L’inganno del catalanismo

di: Fernando Rodríguez Garrapucho

La questione più difficile che sta tenendo occupata negli ultimi mesi la politica interna spagnola è, senza dubbio, la decisione del governo autonomo catalano di indire il prossimo 1° ottobre un referendum di autodeterminazione con l’intento di proclamare, a partire dai dati del referendum, una repubblica catalana separata dallo Stato spagnolo.

catalanismo

Origini storiche

Evidentemente non si tratta di un’invenzione dell’ultima ora. Il problema del malessere di una parte dei catalani nello Stato spagnolo ha radici nei tempi del nazionalismo che germinarono prepotentemente nel XIX secolo. La corrente politica attuale è una variante del catalanismo, sorto come movimento culturale nel 1830 e articolatosi come movimento politico nelle ultime decadi del XIX secolo, sulla falsariga dei modelli romantici e irrazionali del nazionalismo vigenti in quel momento. Si consolidò ideologicamente nella prima decade del XX secolo, giungendo a dichiararsi in forma definitiva quando, nel 1934, Luis Companys proclamò una “repubblica indipendente catalana” ai tempi della Seconda repubblica spagnola. È una corrente di pensiero trasversale che mette insieme i vari tipi di partito politico e civile, di destra e di sinistra, che però negli ultimi anni si è qualificata come partito soprattutto di sinistra e antisistema.

Il catalanismo si articola oggi attorno al principio che la Catalogna è una nazione fondata sui diritti storici acquisiti, la sua lingua, la sua cultura e nel diritto civile catalano. Le origini  più remote lo situano nelle istituzioni del “Principato di Catalogna”, sostituite dalle nuove istituzioni di ispirazione castellana, con il decreto promulgato dal re Filippo V il 15 gennaio 1716, che stabiliva una deroga alle “Costituzioni castellane” e metteva fine al Principato come uno Stato dentro lo “Stato composito” della monarchia ispanica. Per alcuni ambiti, il concetto di “nazione catalana” si estende a tutti i territori di lingua catalana, i cosiddetti “Paesi catalani”, che comprendono il Rosellón, il piccolo stato di Andorra, il regno di Valencia, la Frangia d’Aragona, le Isole Baleari, la città di Alghero (Cerdeña-Italia) e la regione del Carche in Mursia.

Sul finire del regime del generale Franco e all’instaurarsi della democrazia in Spagna, i catalani votarono in maggioranza, nel 1980, la propria integrazione nella nuova configurazione politica spagnola come comunità autonoma. Però, da allora, tutta l’attività dei propri rappresentanti politici, e gran parte degli ecclesiastici, si è focalizzata nella ricerca di quote di distinzione dal resto della Spagna e nel fomentare disaffezione verso la nazione spagnola, considerando nocivo per loro l’appartenenza allo Stato spagnolo. Per questo la Catalogna va storicamente reclamando un livello maggiore di autogoverno, dal punto di vista sia legislativo sia esecutivo, giudiziario, culturale ed economico.  Il fatto di mantenere, come ogni autonomia, le competenze in materia di istruzione, ha provocato l’istillazione in diverse generazioni di un sentimento di catalanismo esclusivo e della necessità di indipendenza, pensando che il resto della Spagna tratti ingiustamente la Catalogna. Per questo la manipolazione della visione della storia ha preso piede nell’istruzione.

Corruzione interna, opposizione esterna

Sostieni SettimanaNews.itSenza dubbio, la corruzione interna in materia economica dei leader più importanti del catalanismo scoperta di recente, la divisione interna tra nazionalisti e quanti si sentono contemporaneamente spagnoli e catalani (e non vogliono la separazione), e l’opposizione dei successivi governi dello Stato verso un’indipendenza dichiarata in forma unilaterale, hanno fatto sì che oggi la situazione si sia molto complicata. In parte a causa di ciò che rappresenta una sfida alla disintegrazione dello Stato spagnolo, ma nello stesso tempo per la ripercussione che questa indipendenza comporterebbe per il resto delle nazioni europee abitate da movimenti secessionisti simili. Ciò ha provocato una presa di posizione chiara da parte delle autorità dell’Unione Europea, che hanno manifestato la propria opposizione verso una simile aspirazione, considerata contraria al movimento unificatore europeo e alla legislazione dell’Unione. Il fatto che non sia infondato il sospetto che questa indipendenza voglia coprire tutte le corruzioni di molti dei suoi politici è già prova che alcune delle sue motivazioni non sono del tutto questione di sentimento popolare, ma di qualcos’altro.

