Cina: l’inabituale silenzio di Zen

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L’informazione ecclesiale sulla Cina esce dal perimetro degli specialisti sul tema solo per sottolineare la conclusione o meno del colloquio con il governo cinese e la soluzione del punto centrale, circa la nomina dei vescovi.

La ricostruzione del quadro generale, la memoria storica e i punti più significativi dell’attualità non vengono normalmente avvertiti (Religione, Chiesa, Cina: questioni connesse; Cina: lo scenario dell’accordo (possibile); La partita Cina; Cina: fedeli al papa fino … allo scisma). A partire dalla rilevanza dell’ordinazione illegittima di un vescovo sotterraneo, P. Dong Guanhua, che il 22 maggio ha detto di essere stato ordinato, per poi precisare che  ciò sarebbe avvenuto nel 2005, da parte di mons. C. Wang Milu, ora in stato confusionale. Dong ha annunciato che il 7 settembre 2016 avrebbe ordinato un altro vescovo e che sarebbero 5-10 i vescovi sotterranei ordinati senza il consenso di Roma. Lo stato di necessità che ha permesso dagli anni ’80 fino al 2007 l’ordinazione “segreta”, in parallelo a quanto era successo decenni  prima nei paesi dell’Est Europa, è però finito con la lettera di Benedetto XVI ai cattolici di Cina.

Stato di confessione?

L’improvvisa ripresa di un clima d’emergenza è legato alla percezione dell’accordo Santa Sede-governo cinese, come la grande apostasia in atto. In esso sarebbe prevista una modalità di nomina che parte dalle comunità locali (Associazione patriottica compresa), conclusa dalla decisione del papa, che può scegliere fra una terna o rifiutare, motivando la decisione.

Inoltre, si parla del possibile riconoscimento di almeno quattro dei vescovi illecitamente ordinati (otto): Ma Yinglin, presidente del Consiglio dei vescovi cinesi (una sorta di Conferenza episcopale), Guo Jincai, Yue Fusheng e Tu Shihua. Ad essi verrebbe chiesta un’esplicita richiesta di perdono. È  prevedibile che la Santa Sede pretenda il riconoscimento statuale per i vescovi sotterranei, considerati finora illegali. Ma, oltre ai casi singoli, ciò che fa problema alle comunità “clandestine” è l’Associazione patriottica, struttura burocratica che il partito investe della piena responsabilità e rappresentanza della Chiesa cattolica locale.

Per la Santa Sede l’accordo dovrebbe avviare un circuito virtuoso capace di far emerge il ruolo episcopale e sinodale; per molti “sotterranei” è avvertito come la certificazione del potere politico sulla fede e la tomba della rivendicazione della libertà di religione.

Un contesto complicato dalla difficoltà di relazioni e di trasparenza che enfatizza elementi problematici come l’ordinazione di 9 preti da parte del “patriottico”  e scomunicato mons. Ma Yinglin, l’improvviso mutamento pro-Associazione di mons. Ma Daquin (Shanghai), le difficoltà burocratiche create a mons. Zhao Zhumin e, soprattutto, la preparazione della IX assemblea nazionale dei rappresentanti cattolici, una sorta di “parlamento”, considerata la manifestazione più oppositiva alla Santa Sede e al papa.

Passi in avanti

Il papa e la Segreteria di stato hanno sistematicamente spinto per un’apertura dei dialoghi e per la conclusione di un accordo che rispetti la tradizione cattolica. Nell’intervista del 2 ottobre il papa ha detto: «I rapporti tra Vaticano e cinesi … Si deve fissare in un rapporto, e per questo si sta parlando lentamente… Le cose lente vanno bene, sempre. Le cose in fretta non vanno bene. Il popolo cinese ha la mia più alta stima». «Ci sono buone relazioni».

E il card. P. Parolin ha specificato: «Considero importante sottolineare con forza questo concetto: le auspicate e nuove buone relazioni con la Cina – comprese le relazioni diplomatiche, se così Dio vorrà! – non sono fine a se stesse o desiderio di raggiungere chissà quali successi mondani, ma sono pensate e perseguite, non senza timore e tremore perché qui si tratta della Chiesa, che è cosa di Dio, solo in quanto funzionali – ripeto – al bene dei cattolici cinesi, al bene di tutto il popolo cinese e all’armonia dell’intera società, in favore della pace mondiale».

Il portavoce del ministero degli esteri cinese il 29 agosto scorso ha detto: «La Cina ha sempre la volontà sincera di migliorare le sue relazioni con il Vaticano e vi ha lavorato assiduamente. I canali di contatto e di dialogo sono aperti ed efficaci». E il 21 ottobre ha aggiunto: «La Cina è sincera quando dice di voler migliorare le sue relazioni con il Vaticano e fa sforzi considerevoli per giungervi. Siamo pronti a sviluppare sforzi congiunti con il Vaticano per incontrarci a mezza strada e continuare a migliorare le nostre relazioni bilaterali attraverso dialoghi costruttivi».

Opportunità e rischi

In questo momento di incertezza e smarrimento sembrano mancare le voci più autorevoli che da sempre si candidano come interpreti della Chiesa “illegale”. In particolare, quella del cardinale Giuseppe Zen Ze-kiun che in un messaggio sul suo blog nel maggio scorso affermava una verità condivisa («è la coscienza il criterio ultimo per giudicare il nostro comportamento»), ma aggiungeva: «Quindi, se secondo la vostra coscienza, il contenuto di qualsivoglia accordo è contrario al principio della nostra fede, non lo dovete seguire». Elemento che il neo-ordinato vescovo “sotterraneo”, P. Dong Guanhua, ha rivendicato a giustificazione della sua scelta.

L’arcivescovo emerito di Hong Kong ci ha abituati a una presenza costante sui media sia per criticare voci interne alla Cina non in sintonia con la sua, sia per denunciare la scarsa attività della pontificia Commissione Cina (in cui, peraltro, aveva spesso una posizione avversa alla diplomazia vaticana), sia per interpretare il disagio delle comunità “sotterranee”. In un momento in cui, come ha scritto Eglises d’Asie c’è «il rischio molto reale di vedere uno scisma» (19 ottobre 2016), il cardinale tace.

È vero che diversi vescovi “clandestini” hanno preso netta distanza dall’ordinazione di Dong Guanhua, che numerosi preti li hanno seguiti e che i media più favorevoli ai “sotterranei” relativizzano molto l’evento; rimane tuttavia l’assenza della voce più autorevole e ascoltata. L’impressione è che si attenda una chiarifica complessiva di quanto è successo prima di una parola autorevole, sia di Zen come della Santa Sede.

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