I vescovi austriaci contro ogni pregiudizio

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Profughi siriani in viaggio verso Germania e Austria

Profughi siriani in viaggio verso Germania e Austria (AP/Marko Drobnjakovic)

Hanno deciso di uscire allo scoperto, costi quello che costi: i vescovi austriaci non hanno timore di sfidare il governo e le decisioni di chiusura nei confronti dei migranti sulla rotta dei Balcani.

«La “Festung (fortezza) Europa” non funzionerà nel lungo periodo», l’aveva già detto con chiarezza il cardinale Schönborn alla conferenza stampa al termine della riunione plenaria di primavera della Conferenza episcopale e l’hanno ripetuto tutti i suoi confratelli vescovi nel corso delle celebrazioni pasquali.

Quanto sta avvenendo lungo la rotta dei Balcani non è ciò che serve ai rifugiati: «può essere solo una misura di emergenza temporanea, non una soluzione permanente». L’arcivescovo di Vienna sottolineava in quella sede come la situazione sia quanto mai disperata e complessa e le prospettive nei campi profughi del Libano e della Siria solo all’insegna di uno slogan «scappare». È più che naturale che anche le vie di fuga, prese senza una pianificazione del viaggio, si rivelino a breve le meno sicure per migliorare la situazione di quelle popolazioni, spesso intere famiglie. Questa «logica della fuga» è la stessa che si era verificata qualche decennio fa con i boat-people vietnamiti.

Il cardinale, a nome dei vescovi d’Austria, aveva espresso la preoccupazione che la questione dei profughi, dopo l’ondata di disponibilità manifestata in tutto il paese, tenda ad affievolirsi, proprio nel momento in cui a livello internazionale, solo in nome dei più elementari diritti umani, i richiedenti asilo non dovrebbero essere abbandonati in ogni caso.

Se la Chiesa non ha soluzioni politiche da offrire, tuttavia può indicare la necessità di un correttivo: non possono infatti essere solo pochi paesi – e l’Austria è uno di quelli – a dover sopportare il peso del transito o della definitiva sistemazione dei rifugiati.

E nella messa del giorno la domenica di Pasqua, nella cattedrale di Santo Stefano, Christoph Schönborn ha messo in guardia contro i pregiudizi che dilagano «nelle menti, nei cuori e nei discorsi» della gente che si dichiara cristiana: è un clima di «sospetto generale» contro i profughi, acuito anche a seguito dei recenti attacchi terroristici.  Ricordando le tante situazioni di conflitto e paura nel mondo, l’appello diventa un raccogliere con fede l’opportunità offerta dal tempo liturgico: «Pasqua ha veramente un senso se diventiamo uomini nuovi, lasciandoci i pregiudizi alle spalle» ha concluso.

Sulla stessa lunghezza d’onda, in ideale continuità d’intenti, le parole di ogni altro vescovo delle diocesi austriache. «Pasqua significa speranza di pace per ciascun uomo sulla terra, in particolare i poveri e più vulnerabili contro ogni forma di terrore, persecuzione e violenza – ha detto Alois Schwarz, vescovo di Carinzia alla Veglia pasquale – non resta che accogliere nella sua interezza la prospettiva pasquale per alleviare la sofferenza di quanti si trovano in situazione di disagio e difficoltà. Pasqua è un modello di convivenza per tutta l’umanità perché il Risorto chiama ogni persona ad adoperarsi per cercare la giustizia, la pace, la solidarietà e la compassione nei confronti dei più deboli».

«Non possiamo risolvere tutti i problemi del mondo» dichiarava mons. Wilhem Krautwaschl nell’omelia di Pasqua nella sua cattedrale di Graz, in Stiria.  «Ma con la celebrazione della Pasqua i nostri problemi sono diventati quelli di Dio e la croce ha bisogno anche delle nostre spalle. I gemiti del mondo sono tanti, dai migranti al cambiamento climatico fino alle fiammate del terrorismo, ma a ciascuno di noi è chiesto di compiere il cammino di conversione».

«Per trasformare tutte le nostre incertezze sul da farsi in fiducia e speranza per dar vita e luce a tanti nostri fratelli» aggiungeva il vescovo di St. Pölten, Klaus Küng, in un’intervista radiofonica il Venerdì Santo dove concludeva: «La Pasqua ci dà la certezza che alla lunga andrà tutto bene per noi e i nostri fratelli».

E a Salisburgo, il vescovo Franz Lackner – profondo conoscitore anche delle dinamiche politiche legate alla rotta dei Balcani per via della sua lunga esperienza di casco blu dell’ONU – ha accolto la proposta dell’organizzazione umanitaria CSI (Christian Solidarity International) per esprimere la comunione con i tanti rifugiati nel mondo. Il cero pasquale acceso durante la veglia nella cattedrale dei santi Ruperto e Virgilio è stato avvolto nel filo spinato in ricordo della corona di spine e brucerà anche per tutte le vittime della violenza di questi giorni. «Con questo silenzioso segno della risurrezione vogliamo spingerci fino a quelle periferie dove le persone si trovano nell’impossibilità di vivere e celebrare la loro fede», ha spiegato Lackner aggiungendo un appello alla necessità di «vivere sul serio il nostro essere Europa cristiana e le conquiste dei diritti umani per il mondo».

Contro ogni pregiudizio nei confronti dei migranti, all’indomani dei gravi fatti di Bruxelles si era espressa anche suor Beatrix Mayrhofer alla guida dell’associazione delle religiose austriache, sottolineando come la situazione a Idomeni stia diventando insostenibile per la nostra ricca Europa. Austria, Germania e Svezia sono già diventate sede finale di tanti profughi, ma in Austria la disponibilità potrebbe essere ancora maggiore: «Se ognuno di noi prendesse più a cuore la situazione e potesse accogliere o sostenere in qualche modo una famiglia, questa sarebbe una vera conversione pasquale».

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