Le sfide del futuro

Le soluzioni che si prospettano a fronte del “problema catalano” sono varie. Da una parte stanno  i partiti secessionisti, dall’altra il Partito socialista, che propone una svolta verso una Spagna composta da Stati federali credendo così di trovare ogni rimedio, e dall’altra ancora partiti come il Partito popolare o Ciudadanos che sostengono la riforma della Costituzione e la ricerca di un nuovo inquadramento politico della Catalogna nel contesto dello Stato spagnolo. Naturalmente, il sogno dei “Paesi catalani” non cessa di essere utopico, poiché Francia o Italia non permetteranno una secessione del loro territorio. Né Valencia, Aragona o le Baleari concordano con questo progetto pan-catalanista. Resta inoltre da vedere la sostenibilità economica di questo nuovo Stato, che resterebbe fuori dall’Unione Europea e dovrebbe organizzare le proprie strutture politiche e militari, la propria moneta, mentre deve alla nazione spagnola un’enorme quantità di denaro sperperato per anni in modo irresponsabile in ibridi istituzionali, come ambasciate proprie, e che se ne è andato in gran parte per la corruzione dei propri politici. Le modalità autoritarie con le quali si sta imponendo la celebrazione del futuro referendum – goffo, del tutto illegale, sprezzante della Costituzione e delle autorità dello Stato – non lasciano presagire niente di buono per l’insieme della società catalana.

La sfida politica del futuro, a nostro parere, sta nel rendere manifeste le falsità sulle quali poggia questo indipendentismo, modificare l’istruzione, definire, da parte delle autorità dello Stato spagnolo, le posizioni da tenere nei confronti di coloro che non rispettano la legge, e trovare il modo migliore di integrazione di questo territorio nel complesso della nazione spagnola, in modo che tutti si sentano a proprio agio con la propria identità e non trovino spazio derive estemporanee e mendaci.


Sobre la situación del nacionalismo catalán en España

La cuestión más difícil que en los últimos meses ocupa la política interna en España es, sin duda, la decisión del gobierno autónomo catalán de realizar el próximo 1 de octubre un referendum de autodeterminación con la intención de proclamar, a partir de los resultados de dicho referéndum, una república catalana separada del Estado español.

Claro que esto no es invento de última hora. El problema del malestar de una parte de catalanes dentro del Estado español viene incubándose desde los tiempos de los nacionalismos que germinaron con fuerza en el siglo XIX. La actual corriente política es una variante del catalanismo, surgido como movimiento cultural desde 1830, y articulado como movimiento político en las últimas décadas del siglo XIX, siguiendo los parámetros románticos e irracionales del nacionalismo vigente en el momento. Se consolidó ideológicamente en la primera década del siglo XX, llegando a proclamarse de forma definitiva cuando en 1934 Luis Companys declara una “república independiente catalana” en los tiempos de la segunda república española. Es una corriente de pensamiento transversal que aglutina a todo tipo de partidos políticos y ciudadanos, de derecha y de izquierda, pero que en los últimos años se ha centrado en partidos sobre todo de izquierda y antisistema.

El catalanismo está hoy articulado sobre el principio de que Cataluña es una nación con base en sus derechos históricos, en su lengua, su cultura y en el derecho civil catalán. El origen más remoto lo sitúan en las instituciones del “Principado de Cataluña” que fueron sustituidas por nuevas instituciones de inspiración castellana, con el decreto promulgado por el rey Felipe V el 16 de enero de 1716, que derogaba las “constituciones catalanas” y extinguía dicho principado como un estado dentro del “Estado compuesto” de la monarquía hispánica. Entre algunos sectores el concepto de “nación catalana” se extiende a todos los territorios de habla catalana, los llamados “países catalanes”, que abrazan el Rosellón (Francia), el miniestado de Andorra, el reino de Valencia, la franja de Aragón, las islas Baleares, la ciudad de Alguero (Cerdeña-Italia) y la región del Carche en Murcia.

