La Chiesa non si fa “partito”

di: Francesco Sisci

English version – Versione inglese

Tanta stampa americana ha visto il recente saggio su Civiltà Cattolica di padre Antonio Spadaro e del reverendo Marcelo Figueroa[1] come una presa di posizione “di sinistra” nel dibattito politico americano, e quindi come un’espressione di quanto alcuni sospettavano da tempo: che il papa, molto legato ai due autori, stia intervenendo nella polemica americana schierandosi per una parte, la sinistra appunto, contro un’altra, la destra.

Tale lettura partigiana però è lontanissima dalle intenzioni degli autori, del papa e della Chiesa. La Chiesa – e questo papa lo ha ricordato in più occasioni – è un’istituzione religiosa e non politica e la dottrina della Chiesa è di offrire un impulso positivo alla società e alla politica, non di schierarsi pro o contro coloro che governano. Lo sottolineava anche un altro saggio pubblicato sempre su Civiltà Cattolica[2] da padre José Luis Narvaja (cf. Settimananews 19 e 24 luglio).

La chiesa vuole lo sviluppo complessivo

Pescatore cinese e cormorani (1443), Musei Vaticani

La parte e il tutto

Per quanto possa apparire paradossale, la posizione della Chiesa appare molto simile a quanto scriveva delle religioni il Congresso del Partito del 2007, nel discorso del presidente Hu Jintao:[3] le religioni e le personalità religiose possono dare un impulso positivo alla politica, intesa come vita della comunità, della polis, come la definiva Narvaja nel suo saggio. Ma – sottolineava Narvaja – questi soggetti non prendono parte, non si fanno partito.

La divisioni in parti – i partiti – del dibattito politico è punto essenziale e vitale della vita della polis. È giusto che i cittadini si separino e prendano posizioni, e queste divisioni sono vitali perché fanno avanzare il dibattito e il pensiero unitario della polis, ed è a questo livello di unità e bene comune della polis che si muove la Chiesa.

Il peccato contro cui si scaglia e si deve scagliare la Chiesa – secondo il saggio di Spadaro e Figueroa – non è quello di preferire una parte contro l’altra per i suoi principi morali o politici, ma la spaccatura, la demonizzazione di una parte contro l’altra, la delegittimazione della parte avversa quasi a rifiutarle cittadinanza ed esistenza, quasi a condannare l’avversario all’inferno. Facendo ciò, la parte che demonizza l’altra finisce col condannare all’inferno se stessa. Quando la parte vuole farsi tutto, schiacciando e annientando l’altro, è allora che si distrugge la convivenza sociale, l’opinione altrui e la forza vivificante del dibattito tra opinioni diverse.

Marx e la lotta di classe

Qui sta la radice della condanna della Chiesa contro il marxismo, non per la sua analisi dell’economia o della società. Quando Karl Marx attacca le religioni come «oppio dei popoli», vede con precisione come la forza della Chiesa sia stata quella di aver mediato tra le varie istanze sociali e di avere respinto le pulsioni eversive nel periodo delle grandi rivoluzioni in Europa, da quella francese a quella russa. Queste rivoluzioni cercavano di imporre la volontà e i bisogni di una parte – un partito, una classe (fosse essa la classe dei borghesi o dei proletari) – contro la volontà e i bisogni delle altre parti o classi sociali.

Marx, aspirante rivoluzionario, aveva bisogno di togliere di mezzo la mediazione della Chiesa se voleva mobilitare le masse nel tentativo di risolvere i problemi eliminando la parte sociale/classe avversa e rovesciare il governo al potere.

Questa lettura del dibattito politico-sociale arrivava a Marx da Giambattista Vico che, ne La Scienza Nuova, identificava per la prima volta l’asperità della lotta fra le classi alla luce della allora recente rivoluzione inglese del 1648 di Oliver Cromwell, la prima rivoluzione dell’Occidente.

