Francesco: Myanmar casa di tutti

di: Fabrizio Mastrofini

Il Myanmar può e deve essere la casa di tutti coloro che la considerano propria casa. Alla prima prova impegnativa, papa Francesco, davanti al Corpo diplomatico, alle autorità dello stato, ai rappresentanti della società civile, manda un messaggio cristallino. Almeno per chi legge. Sarà altrettanto evidente per chi avrà ascoltato? E per l’opinione pubblica birmana?

futuro del Myanmar

Rispetto dei diritti

Parlando del Myanmar e della sua storia recente, papa Francesco rileva che «il suo tesoro più grande è certamente il suo popolo, che ha molto sofferto e tuttora soffre, a causa di conflitti interni e di ostilità che sono durate troppo a lungo e hanno creato profonde divisioni. Poiché la nazione è ora impegnata per ripristinare la pace, la guarigione di queste ferite si impone come una priorità politica e spirituale fondamentale. Posso solo esprimere apprezzamento per gli sforzi del Governo nell’affrontare questa sfida, in particolare attraverso la Conferenza di pace di Panglong, che riunisce i rappresentanti dei vari gruppi nel tentativo di porre fine alla violenza, di costruire fiducia e garantire il rispetto dei diritti di tutti quelli che considerano questa terra la loro casa».

Il futuro del Myanmar «dev’essere la pace, una pace fondata sul rispetto della dignità e dei diritti di ogni membro della società, sul rispetto di ogni gruppo etnico e della sua identità, sul rispetto dello stato di diritto e di un ordine democratico che consenta a ciascun individuo e ad ogni gruppo – nessuno escluso – di offrire il suo legittimo contributo al bene comune».

E qui papa Francesco rivendica il ruolo pacifico e pacificatore delle religioni, in un paese dove violenza e fanatismo assumono coloriture religiose e dove i non buddisti (il 12% della popolazione su 51 milioni di abitanti) non hanno parità di diritti; i seminaristi ed il clero cattolico, ad esempio, non possono votare.

Il ruolo delle religioni

«Nel grande lavoro della riconciliazione e dell’integrazione nazionale, le comunità religiose del Myanmar hanno un ruolo privilegiato da svolgere. Le differenze religiose non devono essere fonte di divisione e di diffidenza, ma piuttosto una forza per l’unità, per il perdono, per la tolleranza e la saggia costruzione del Paese. Le religioni possono svolgere un ruolo significativo nella guarigione delle ferite emotive, spirituali e psicologiche di quanti hanno sofferto negli anni di conflitto. Attingendo ai valori profondamente radicati, esse possono aiutare ad estirpare le cause del conflitto, costruire ponti di dialogo, ricercare la giustizia ed essere voce profetica per quanti soffrono. È un grande segno di speranza che i leader delle varie tradizioni religiose di questo Paese si stiano impegnando a lavorare insieme, con spirito di armonia e rispetto reciproco, per la pace, per soccorrere i poveri e per educare agli autentici valori religiosi e umani. Nel cercare di costruire una cultura dell’incontro e della solidarietà, essi contribuiscono al bene comune e pongono le indispensabili basi morali per un futuro di speranza e prosperità per le generazioni a venire».

Le parole sono state chiare. La sfida è per tutto un paese e per la Chiesa. Il vescovo di Pyay, Alexander Pyone Cho, all’agenzia Eglises d’Asie a ottobre aveva detto: «Se il papa utilizzerà qui il termine Rohyngya vorrà dire che considera questi musulmani come un gruppo etnico birmano. E la popolazione andrà in collera».

Una frase che riassume la portata dei problemi, cui si aggiungono le accuse di Ong e Onu alla primo ministro “di fatto” Aung San Suu Kyi di tacere troppo per paura del potere dei militari. I suoi difensori si affannano a spiegare che non è nella posizione di fermare i militari e le atrocità e neppure di condannarle.

Vedremo se il messaggio del papa riuscirà – come ama dire Francesco – ad innescare «processi» di cambiamento.

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