L’Amazzonia non manca di preti, ma di testimoni

di: Arnaud Bevilacqua (a cura)

Padre François Glory, prete delle Missioni straniere di Parigi (MEP), è stato missionario per trent’anni nell’Amazzonia brasiliana. È autore de I miei trent’anni in Amazzonia brasiliana a servizio delle comunità di base, Karthala, 2015. L’intervista è apparsa sul sito de La Croix il 17 giugno 2019 (qui il testo originale). La riprendiamo in una nostra traduzione dal francese.

– Padre François, il documento di lavoro del Sinodo sull’Amazzonia apre una riflessione sulla possibile ordinazione di uomini sposati per queste regioni sperdute. Che ne pensa?

Ho la sensazione che sia un falso problema. In Amazzonia bisogna riflettere a partire dalle comunità. Solo in Brasile, dove ho vissuto trent’anni, se ne contano 70.000 senza eucaristia domenicale. Le comunità che resistono sono quelle che creano un legame tra la parola di Dio e la loro azione. Le altre sono assorbite dalle Chiese evangeliche.

L’ordinazione di uomini sposati rischia di rafforzare il clericalismo. Le comunità di base funzionano grazie alla divisione dei vari ministeri: come nella Chiesa primitiva, ognuno ha ricevuto dei doni e li mette a servizio di tutti. Il sistema clericale, invece, concentra tutto su una persona.

Bisogna ripensare, senza naturalmente svalutarlo, il ruolo dell’eucaristia nelle comunità. Troppo spesso pensiamo che, senza eucaristia regolare, le comunità non possano continuare a esistere. Ma è solo con la celebrazione eucaristica che si forma una comunità? La piccola Chiesa locale non vive solo della dimensione sacramentale, ma anche delle sue dimensioni sociale e profetica. Poi, se alcune comunità sono pronte a ordinare uomini sposati, allora studiamo i casi.

– La mancanza di preti in quelle regioni non è un problema?

Il problema non è di supplire alla mancanza di preti, ma piuttosto di chiedersi quale genere di comunità vogliamo far crescere. Fino a qualche tempo fa pensavo anch’io che l’ordinazione di uomini sposati fosse una soluzione, ma la mia esperienza mi ha fatto cambiare idea. Il clero “sacramentalista” domina ed è questo modello che rischia di resistere. L’80% delle comunità dove andavo erano sostenute dalle donne, che assicuravano la catechesi, la preparazione dei battesimi, dei matrimoni e curavano l’attenzione al sociale.

Ma quando un diacono o un prete arriva in queste comunità, la sua tendenza è quella di prendere il potere. La comunità serve il prete, quando invece dovrebbe essere il contrario. A mio parere, occorre piuttosto che dei preti missionari vengano a formare i cristiani perché possano loro farsi carico delle comunità assumendo i propri carismi. Il prete non deve essere la figura principale. Se poi è posto su un piedestallo, come laggiù accade spesso, la cosa è pericolosa.

– Questo problema non rischia di nascondere altre sfide con le quali l’Amazzonia deve fare i conti?

Ne ho il timore. Al tempo del concilio Vaticano II il ripristino del diaconato permanente è stato pensato anzitutto per regioni sperdute. Ora è l’Europa che ne approfitta. Temo che sia la stessa cosa. Si evoca la possibilità di ordinare uomini sposati per l’Amazzonia, ma in fondo – aprendo questa porta –, è dei problemi dell’Europa che si parla.

Per tornare all’Amazzonia, le comunità che resistono vivono tra loro, senza prete; sono quelle che poggiano sulla potenza della parola di Dio. È questo che bisogna sviluppare. L’Amazzonia non manca di preti, ma di testimoni.

Queste regioni hanno bisogno di uomini e di donne formati alla predicazione, attorno ai quali suscitare lo sviluppo di diversi ministeri. La Chiesa dovrebbe accompagnare e sostenere queste azioni e questi slanci.

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2 Commenti

  1. Martin 18 luglio 2019
  2. Luc Van Looy 25 giugno 2019

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