È singolare che l’idea di rivoluzione (ge ming, cambio del mandato del Cielo), un concetto antico e fondante della storia cinese, sia arrivato in occidente proprio nei decenni precedenti la rivoluzione di Cromwell grazie al lavoro di traduzione dei classici cinesi da parte dei gesuiti. Peraltro, nel 1644 il ribelle Li Zicheng aveva rovesciato la dinastia Ming e aveva così aperto le porte all’invasione Manciù e all’avvento della dinastia Qing.

Quando Vico ricorda che «il buon Menenio Agrippa[4] ridusse la plebe romana all’ubbidienza»,[5] spiega anche che la religione riesce a mediare e a pacificare le classi meno colte e meno abbienti in funzione dell’armonia e della pace sociale.[6] Ed era questa pace fra le classi l’ostacolo principale alla rivoluzione di Marx, il quale invece aveva come intento quello di sostituire e di eliminare i dominanti con i dominati, i proletari contro i borghesi, come Robespierre aveva voluto sostituire gli aristocratici con i borghesi.

Questo poteva valere in un momento storico di forte conflitto sociale come fu l’800 e, in parte, il ’900. In un momento invece in cui la classe media è pienamente emersa ed è divenuta centrale, come dopo gli anni ’50 in Occidente, la dinamica e la dialettica fra le parti (e i partiti) cambia.

L’errore dei “theocon”

In questo senso, oggi l’errore dei theocon è che essi vogliono dividere, sono parziali e vogliono imporre con la forza la loro parzialità sul tutto, demonizzando l’altro, come spiegano Spadaro e Figueroa. D’altro canto, Spadaro e Figueroa intendono dire che anche i theocon, in quanto parte, devono essere compresi nel tutto. Non si può pensare di eliminare più o meno violentemente i theocon come loro vogliono eliminare gli altri. Essi affermano una parte di verità, che non è il tutto, ma è pur sempre una parte che deve essere compresa e accettata e non rifiutata ed emarginata.

Tutto ciò è coerente con la dottrina sociale della Chiesa che si è opposta ai movimenti rivoluzionari fin dal loro sorgere, ma ha anche cercato costantemente di comprendere e di integrare le ragioni dei rivoluzionari nel corpo sociale. La Chiesa, cioè, ha cercato di trasformare le spinte rivoluzionarie in pulsioni verso un’evoluzione sociale. Del resto, i plebei rimandati a casa da Menenio Agrippa rinunciarono alla rivoluzione ma ottennero una maggiore partecipazione nella vita politica della res publica romana, la quale smise di essere solo una cosa dei patrizi.

Oggi, quindi, la Chiesa parla a “sinistra” perché certe spinte sociali sono parte del tutto e non vanno demonizzate. Ma ricorda bene che certa “sinistra” occidentale attaccava la Chiesa sulla questione delle molestie sessuali compiendo un sottile e pericoloso salto logico.

L’accusa e il salto logico

La Chiesa cattolica, una quindicina di anni fa, si era trovata sotto attacco da parte dell’establishment liberale dell’Occidente per la questione delle molestie sessuali. La questione era certamente vera e gravissima. Ma essa venne anche usata in modo specioso per sostenere indirettamente che il marcio viene dalla stessa organizzazione della Chiesa, dove vescovi, cardinali e (implicitamente) il papa coprirebbero le molestie sessuali nei confronti dei bambini. L’argomento si configurava così: la molestia sessuale compiuta da un prete avviene grazie alle coperture dell’organizzazione della Chiesa, ergo il male è la stessa Chiesa che, con la sua organizzazione, copre il male.

L’accusa era pesantissima e implicava un salto logico: se alcuni coprono e se anche l’organizzazione viene usata per coprire, ciò non implica un male intrinseco dell’organizzazione. Implica solo che l’organizzazione può essere usata male. Uno Stato, del resto, compie errori di ogni tipo, ma non per questo dev’essere rovesciato con una rivoluzione. Tutti i Paesi occidentali, che sbagliano continuamente, sarebbero altrimenti sempre a rischio di rivoluzione. Lo Stato, aperto e flessibile, può e deve correggersi senza eventi drammatici e cruenti come è una rivoluzione. Perciò deve trovare il modo di salvare se stesso (come Stato) e tutte le sue parti, cambiando ed evolvendo.

