Bruxelles: il fragile equilibrio di una città

di: B. P.
Bruxelles, Piazza della Borsa

Bruxelles 22/03/2016. «Je suis Bruxelles – Ik ben Brussel» in Piazza della Borsa. (Federico Gambarini/dpa)

Vivo e lavoro a Bruxelles da molti anni. Una città dove si parlano praticamente tutte le lingue del mondo, oltre a versioni un po’ arrangiate del francese e dell’inglese. Sulle cui strade sfrecciano le Mercedes dei dirigenti UE e NATO a fianco alle utilitarie sgangherate degli immigrati marocchini, rumeni, turchi, congolesi…, e chi più ne ha più ne metta.

Città di tutti e di nessuno, necessariamente aperta, vivace, tollerante. Votata all’arte di arrangiarsi. Sporca e disorganizzata. Ricca e poverissima al tempo stesso. Costantemente intasata. Dove, se non a Bruxelles, alcuni tunnel cittadini sono chiusi al traffico fino a data da destinarsi, perché i lavori di ristrutturazione sono ritardati dal fatto che i topi si siano mangiati i piani originali dei tunnel stessi?

Bruxelles divisa in diciannove comuni, sei zone di polizia e vittima costante degli storici – quasi sempre ridicoli e incomprensibili – dissidi tra fiamminghi e francofoni. Capitale di un paese altamente consociativo, dove i (numerosi) disservizi sono tollerati perché, certo, tutti ne sono vittime ma tutti, in misura differente, partecipano al ricco banchetto dei benefici sociali. Dove si guadagna come a Francoforte e si guida come a Marrakech. Parafrasando Vasco, una città “spericolata”, che se ne frega di tutto, sì. Nel bene e nel male.

Bruxelles, lontana anni luce dagli standard che associamo ai paesi del nord Europa. Ma viva e pulsante. Offre il surrealismo leggero e beffardo di Magritte, le melodie giocose e appassionate di Jacques Brel, la sofisticata architettura di Horta – puntualmente affiancata da putridi scatoloni di cemento anni sessanta, perché non ci facciamo mai mancare nulla. Il tutto, sotto una pioggia costante e regolari, potentissime, raffiche di vento. Ospita una comunità internazionale vasta e diversificata. La domenica mattina trovi giovani bohème arricchiti che si concedono un brunch ironizzando sulla dittatura nordcoreana mentre nel bar a fianco vecchi arabi barbuti sorseggiano thè alla menta.

Pareva che questa confusa armonia dovesse durare per sempre. Invece, gli attentati di Parigi del 13 novembre e, ancor di più, gli attacchi kamikaze di Bruxelles del 22 marzo l’hanno danneggiata profondamente. Non che le varie comunità che popolano la città abbiano smesso, all’improvviso, di tollerarsi e convivere. Tuttavia, si può percepire, da un lato, una crescente diffidenza verso la popolazione musulmana (lo si è visto in modo particolarmente aggressivo domenica scorsa con la marcia non autorizzata dell’estrema destra fiamminga in centro città); dall’altro, i musulmani di Bruxelles soffrono una sempre maggiore sindrome da accerchiamento – in particolare a seguito delle numerose perquisizioni nei quartieri a maggioranza araba.

Mentre monta il coro delle accuse (spesso meritatissime, talvolta ingiuste e gratuite) alle autorità belghe per la loro incapacità di prevenire e gestire gli attacchi e per la loro prolungata negligenza verso l’estremismo islamista, queste si dedicano – come nella migliore tradizione nazionale – all’arte dello scaricabarile. È colpa del governo federale. No, del comune di Molenbeek. No, della polizia. No, dei servizi segreti. Recitano, insomma, il solito patetico gioco delle parti.

Ma stavolta la commedia non va in scena sul collaudato palco belga, provinciale e accondiscendente quanto un teatro parrocchiale. Stavolta, c’è il mondo – preoccupato – a guardare. Primi fra tutti, e sempre più irritati, i vicini francesi.

E noi stranieri di Bruxelles – dunque eminentemente bruxellois – ci troviamo a metà tra la rabbia e la frustrazione per un paese senza senso, dove ci sentiamo meno sicuri, dove nessuno è mai responsabile di nulla, e la paura che questo quadro caotico e pieno di vita, che in fondo amiamo, lasci spazio al triste destino di una città sotto assedio costante, grigia e militarizzata.

Questo era quello che pensavo stamani mentre andavo al lavoro – a piedi, visto che dove vivo la metro è ancora fuori uso. Spero davvero che, per quanto sia necessaria e urgente una profondissima revisione dei meccanismi di funzionamento di questo surreale paese-cuscinetto, Bruxelles, tra un posto di blocco e un gruppo di militari di pattuglia, non perda per strada l’anima multi-sfaccettata, impertinente e scanzonata. Sarebbe un danno collaterale davvero imperdonabile.

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