Orban: la «democrazia illiberale»

di: Francesco Strazzari

Alla vigilia della consultazione elettorale di domenica scorsa, 8 aprile, nessuno pensava che l’Alleanza dei Giovani Democratici (Fidesz), con il suo carismatico e pragmatico leader, Viktor Orban, potesse raccogliere quasi il 50 per cento dei voti. La vittoria è stata schiacciante. Orban continuerà la sua politica di «difesa della madrepatria», come ha proclamato dopo il risultato, una politica che ha definito di «democrazia illiberale», ispirata al presidente russo Putin e al turco Erdogan.

Guadagnano pure molto i suoi avversari di Jobbik, partito conservatore nazionalista, ora non più euro-scettico, ma fortemente critico nei confronti di Bruxelles, che ha ingaggiato una forte lotta nei confronti di Orban e il suo partito, accusandolo di corruzione. Il leader di Jobbik, Gabor Vona, eletto in uno dei collegi uninominali col 46 per cento, si è fatto forte nel denunciare che più di mezzo milione di ungheresi, per lo più giovani, ha lasciato il paese per emigrare in altri paesi dell’Unione Europea negli ultimi anni per mancanza di lavoro o per dedicarsi agli studi. Sul 12 per cento si è assestata l’Unità, coalizione guidata dal Partito socialista, di centro sinistra.

Europa: tema controverso

Orban è nato nella città che diede i natali a santo Stefano di Ungheria, Székesfehérvar, il 31 maggio 1963. Ha frequentato l’università Lorand Eotvos, è sposato e si definisce «religioso». Fondatore dell’Alleanza dei Giovani democratici (Fidesz), di impronta anticomunista, ne diventa una delle personalità di rilievo quando diventa Unione Civica Ungherese nei primi anni Novanta. Si tratta di una formazione liberale, progressista, impegnata a difendere i diritti civili. Nel 1990 entra in parlamento e Fidesz è all’opposizione. Il capo del governo, Jozsef Antall, lo convince a staccarsi dalle posizioni progressiste e lo attira nel campo del centro destra, cosa che provoca una forte reazione nell’Alleanza dei Giovani Democratici. Nel 1994, i socialisti vincono le elezioni e si alleano con i liberaldemocratici. Orban sceglie la strada dell’opposizione.

Durante il suo primo governo (1998-2002) si adopera per risollevare l’economia precipitata a causa del crollo del regime che aveva governato il paese per più di quarant’anni. Per sconfiggere la disoccupazione avvia consistenti liberalizzazioni e guarda con simpatia alla Comunità Europea. Durante il suo primo mandato, l’Ungheria entra a far parte della Nato (1999) e prende parte a missioni all’estero. Vinte le elezioni parlamentari del 2010, Fidesz ottiene una solida maggioranza parlamentare: 263 seggi su 386. Nel 2011, il governo Orban, che ha la maggioranza politica dei due terzi, avvia profonde modifiche alla Costituzione, riducendo i seggi dell’Assemblea nazionale da 386 a 199. Nel marzo 2013 l’Assemblea nazionale adotta emendamenti alla Costituzione che limitano i poteri della Corte costituzionale e alcune libertà politiche e civili. La nuova Costituzione, dà peraltro molta importanza alla centralità della famiglia, alla tradizione del paese, alla religione cattolica.

In campo economico, Orban introduce riforme allo scopo di ridurre il pesante debito e impone una tassa sui profitti privati nel settore bancario. Mette in discussione, nel settore monetario, l’indipendenza della banca centrale ungherese, sostituisce il direttore con uno di nomina governativa, riafferma l’intenzione di non entrare a far parte della zona euro, mantenendo il fiorino ungherese. Persegue una politica «nazionale» e si scontra con Bruxelles, che dà avvio a procedure d’infrazione nei confronti del paese.