Il salto logico era ed è sottile e tanti potevano e possono trascurare di vederlo, apposta o per distrazione. Ma questo passaggio risulta cruciale da Cromwell in avanti per la stessa vita delle società moderne, le quali si sono via via strutturate fino ad essere abbastanza elastiche così da evitare crisi di fondo che possano portare a eventi rivoluzionari. Lo Stato che compie errori va tutelato da rivoluzioni catastrofiche e i responsabili vanno cambiati.

Fu in quel contesto di attacco all’organizzazione della Chiesa che tanti cattolici trovarono la solidarietà dei maggiori conservatori del mondo cristiano, i quali vedevano l’attacco ai valori della Chiesa come un attacco ai valori tradizionali del mondo occidentale. In questo contesto particolare è cresciuta l’alleanza evangelica-cattolica che, se non di fede, era un’alleanza “politica” contro le tesi areligiose dei liberal anticattolici.

Tra “theocon” e “liberal”

Insomma, la Chiesa in occidente viaggia tra Scilla e Cariddi. Da un lato, c’è l’abbraccio peloso dei theocon, che usano la religione per benedire le proprie tesi politiche di parte e, dall’altra c’è la minaccia dei liberal, alcuni dei quali mirano ad affondare la Chiesa anche mirando al portafoglio. Infatti, la minaccia di alzare il limite della perseguibilità penale di certi crimini come le molestie nei confronti dei bambini potrebbe aprire una cascata di cause e di attacchi contro la Chiesa con relative compensazioni che, tutte insieme, potrebbero mettere in grave difficoltà finanziaria la Chiesa.

Sia la “destra” che la “sinistra”, quando vogliono assolutizzare la propria parte a discapito dell’altra e demonizzano l’avversario, sbagliano. Sbagliano i theocon, che credono di poter risolvere i complessi problemi del mondo iniziando guerre a destra e manca; sbagliano i liberal, che demonizzano e non parlano con i theocon come se fossero un corpo estraneo e non all’incirca la metà di alcune società con istanze forti che devono essere prese in considerazione e affrontate. In mezzo, tirata da una parte e dall’altra, c’è la classe media. Essa si assottiglia sempre di più, in questo momento di grande trasformazione economica e internazionale e potrebbe essere spinta a comportamenti sempre più estremisti avendo sempre meno da perdere in un eventuale grande sconvolgimento sociale.

Ma questo viaggio che, nella pratica, è pieno di insidie, in linea di principio non contiene ostacoli: la religione della Chiesa vuole l’unità del tutto, non escludere, demonizzare e mandare all’inferno una parte, qualunque essa sia. In termini teologali, colui che tenta di dividere è diabolico – dal greco διαβάλλω –, di dividere attraverso la calunnia, la fake news diremmo oggi.

Parolin a Mosca

Quanto detto non è solo teoria ma ha chiari riflessi sia pratici sia in politica internazionale e porta alla delicata e importantissima missione di agosto del segretario di stato Pietro Parolin a Mosca.

Qui ci sono tre temi in agenda. La riconciliazione della Chiesa di Roma con quella di Mosca, di cui il presidente Vladimir Putin, quasi erede del vecchio zar, è patrono. C’è poi la guerra in Siria, dove Mosca è impegnata con Teheran per sostenere il governo filo sciita di Assad contro gli insorti sunniti, e dove una minoranza cristiana è attaccata da tutte le parti. C’è poi la questione dell’Ucraina, divisa tra una metà cattolica, gli uniati, e una metà russa ortodossa.