Al llegar el final del régimen del general Franco e instaurarse la democracia en España, los catalanes votaron mayoritariamente en 1980 su integración en la nueva configuración política española como comunidad autónoma. Pero desde entonces, toda la actividad de sus representantes políticos, y en gran parte los eclesiásticos, se ha centrado en ir ganando cuotas de diferenciación del resto de España y de ir fomentando una desafección hacia la nación española, por considerar que para ellos es nociva su pertenencia al Estado español. De ahí que Cataluña viene reclamando históricamente un mayor nivel de autogobierno, tanto desde el punto de vista legislativo como ejecutivo, judicial, cultural y económico. El hecho de tener, como cada autonomía, las competencias en educación, ha provocado la siembra en varias generaciones de un sentimiento de exclusivo catalanismo y de la necesidad de independencia, por considerar que el resto de España trata injustamente a Cataluña. Para ello la manipulación de la visión de la historia ha sido manifiesta en la educación.

Sin embargo, la corrupción interna en materia económica de los líderes más destacados del catalanismo, destapada hace poco tiempo, la división interna entre nacionalistas y aquellos que se sienten españoles y catalanes (y no quieren la separación), y la oposición de los sucesivos gobiernos del Estado a una independencia declarada de forma unilateral, ha hecho que hoy la situación se haya complicado mucho. En parte por lo que supone como desafío a la desintegración del estado español, pero también por la repercusión que tiene de cara a otras autonomías que piden lo mismo en España, y la repercusión que esta independencia tendría para el resto de naciones europeas que tienen movimientos secesionistas similares. Ello ha provocado una toma de postura clara de las autoridades de la Unión Europea, manifestando su oposición hacia esta aspiración, considerada contraria al movimiento reunificador europeo y a la legislación de la Unión. El hecho de que no sea infundada la sospecha de que esta independencia quiere tapar todas las corrupciones de muchos de sus políticos, es ya prueba de que algunas de sus motivaciones no son del todo cuestión de sentimiento popular, sino de algo más.

Las soluciones que se prospectan ante el “problema catalán” son varias. Por una parte están los partidos secesionistas, por otra el Partido socialista, que propone un giro hacia una España compuesta de Estados federales y ahí cree encontrar todo remedio, y por otra partidos como el Partido popular o Ciudadanos que abogan por la reforma de la Constitución y la búsqueda de un nuevo encaje político de Cataluña en el conjunto del Estado español. Desde luego, el sueño de “los países catalanes” no deja de ser utópico, pues Francia o Italia no permitirán una secesión de su territorio. Pero ni Valencia, Aragón o Baleares están de acuerdo con ese proyecto pan-catalanista. Además está por ver la viabilidad económica de ese nuevo estado, que quedaría fuera de la Unión europea, que tendría que organizar sus costosas estructuras políticas y militares, su moneda propia, y que debe al conjunto de la nación española una cantidad enorme de dinero que gasta desde hace años de forma irresponsable en irregularidades institucionales, como embajadas propias, y que se ha ido en mucha parte a la corrupción de sus políticos. El modo impositivo con que se está imponiendo la celebración del futuro referéndum: chapucero, del todo ilegal y con desacato a la Constitución de la nación y a las autoridades del Estado, no hace presagiar nada bueno para el conjunto de la sociedad catalana.

El reto político está en el futuro, a nuestro entender, en destapar las falsedades en que se sustenta este independentismo, cambiar la educación, fijar posturas decididas por parte de las autoridades del Estado español ante quien no respeta las leyes, y buscar el mejor modo de integración de este territorio en el conjunto de la nación española, de modo que todos se sientan cómodos con su identidad, y no haya lugar a desvaríos extemporáneos y mendaces.

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