I gesuiti e la lotta ai “minerali insanguinati”

di: Maria Teresa Pontara Pederiva

Sono trascorsi più di 800 anni da quando il vescovo trentino (allora principe e vescovo) Federico di Vanga (1207-1218) firmava nell’Abbazia di San Lorenzo il Codex Vangianus, universalmente riconosciuto come il fondamento del futuro Diritto minerario. Una serie di norme tra le quali spiccano quelle contro lo sfruttamento del lavoro minorale e femminile, dimenticate per secoli e si può dire anche oggi, almeno in troppi paesi in via di sviluppo, Africa in testa.

Una situazione, spesso drammatica e fonte di conflitti quella delle miniere, tanto che l’ONU arriva a stimare che un 40% dei conflitti, spesso fratricidi o legati a bande, degli ultimi 60 anni siano stati in qualche modo legati all’accesso alle risorse minerarie. Se la situazione non giunge all’aperto conflitto, si tratta comunque di gravi violazioni ai diritti umani e al persistere di condizioni di povertà estrema dei lavoratori. Se i paesi africani si collocano in cima a questa triste lista, non sono da meno alcuni sudamericani (Colombia, Perù) o asiatici come Myanmar.

Per ascoltare «il grido dei popoli delle miniere» era stato organizzato nel luglio scorso un Convegno in Vaticano promosso dal Pontificio consiglio Giustizia e pace in collaborazione con la rete latinoamericana Iglesias y Minería, una coalizione ecumenica che riunisce circa 70 gruppi di base. Un’occasione per affrontare con i rappresentanti di comunità colpite da attività minerarie, provenienti dall’Africa, dall’Asia e dell’America, il problema dello sfruttamento dei terreni e in particolare del sottosuolo, nell’Anno che le Nazioni Unite avevano dedicato alla difesa dei suoli. «L’intero settore minerario è indubbiamente chiamato a compiere un radicale cambiamento di paradigma per migliorare la situazione in molti paesi» aveva scritto papa Francesco nel suo messaggio ai partecipanti, richiamandosi a quanto indicato nell’enciclica Laudato Si’ (nn. 29, 51, 146) in merito al «debito ecologico» tra Nord e Sud e i danni da esso procurati. Per lasciare campo libero alle attività estrattive intere comunità di popolazione locale sono spesso costrette a trasferirsi per non parlare dell’inquinamento e sfruttamento intensivo delle risorse idriche al punto da pregiudicare l’accesso all’acqua potabile.

Se l’attenzione della Chiesa al settore minerario non è da oggi – e molte sono le conferenze episcopali di quei paesi danneggiati ad aver scritto sul tema dello sfruttamento incontrollato delle risorse locali da parte delle ricche multinazionali, pensiamo solo alla produzione del coltan – i gesuiti spiccano per la vicinanza al problema e le iniziative concrete attivate in questi anni.

L’ultima è di questi giorni, come riferisce il sito della Compagnia di Gesù. Mentre la Commissione, il Parlamento e il Consiglio d’Europa stanno trattando su un testo, «Noi, come Magis – scrivono i gesuiti – non possiamo non farci portavoce delle esigenze di un settore minerario che rispetti i diritti umani e dell’ambiente. Per questo motivo continueremo a tenere alta l’attenzione e continueremo a operare sia da soli sia nell’ambito delle reti dei gesuiti e delle organizzazioni cattoliche affinché non vinca la mera logica dell’interesse delle grandi compagnie minerarie».

Perché, anche nei paesi in via di sviluppo, è possibile giungere a condizioni rispettose della dignità di ciascuno, come a Fungamwaka nella Repubblica Democratica del Congo, un esempio di una «miniera pulita», dove il lavoro minorile è vietato e dove non sono presenti gruppi ribelli che si finanziano tassando illegalmente i minatori. «In un settore troppo spesso dominato da sfruttamenti e violazioni dei diritti umani, questo esempio dimostra come il settore minerario potrebbe essere reso trasparente tramite una regolamentazione efficace. I relativi costi non possono essere semplicemente trasferiti sui minatori che lottano quotidianamente per una vita dignitosa ma dovrebbero essere coperti dalle società che estraggono e lavorano questi minerali lungo tutta la catena produttiva».

Se lo scorso maggio (dopo un intervento legislativo già del 2013 sull’autocertificazione delle imprese siderurgiche) con 400 voti a favore e 285 contrari l’Aula di Strasburgo aveva approvato l’obbligo della tracciabilità dell’intera filiera delle 800 mila imprese europee che utilizzano, per la produzione, minerali provenienti da zone di guerra (su cui è caduto il veto delle lobbie industriali sostenuti dalle frange più conservatrici del Parlamento), oggi l’azione continua perché venga approvata una normativa che imponga a tutte le aziende europee, che producono o importano componenti e prodotti finiti contenenti quattro minerali (oro, stagno, tantalio e tungsteno), di controllare in modo obbligatorio il proprio sistema di approvvigionamento, assicurandosi che non si stia alimentando i conflitti o non si sia complici di violazioni dei diritti umani. Nel 2010 il presidente americano Barack Obama aveva firmato la riforma Dodd-Frank Act, che prevede l’obbligo di certificazione di provenienza per smascherare le aziende che si riforniscono nei giacimenti illegali del Congo. Il giorno dopo le multinazionali, per fare un esempio, hanno iniziato ad acquistare il coltan a Kigali, in Ruanda e il materiale proveniente dalle miniere del Congo risulta «pulito» (da Goma a Kigali sono meno di tre ore di viaggio).

Mons. Fridolin Ambongo Beseungu, vescovo cappuccino di Bokungu-Ikela, lo scorso anno si esprimeva così alla vigilia del voto europeo: «Auspichiamo fortemente che la posizione degli Stati membri dell’Unione Europea possa evolvere in direzione di un regolamento vincolante, perché a mio parere una legge che non è vincolante non è una legge. Utilizzare un prodotto, senza sapere da dove proviene, con il rischio che possa provenire da una zona di conflitto e contenere minerali sporchi di sangue, può creare un problema di coscienza per molti cittadini europei».

Un problema etico su cui cala il silenzio forse perché «presi da istanze tecnologicamente avanzate ma più lontane dall’ umano e dal reale – diceva il 19 luglio scorso il vescovo di Trento mons. Bressan, nell’anniversario della tragedia della miniera di Stava in val di Fiemme che provocò la morte di 285 persone – noi rischiamo tante volte di dimenticare le norme prudenziali e talvolta mettiamo da parte anche quelle ovviamente dannose, poiché il guadagno è diventato una divinità».

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