Nell’area di Putin

Nel 2014, Fidesz ottiene di nuovo la vittoria nelle elezioni politiche, riscuotendo la maggioranza relativa dei consensi. Orban inasprisce i rapporti con l’Unione Europea, attacca la democrazia liberale dell’Occidente, dice apertamente, con toni spesso istrionici, di «liberarsi dai dogmi e dall’ideologia occidentale europea». Allaccia rapporti sempre più stretti con il continente asiatico e con la Russia di Putin. Nel 2015 si scaglia contro l’immigrazione extra comunitaria, ricalcando quanto detto nel 2014 in un discorso diventato celebre: «L’Ungheria sta costruendo uno stato illiberale, uno stato non liberale. Non rifiuta i principi fondamentali del liberalismo, come la libertà, ma non considera questa ideologia come l’elemento centrale dell’organizzazione dello stato, scegliendo invece un approccio diverso, di tipo nazionale».[1]

Il 2 ottobre 2016 si tiene in Ungheria un referendum sulla ripartizione dei migranti voluta dall’Unione Europea. Il 98 per cento dei votanti si esprime contro le quote, ma la consultazione non è valida per mancanza del quorum (si arriverà poco oltre il 42 per cento). Orban non molla. L’8 febbraio 2018, parlando ai sindaci dei capoluoghi di provincia del paese, nella città di Veszprém, torna sul suo progetto politico e sociale: «Nelle discussioni di ordine morale ed etico, noi ungheresi non dobbiamo cedere terreno, perché dobbiamo difendere l’Ungheria così com’è oggi. Dobbiamo affermare che non vogliamo che nella nostra società ci siano la diversità, la mescolanza; non vogliamo che il nostro colore, le nostre tradizioni e la nostra cultura nazionale si mescolino con quelli degli altri. Non lo vogliamo affatto. Non vogliamo essere un paese dove ci sia diversità. Vogliamo essere quello che eravamo mille e cento anni fa, quando siamo arrivati nel bacino carpatico. È questa la strada che vogliamo seguire, ma sfortunatamente oggi non è detto che questa strada sia percorribile. Dobbiamo difendere il nostro obiettivo, dobbiamo combattere per esso».[2] Concetti ripetuti anche alla vigilia delle elezioni nel comizio conclusivo tenutosi a Székesfehérvar venerdì 6 aprile.

Lo scorso 18 febbraio, parlando dello stato del paese, si è scagliato contro le istituzioni europee: «Sembra che l’Europa occidentale e l’Europa centrale abbiano scelto due strade divergenti. E per quanto possa sembrare assurdo la minaccia più pericolosa per l’Ungheria oggi arriva dall’Occidente. Questa minaccia è rappresentata dai politici di Bruxelles, Berlino e Parigi. Vogliono farci adottare le loro politiche, quelle politiche che hanno trasformato i loro paesi in paesi di immigrazione e che hanno aperto la strada al declino della cultura cristiana e all’espansione dell’islam. Voglio farci accettare gli immigrati e trasformarci in un paese con una popolazione mista». E qualche mese prima aveva affermato: «Ventisette anni fa, qui in Europa centrale, credevamo che l’Europa fosse il nostro futuro; oggi sentiamo che siamo noi il futuro d’Europa».[3]

Il silenzio dei vescovi

La Conferenza episcopale non si è fatta sentire durante la campagna elettorale. Nessun documento e nessuna indicazione di voto. Ma è noto che la grande maggioranza della gerarchia e del clero – pur dissentendo pubblicamente da alcuni degli eccessi verbali del leader – appoggiano Fidesz e Orban, il quale, dal canto suo, elargisce generosi contributi a istituzioni della Chiesa cattolica e ancor di più delle Chiese riformate. È vero – mi è stato fatto notare – che sulla scena politica dell’opposizione non vi sono personalità di spicco e che di fronte alle incertezze del futuro Orban offre maggiori rassicurazioni. E tuttavia non mancano voci critiche verso la gerarchia e il clero, che restano in silenzio davanti ai progetti anche più controversi del leader, destinati ad essere rafforzati dall’esito elettorale.

L’Ungheria cattolica è in movimento in vista del prossimo Congresso eucaristico internazionale, che si terrà in Ungheria nel settembre 2020. Anche in merito a questo evento, il governo ha già reso noto di essere pronto a favorire e sostenere ogni iniziativa della Conferenza episcopale.


[1] https://www.internazionale.it/bloc-notes/andrea-pipino/2018/02/20/viktor-orban-nazionalista-razzista
[2] Ibidem
[3] Ibidem

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