, da anni in esilio, che recentemente si è presentato come il coordinatore politico di un’alleanza fra lo stesso Esercito Repubblicano Nazionale, la Legione Libertà per la Russia (gruppo paramilitare dì cui fa parte Igor Volobuev, ex Presidente di Gazprom Bank) e il Corpo dei Volontari Russi, sigla praticamente sconosciuta.

Da alcuni mesi, in effetti, si assiste a numerose azioni, sia in Russia che in Bielorussia, rivendicate da parte di gruppi di opposizione in gran parte di ispirazione anarchica o socialista rivoluzionaria, ma si è trattato sempre di azioni dirette contro strutture militari, comandi di polizia, vie di comunicazione ecc. e mai contro persone, a differenza di quanto avviene nei territori ucraini occupati, dove più di un collaborazionista è stato colpito da partigiani ucraini che agiscono ovviamente in clandestinità.

Il potere occulto russo

Vi è, dunque, un’altra pista che andrebbe presa in considerazione ed è quella che inquadra l’attentato mortale contro la figlia di Dugin nel contesto degli strani decessi di alcuni oligarchi e uomini di potere russi, una scia di cadaveri il cui inizio coincide con quello dell’invasione dell’Ucraina.

Non sono un mistero per nessuno i rapporti di Dugin con elementi che accompagnano l’attivismo nell’estrema destra con affari poco puliti, per usare un pallido eufemismo. Noi possiamo farci un’idea della situazione, vivendo in un Paese in cui sono esistite – e, presumibilmente, esistono ancora – relazioni tanto profonde quanto oscure fra l’estremismo di destra, la malavita organizzata e settori del potere politico.

Senza scomodare gli antichi rapporti fra N.A.R., Banda della Magliana e – per interposti servizi deviati – alcuni uomini politici o quelli fra l’Onorata Società e la Democrazia Cristiana, basta tornare indietro di pochi mesi e riguardarsi l’inchiesta di Fanpage, rilanciata in televisione da Corrado Formigli, sulla convivialità – chiamiamola così – fra noti arnesi dell’estremismo neofascista e alti esponenti del partito cui i sondaggi assegnano la vittoria nelle prossime elezioni politiche.

Con buona evidenza, la guerra contro l’Ucraina e le sue conseguenze potrebbero avere portato non pochi sconquassi nel mondo del potere occulto russo.

Sarebbe opportuno tornare a riflettere sull’episodio del 21 febbraio scorso, immediatamente antecedente l’inizio dell’invasione, quello che vide il capo dei servizi segreti esterni russi (SVR), Sergei Naryshkin, nel corso del Consiglio di Sicurezza, tentare timidamente di indurre Putin ad una maggiora prudenza, ricevendone in cambio una fulminante e sprezzante stroncatura in diretta televisiva.

Stranamente, Naryshkin è ancora al suo posto, mentre, alla luce degli insuccessi militari incassati dalle truppe di Mosca, molti generali e alti ufficiali sono stati sollevati dall’incarico.

Paradossalmente, è dall’estrema destra russa che arrivano le critiche più forti alla cosiddetta operazione militare speciale, anche perché le voci dell’opposizione alla guerra sono state tutte silenziate dalla censura del regime.

Sui canali Telegram di ex ufficiali russi e di attivisti si leggono sempre più spesso critiche rabbiose alla conduzione delle operazioni militari, denunce dell’inadeguatezza e della corruzione che regnano fra gli alti gradi, osservazioni spietate sull’impreparazione, il morale e gli equipaggiamenti delle truppe sul campo.

Quella che, nelle intenzioni di Putin, avrebbe dovuto essere una blitzkrieg, una guerra lampo che sarebbe durata pochi giorni e avrebbe portato all’ingresso trionfale dell’Armata Russa a Kyev, Kharkiv e Odessa, si è trasformata in una logorante guerra di posizione, con i militari russi inchiodati sulle posizioni conquistate nei primi giorni dell’invasione e le forze armate ucraine, rifornite delle armi occidentali, che passano alla controffensiva, mentre i russi sembrano in grado solo di lanciare missili a casaccio sui centri abitati, in quella che appare più come una disperata ritorsione terroristica che una coerente strategia di combattimento.

Il potere di Putin e gli altri poteri

Se proviamo a mettere in fila il dissenso espresso da Naryshkin, le misteriose morti di oligarchi e altissimi dirigenti, gli insuccessi militari, le purghe contro generali e comandanti, gli effetti delle sanzioni occidentali e inseriamo l’attentato mortale contro Darya Dugina in questo contesto, ne emerge un quadro inquietante, ma molto interessante.

Un’ipotesi – tutta da verificare – è che l’insoddisfazione per l’andamento di una guerra che appare lontanissima dal conseguire i risultati promessi abbia innescato un conflitto sotterraneo fra l’establishment più legato a Putin e altri poteri – anche di natura criminale – presenti nel deep state russo e che, perciò, Dugina, in quanto figura di spicco per l’estrema destra, sia stata colpita nell’ambito di tale conflitto.

Quando si parla di “insoddisfazione”, si intendono interessi materiali, arricchimenti, carriere, tutte cose che i pessimi risultati dell’operazione speciale stanno mettendo in grave difficoltà. Una possibilità, dunque, è che l’esecuzione di Darya Dugina sia stata un segnale lanciato a quegli ambienti che dissentono – da destra – dalla conduzione della guerra e che potrebbero essere tentati – loro, più che la NATO e l’Occidente – da un regime change: dalla sostituzione di Putin con qualcuno ritenuto in grado di tutelare meglio i loro interessi.

Dai tempi degli zar, le cupole del Cremlino hanno fatto ombra a innumerevoli complotti e conflitti mai esplicitati, ma non per questo meno intensi. Basti pensare all’odio nutrito verso Rasputin da una parte consistente dell’aristocrazia russa, culminato con il suo assassinio, o alla tuttora misteriosa morte di Lavrenti Beria, in merito alla quale ancora si discute se sia avvenuta per mano di Nikita Kruschev che, ubriaco, se ne vantò con Giancarlo Pajetta, oppure ucciso immediatamente dopo l’arresto da parte del generale Zukov, durante una drammatica riunione del Praesidium del Soviet Supremo, o ancora fucilato dopo un rapido processo tenuto da un Tribunale Speciale. Secondo il figlio di Beria, invece, suo padre fu ucciso durante l’assalto alla sua casa da parte di unità militari.

La dinastia Romanov cessò di esistere a causa di una guerra condotta male, dove poveri contadini, armati inadeguatamente e comandati da generali e ufficiali tanto arroganti quanto incompetenti, cadevano come mosche. Più recentemente, il fallimento dell’invasione in Afghanistan contribuì non poco ad avvicinare il collasso dell’URSS e la deposizione di Gorbaciov: qualunque cosa si pensi di questi, Putin questa storia russa la conosce bene.

In conclusione, è possibile affermare che, allo stato attuale, sulla morte di Darya Dugina non vi sono certezze. E, probabilmente, non ci saranno mai.

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