Su tutti questi fronti Roma non mira ad affermare un principio contro un altro: gli uniati contro gli ortodossi, i cristiani contro i sunniti o gli sciiti, il primato religioso del Vaticano su Mosca. Parolin cercherà invece i modi per ricomporre il tutto, per trovare una via di pace e di convivenza che riconosca le esigenze delle varie parti.[7]

In questo la Chiesa non ha, non deve e non vuole avere una parte da difendere; la Chiesa vuole lo sviluppo complessivo. Non vuole nuove Yalta, in cui la torta del mondo viene divisa più o meno pacificamente fra due o tre vincitori, vuole che la torta del mondo resti unica e che tutti ne fruiscano.

In pratica, ciò significa trovare soluzioni sagge e sagaci, e la Chiesa vi può contribuire perché non ha parti da difendere, ma difende l’interezza e la pace del mondo. In ciò la Chiesa è contro le guerre e le rivoluzioni, cioè contro i tentativi di affrontare in modo cruento quello che non riesce a risolvere la grande politica.

Questo sforzo di grande politica e di grande visione sarebbe ideale che cominciasse dalla prima potenza del mondo, gli Stati Uniti, divisi oggi in partiti che si demonizzano a vicenda e spaccano il paese e il mondo.

L’articolo di Spadaro e Figueroa è un grido di dolore per la situazione del dibattito in America e una preghiera accorata perché ritorni l’unità nel Paese, perché, senza questa unità di intenti in America, anche la pace e la stabilità del mondo sono in crisi.

Il modello Cina deve cambiare

Lo spazio di unità e di armonia portata dalla religione è l’argomento portante delle tesi del congresso del Pc cinese del 2007. Quando Pan Yue[8] disse che lo stato aveva bisogno dell’«oppio dei popoli», ritornava in realtà al modello di mediazione di Vico.

Ciò mette a nudo una questione rilevante per la Cina, il più grande paese emergente che impatta sul mondo e sugli USA. Il modello politico cinese storico imperiale era il controllo assoluto e totale del potere che imponeva una pace sociale dall’alto con una forte pressione, invece che contrattarla e raggiungerla attraverso un processo di dialogo. Questo modello ha sottoposto la Cina a crisi cicliche di rivoluzione e di restaurazione. Il modello cinese era stato importato in occidente con la Rivoluzione francese, probabilmente ispirandosi alle traduzioni dei gesuiti, dal momento che tanti illuministi, a cominciare da Voltaire, consideravano la Cina del tempo un modello a cui fare riferimento.

Tale modello è oggettivamente in crisi in pratica[9] e in teoria. Infatti, il modello rivoluzione-restaurazione dice che, se non domani, tra cento o duecento anni, la “dinastia comunista” attuale sarà spazzata via. Solo un modello “evoluzionista” apre ampi spazi di solidità al governo cinese, spazi che servono per la pace del Paese e del mondo, e permetterebbe al governo di cinese di pensare senza la costante minaccia di una rivoluzione incombente.

Grazie a Gianni Valente e a p. Carlo d’Imporzano per la consulenza e il dibattito.


How the Church prays for the unity of political debate in the US,
its consequences for China,
and groundbreaking mission to Russia of Cardinal Parolin

Many recent articles in the American press viewed the essay in Civiltà Cattolica by Father Antonio Spadaro and Rev. Marcelo Figueroa[1] as if the Church were taking a left-wing position on the American political debate, and hence as an expression of what some have long suspected: the Pope, close to the two authors, is intervening in the American political debate on behalf of one side, the left, against the other, the right.

Such a partisan reading, however, is far from the intentions of the authors, the Pope, and the Church. The Church, as this Pope reiterated on a number of occasions, is a religious and non-political institution. The Church’s political doctrine is to give a positive impetus to society and politics, not to stand for or against particular rulers, as was also underscored in another essay[2] published in Civiltà Cattolica by Father José Luis Narvaja.

In this sense, however paradoxical, the position of the Church is very similar to what President Hu Jintao put forward in a speech at the 2007 Congress of the Chinese Communist Party[3]. Religions and religious personalities can give a positive impetus to politics, understood as the life of the community, the Polis, as Narvaja defined it in his essay. But, as Narvaja points out, they do not take part, and they do not become a party.

