I vescovi europei e il problema rifugiati

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Sono preoccupati, sempre più preoccupati, i vescovi accreditati presso l’Unione Europea, e non certo da ieri. La drammatica crisi che, dall’autunno scorso, ha visto crescere in maniera impressionante il numero di migranti e profughi che bussano alle porte d’Europa rischia di destabilizzare i delicati equilibri di intere popolazioni che, con il sogno europeo, avevano voluto coraggiosamente lasciarsi alle spalle il secolo che le aveva viste contrapposte in due guerre mondiali e in conflitti fratricidi.

La preoccupazione dei vescovi non è certo quella dei nuovi populismi xenofobi sorti nel vecchio continente, che agitano il fantasma dell’islamizzazione, bensì, all’opposto, il timore, ben fondato, che milioni di europei dimentichino le loro radici cristiane e quel senso biblico di fraternità che li dovrebbe indurre ad accogliere, indistintamente, orfani, vedove e stranieri con lo spirito del Buon Samaritano.

La preoccupazione dei vescovi

L’ultima presa di posizione dei nostri pastori – vicepresidente della Comece e unico italiano è il vescovo di Piacenza-Bobbio, Gianni Ambrosio – risale al dicembre scorso quando, alla vigilia della Giornata internazionale dei migranti e su richiesta specifica dei loro confratelli, la sotto-commissione migranti, rifugiati e integrazione presieduta da Ägidius Zsifkovics, vescovo della diocesi del Burgenland (al confine tra Ungheria e Slovenia, zona chiave per le rotte d’ingresso) aveva prodotto un documento dettagliato sulla situazione attuale. Un testo che è stato poi inviato dal presidente Comece, card. Reinhard Marx, alle istituzioni UE e ai capi di stato e di governo, «nella convinzione che il confine tra la politica interna e quella estera continuerà ad affievolirsi nel corso di questo secolo».

Ancora non bastava – han pensato i vescovi – e la settimana scorsa una loro delegazione si è riunita di nuovo presso l’abbazia cistercense di Heiligenkreuz, a pochi chilometri da Vienna, per trattare ancora della crisi dei rifugiati, «una crisi dai numerosi risvolti». La più grande abbazia cirstercense d’Europa, fondata nel 1133 nel bel mezzo del Wienerwald e sede della Hochschule-Papst Benedict XVI, ha visto allo stesso tavolo anche l’arcivescovo di Budapest, il card. Peter Erdö, presidente del Consiglio delle Conferenze episcopali d’Europa (Ccee) e rappresentanti delle Chiese di Siria e Iraq, tra i quali il patriarca caldeo, Louis Raphaël Sako, il ​​vescovo ausiliare di Baghdad, Shlemon Warduni e il vescovo di Aleppo, Antoine Audo sj, insieme a esperti e ad osservatori provenienti dal Medio Oriente e dalla Turchia.
«La sofferenza di tante donne, uomini e bambini ci obbliga ad impegnarci in un dialogo franco e costruttivo – ha dichiarato mons. Zsifkovics – e il fatto che le presenze qui siano state così numerose dimostra che l’invito è stato accolto come un segno forte nella prospettiva di una ricerca di soluzioni».

Un incontro a porte chiuse che – si legge nel comunicato finale, a firma di padre Patrick Daly, segretario generale Comece – ha offerto ai vescovi presenti l’occasione per impegnarsi in uno scambio libero e schietto su esperienze e opinioni, in merito alle quali non sempre esiste un’identità di vedute, segno anche della grande varietà di situazioni politiche e sociali esistenti nei singoli paesi. Un ulteriore passo compiuto dalla Chiesa cattolica per offrire «un contributo attivo e costruttivo al dibattito politico e sociale d’Europa». «L’obiettivo della Chiesa – ha ricordato, il vescovo di Eisdenstadt – è quello di accompagnare i migranti, a camminare con loro fianco a fianco, mano nella mano, verso un futuro migliore.

Non solo accoglienza

E sarà proprio la questione migranti e rifugiati all’ordine del giorno della prossima riunione plenaria della Comece, prevista a Bruxelles dal 2 al 4 marzo prossimi, sul tema “Promuovere la pace nel mondo, una vocazione europea”.

Com’era prevedibile, la questione viene trattata anche nelle diverse assemblee delle conferenze episcopali locali. Come, ad esempio, quella dei vescovi di Germania, che si è tenuta dal 15 al 18 febbraio presso il monastero di Schöntal nel Baden-Württemberg. In quella sede Stefan Hesse, arcivescovo di Amburgo e presidente della commissione per i migranti e rifugiati, ha rivelato che, nel corso del 2015, la Chiesa tedesca ha speso 112 milioni di euro in aiuti.

«Non possiamo accogliere tutti. Dobbiamo adoperarci per ripristinare la pace nei paesi di provenienza dei profughi» aveva dichiarato il card. Marx in un’intervista a inizio febbraio, manifestando la sua preoccupazione per il crescere di sentimenti xenofobi nel paese a seguito dei fatti di Colonia e della loro strumentalizzazione da parte del movimento neonazista Pegida, che spesso prende di mira proprio i vescovi (come l’arcivescovo di Colonia, Rainer Maria Woelki), “colpevoli” di promuovere l’accoglienza.

È quanto mai urgente adoperarsi per la costruzione di una cultura dell’accoglienza e della solidarietà in Germania – hanno ribadito all’unanimità di vescovi tedeschi dall’Assemblea di Schöntal –, mentre su Twitter Ludwig Schick, arcivescovo di Bamberg, scriveva: «Ognuno ha il diritto di avere una terra dove vivere».

E in Germania si moltiplicano esempi significativi: l’ultimo viene da Monaco di Baviera, dove sono in distribuzione nelle comunità parrocchiali libretti delle più comuni preghiere in arabo, turco, inglese e francese affiancati dal testo tedesco. «Un modo per farli sentire a casa», spiega Karin Marie Fenbert, coordinatrice del progetto.
Al rientro da Heligenkreuz il patriarca Sako ha fatto tappa nella capitale austriaca accolto dal card. Christoph Schönborn. «L’Europa non può diventare una fortezza – ha dichiarato l’arcivescovo di Vienna –, la situazione è seria, ma non disperata». Il patriarca ha celebrato in rito caldeo nella chiesa di St. Benedikt am Leberberg, una comunità notevolmente cresciuta negli ultimi anni per via del movimento continuo di rifugiati provenienti da Iraq e Siria.

Questa volta è proprio l’esodo dei cristiani verso l’Europa a preoccupare i caldei che, nella tappa successiva di Monaco di Baviera, supplicano l’Europa ad adoperarsi piuttosto per «soluzioni politiche stabili» nel Medio Oriente, in modo che la gente possa vivere nella propria cultura e nella propria religione nella sua terra.

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