The division into parts, becoming parties, in political debate is essential, and parties are vital elements in the Polis‘s life. It is right for the citizens to separate themselves and take positions, and these divisions are vital because they advance the Polis‘s debate, and through debate, its unity. It is this level of unity and common good of the Polis that moves the Church.

The “sin” against which the Church fights and has to fight, according to the essay by Spadaro and Figueroa, is not to favor one party over another for its moral or political principles, but the split, the demonization of one side by another. That is, when in the political debate one side goes as far as delegitimizing the opponent by refusing him citizenship and even existence, it is as if they were condemning the adversary to hell. But in doing this, the party that demonizes the adversary actually condemns itself to hell. When one party wants to take over everything, crushing and destroying the other, it destroys social cohabitation, the opinions of others, and the vivifying power of debate between different ideas.

This is then the root of the Church’s condemnation of Marxism, not its analysis of the economy or society. When Karl Marx attacks religions as the “opium of the people,” he sees with precision how the Church’s power is to mediate between various social orders and reject the revolutionary impulses that swept the world during the time of the great revolutions from the French 1798 to the Russian in 1917. These revolutions sought to impose the will and the needs of one faction, a party or a class (whether it be the bourgeoisie or proletariat), over the will and needs of other factions or social classes. Marx, a revolutionary aspirant, needed to eliminate the Church’s mediation in order to mobilize the masses to solve the problem of class struggle by physically eliminating a social class and overthrowing the government in power.

This reading of the social-political debate came to Marx from Giambattista Vico (1668-1744),[4] who in The New Science for the first time identified the asperity of the war between classes, perhaps in light of Oliver Cromwell’s 1648 English Revolution, the first revolution of the West. It is peculiar that the idea of revolution (ge ming, change of the Mandate of Heaven), an ancient and foundational concept of Chinese history, came to the West precisely in the decades preceding the Cromwell Revolution, thanks to the translation work of Chinese classics by the Jesuits. Moreover, in 1644, the rebel Li Zicheng had overthrown the Ming Dynasty, and hence opened the door to the Manchu invasion and the establishment of the Qing Dynasty.

While Vico reminds that “good Menenius Agrippa[5] reduced the Roman plebeian to obedience,”[6]  he also explains that religion is able to mediate and placate the less educated and less skilled classes to create social harmony and peace. This class peace is the main obstacle to Marx’s revolution, which instead wants to replace and eliminate rulers with the ruled, the bourgeoisie with the proletarians, as Robespierre wanted to replace the aristocrats with the bourgeoisie.

Of course, this was especially true in a historic moment of strong social conflicts, as in the 19th and in part of the 20th century. At a time when the middle class fully emerges and becomes central, as after the 1950s in the West, the dynamics and dialectic between the parts (and parties) changes.

In this sense today the “sin” of the theocons is that they want to split society: they are partial and want to impose their partiality on the whole, possibly by force, by demonizing the other, as Spadaro and Figueroa explain. But on the other hand, Spadaro and Figueroa also understand that the theocons, as a part, must also be understood within the whole. That is, one cannot think of eliminating more or less violently the theocons as they want to eliminate the others. What they say is a part of the truth, which may not be the whole truth but as a part it must be understood and accepted, not refused and marginalized. This is coherent and consistent with the Church’s social doctrine in that it has opposed revolutionary movements since their emergence, but has also consistently sought to understand and integrate the motives of revolutionaries into the social body.

That is, in almost trifling terms, the Church has sought to turn revolutionary drives into impulses toward social evolution. Moreover, the plebeians sent home by Menenius Agrippa renounced the revolution but gained greater participation in the political life of the Roman Res Publica, which ceased to be only a thing of the patricians. So the Church talks “left” now because certain social pushes are part of the whole and should not be demonized.

But it remembers well that some of the Western “left” attacked the Church on the issue of sexual abuse of children by making a subtle and fallacious logical leap. The Catholic Church, fifteen years ago, was under attack by the “liberal” establishment of the West for sexual abuse. The question was certainly real and very serious. But it was also used specifically to indirectly claim that rot comes from within the very organization of the Church, where bishops and cardinals, on up (implicitly) to the Pope, would cover up sexual abuse of children.

That is, the argument was that the sexual abuse committed by a priest occurred thanks to a smokescreen by the Church, ergo evil is within the very Church that with its organization covers up the evil. The accusation was very serious and implied a logical leap. If some provide cover and if the organization is also used to cover up abuse, this does not imply an intrinsic evil in the organization; it only implies that the organization can be used badly. After all, a state that makes mistakes of any kind should not be overthrown as such with a revolution, it has to be reformed and changed, but not violently overthrown and replaced with something else. All Western countries that make mistakes one after another would otherwise be always at risk of revolution. The state, if it is open and flexible to change, can and must be corrected without the dramatic and bloody events of a revolution.

So the state has to find a way to save itself (as a state) and all its parts, by changing and evolving. The logical jump was and is subtle, and so many may neglect to see it, whether on purpose or because of distraction. But this kind of response is crucial for the very lives of modern societies that from Cromwell onward are actually structured to be elastic enough to avoid fundamental crises leading to revolutionary events. The state making mistakes must be saved from catastrophic revolutions, and the responsible must be charged.

Still, historically, in the context of the “liberal” attack on the organization of the Church, many Catholics found the solidarity with the most conservative of the Christian world. The conservatives saw it as violent criticism of the values of the church and as disparagement of the traditional values of the Western world. In this particular context, the Evangelical-Catholic alliance grew, bound if not by faith then by “politics” against the a-religious arguments of the “liberal” anti-Catholics.

In sum, the Church travels in the West between Scylla and Charybdis. On the one hand, there is the hairy embrace of the theocons, who use religion to bless their own political theses; on the other hand, there is the “liberal” hazard, where some aim to sink the Church by aiming at its coffers. The threat of raising the limit on the statute of limitations for the criminal prosecution of abuse of children could open up a cascade of suits against the Church, with compensation requirements that could bankrupt the Church.

That is, both the “right” and “left” “sin” when they want to turn into absolute their political position at the expense of the other and demonize the opponent. Theocons, who believe they can solve the complex problems of the world by starting wars right and left, “sin”; as do the “liberals” who demonize and refuse to engage the theocons, as if they were a foreign body and not about half of some societies and with important issues that must be taken into account and addressed. In the middle then, pulled on one side and the other, is the middle class. It tends to become smaller by the day in this time of great economic and international upheaval, and it may therefore be pushed to increasingly extreme behaviors, having less to lose with a major social disruption.

But in this journey that is perilous in practice, at least in principle there are no difficulties: the Church wants the unity of all; it does not want exclusions, demonization, or to send to hell any part, whatever it is. In theological terms, conversely, anyone trying to bring division is diabolical, from the Greek διαβάλλω, divide through slander, “fake news” as we would say today.

This is not just theory but has clear practical consequences and in international politics leads to the delicate and very important mission of Secretary of State Cardinal Pietro Parolin to Moscow in August.

There are three issues in his agenda. There is the reconciliation of the Church of Rome with that of Moscow, of which President Vladimir Putin, almost heir of the old czars, is patron. There is the war in Syria, where Moscow is engaged with Tehran to support Assad’s Shiite government against Sunni insurgents, and where the Christian minority is attacked by all. Then there is the issue of Ukraine, split between a Catholic half, the Uniates, and a Russian Orthodox half. On all these fronts, Rome does not aim to assert one principle against another: the Uniates against the Orthodox, Christians against Sunnis or Shiites, or the religious primacy of the Vatican on Moscow. Instead, Parolin will seek ways to recompose everything, to find a way for peace and coexistence that recognizes the needs of the various parts.[7]

In this the Church does not have, does not want, and must not have a part to defend—it wants overall development. It does not want new Yaltas, where the world is sliced like a cake more or less peacefully between two or three winners. It wants the world’s cake to remain whole and for all to enjoy it.

In practice, this means finding wise and clever solutions, and here the Church can contribute because it has no one part to defend, but defends the whole world and the peace of the world. In this it is against wars and revolutions, which are attempts to solve with blood what cannot be solved with high politics.

Of course it would be ideal if this effort for high politics and broad vision were to start with the primary power of the world, the United States. The USA however appears today divided into parties that seem to demonize each other and break the country and the world. The article by Spadaro and Figueroa is then a cry of grief for the debate in America and a kneeling prayer for the return to unity of the country, because without this unity of intent in America, peace and stability in the world is also in danger.

This space of unity and harmony brought about by religion was an important topic at the 2007 Chinese Party Congress. When Pan Yue[8] wrote in essence that the state needed religion as the “opium of the people,” he actually brought the thinking back to Vico’s mediation model.

This therefore opens up a bigger issue for China, the largest emergent country impacting the world and the US.

The historical imperial Chinese political model was of absolute and total power that imposed social peace from above, relying on potential intense pressure instead of negotiating and reaching it through a process of dialogue. This model has subjected China to cyclical crises of revolution and restoration. The model was imported into the West with the French Revolution, probably inspired by Jesuit translations, as we have seen, since many thinkers of the Enlightenment, starting with Voltaire, considered China an inspiration at the time.

This model is objectively in a practical crisis[9] and the crisis is also in theory. Indeed, the Revolution-Restoration Model says that if not tomorrow, then maybe in one hundred or two hundred years, the current “communist dynasty” will be swept away. Only an “evolutionist” model opens more room for the solidity of the Chinese government, spaces that serve the peace of the country and the world, and that would allow the Chinese government to think without the constant shadow of a coming revolution.

Thanks to Gianni Valente and Father Carlo d’Imporzano for guidance and discussions.


[1] La Civiltà Cattolica n. 4010 (15/30 luglio 2017).
[2] La Civiltà Cattolica n. 4009 (1/15 luglio 2017).
[3] Hereby there are the two reports both in English and Chinese, which are quite different. Xinhua News | Updated: 12-19-2007. Chinese President Hu Jintao on Wednesday reiterated a policy of free religious belief while stressing law-abiding management on religious affairs and support to self-governance of religious groups. Hu, also the general secretary of the Communist Party of China (CPC) Central Committee, made the statement at a meeting of the members of the Political Bureau of the 17th CPC Central Committee in their study on religious issues at home and abroad. http://www.wsichina.org/morningchina/archive/20071221.html.
[4] Con la sua storia delle diverse funzioni delle membra del corpo che riportò alla pace dopo la prima guerra di classe registrata nella storia romana nel 494 a.C.
[5] G. Vico La Scienza Nuova edizioni Einaudi, p. 184.
[6] Vico (1668–1744) studia con i gesuiti che a Napoli fondarono intorno al 1724 il primo centro di studi europeo sulla Cina, il Collegio dei cinesi. Egli peraltro fu probabilmente ispirato dalle traduzioni dei gesuiti della storiografia cinese che vedeva la storia come un susseguirsi di cicli dinastici. Infatti Vico parla di cicli e ricicli storici.
[7]Si veda http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2017-07-27/interview-with-cardinal-pietro-parolin-vatican-s-top-diplomat-moscow-and-beijing-are-the-new-interlocutors-waiting-for-europe-075728.shtml?refresh_ce=1 .
[8] Pan Yue on Huaxia Shibao, 2001 December 15, (Marxist view on religion must keep in step with times).
[9] Si veda http://www.limesonline.com/en/pope-francis-bold-outreach-to-china-is-maybe-starting-to-yield .

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2 Commenti

  1. Angela 28 luglio 2017
  2. germana 28 luglio 2017

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