Paesi Baltici: la Russia fa paura

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Settembre 2016.

Lituania, Lettonia, Estonia coprono una superficie di 175.100 kmq con una popolazione di 6.260.759 abitanti. In Lituania – quasi tre milioni di abitanti – i russi sono il 2%; in Lettonia – poco più di due milioni di abitanti – i russi sono il 26%; in Estonia – 1.315.819 abitanti – i russi sono il 25,3% . La NATO ha due basi militari: una in Lituania e l’altra in Estonia.
Per esaminare l’inquieta situazione dei Paesi Baltici mi sono rivolto al nunzio Pedro Lopez Quintana, un diplomatico di lungo corso della Santa Sede, che risiede a Vilnius. È un uomo di spicco della diplomazia vaticana, acuto e intraprendente.

– Signor nunzio, partiamo da un episodio che la Russia non ha gradito. Il segretario di Stato vaticano, il card. Pietro Parolin, ha visitato i Paesi Baltici dal 7 al 13 maggio come legato pontificio per presiedere il Congresso della misericordia a Vilnius. Ha fatto visita alla base NATO, che si trova a Siauliai, quando si è recato a visitare la famosa Collina delle Croci. Con un piccolo aereo, messogli a disposizione dal presidente, la signora Dalia Grybauskaité, è atterrato nella base.

È stato un atto di cortesia che il card. Parolin abbia salutato le truppe della NATO, che stanno facendo un servizio di polizia degli spazi aerei (Baltic Air Policing). Ogni sei mesi un paese della NATO svolge questo servizio di controllo a motivo della vicina presenza dei russi. Erano appena partiti gli spagnoli, ai quali stavano subentrando i portoghesi. Hanno cordialmente accolto il cardinale, è stato un incontro molto interessante, una visita breve, durante la quale è stato spiegato al Segretario di Stato Vaticano lo scopo della loro presenza. I russi, per la verità, non hanno detto niente apertamente. Ribadisco che si è trattato di un atto di cortesia. Il cardinale non aveva il proposito di visitare la base NATO, ma, andando in visita alla Collina delle Croci, ha dovuto atterrare nella base aerea militare, e allora gli è sembrato naturale salutare i soldati lì presenti.

– Rimane, comunque, una visita imbarazzante, dato che il momento attuale non è dei più felici nei rapporti tra la NATO e la Russia.

Certamente sì. Ma bisogna capire bene questa situazione di tensione. In Italia mi sembra che non si capisca molto bene. In parte anche perché l’Italia, da tempo, ha mostrato una certa simpatia e benevolenza nei confronti della Russia. Ma nei Paesi Baltici viviamo una speciale situazione di crisi. C’è tensione. In alcuni paesi occidentali si dice che questi paesi esagerano nelle loro paure. Ma i tre Paese Baltici si domandano: che cosa è avvenuto in Crimea? Che cosa è avvenuto e avviene in Ucraina? In questi paesi la pressione russa è palpabile.

– Come si manifesta?

Si percepisce una pressione continua e la provocazione è quasi quotidiana. In molti canali televisivi russi la propaganda è continua e martellante. In Lituania sono già stati oscurati alcuni canali russi per evitare il diffondersi di questa propaganda e una visione manipolata della realtà. In Lettonia ed Estonia, dove è più forte la presenza russa, si teme che la situazione possa peggiorare. C’è l’incubo Crimea. Non tanto in Lituania, ma in Lettonia ed Estonia sì. I russi possono sempre dire che i loro concittadini vengono trattati male. In Lituania il problema non esiste perché, dopo l’indipendenza del 1991, quasi tutti i cittadini russi presenti nel paese hanno preso la cittadinanza lituana, ad eccezione di alcuni che hanno preferito mantenere la cittadinanza russa per potersi recare più facilmente in Russia.

In Lettonia ed Estonia la situazione è differente. Ci sono numerosi russi che hanno la residenza, ma non la cittadinanza. Cosa che provoca un certo malcontento. Ed è chiaro che Putin è pronto a difendere i cittadini russi dovunque. Questo malcontento potrebbe essere il movente per  un intervento militare.

Tutto ciò crea una certa russofobia. In Estonia, ad esempio, la gente si rifiuta di parlare russo; rifiuta tutto quello che sa di russo. Inoltre, si cerca di evitare qualsiasi cosa che possa giustificare un intervento russo e di non rispondere alle provocazioni. Un anno fa i russi rapirono una guardia estone di frontiera, accusandola di spionaggio. La tennero in prigione per un anno e mezzo e la liberarono in cambio di due spie catturate nel Paese. Succedono continuamente dei fatti che inquietano la gente. E poi si sentono discorsi preoccupanti da parte russa, come quello del ministro degli affari esteri, che ha detto: «Voi siete indipendenti perché i russi ve lo permettono»… Come se volesse dire: «Voi giocate ad essere indipendenti finché noi lo permettiamo».

I Paesi Baltici sanno che da soli non possono difendersi, affrontando direttamente il colosso russo. Durante l’occupazione sovietica, alla fine della seconda guerra mondiale, hanno resistito per quasi nove anni dandosi alla guerriglia nelle foreste, senza poter contare sull’appoggio dell’Occidente. Allora si aspettavano che l’Occidente li aiutasse. Ottenuta l’indipendenza, questi paesi hanno chiesto subito di aderire alla NATO. Ora chiedono una maggiore presenza della NATO.

– Infatti, nella riunione di Varsavia del 13 luglio 2016, l’Alleanza ha stabilito che, dal 2017, quattro battaglioni internazionali NATO, per un totale di 4.000 uomini, saranno dislocati in Polonia, Estonia, Lettonia e Lituania e ha riaffermato il principio che «un attacco ad uno di questi paesi sarà considerato un attacco all’Alleanza». È prevista anche una brigata multinazionale NATO per la Romania e la Bulgaria.

Questi paesi dell’Est contano molto sulla NATO per difendere la propria indipendenza di fronte al gigante russo, che ha dimostrato di  non fermarsi davanti a niente e a nessuno. Si veda cosa è successo in Ucraina.

Finora nei Paesi Baltici c’erano piccoli gruppi di militari americani ed europei che si alternavano. Ora vi sarà una presenza stabile e bene equipaggiata. Gli abitanti di questi paesi non si sono dimenticati dei tempi della guerriglia sotto la dominazione sovietica, per cui stanno puntando molto sulla specializzazione in questo campo. In altre parole, si stanno preparando alla guerriglia, perché sanno bene che lo scontro diretto con i russi sarebbe un disastro. Si stanno rifornendo di equipaggiamenti leggeri, si addestrano di continuo, hanno rimesso in piedi il servizio militare obbligatorio. Anche nelle scuole c’è un certo addestramento militare dei giovani per essere pronti all’autodifesa. Questa è la realtà. Questo avviene perché c’è tensione e il vicino russo non fa niente per abbassarla.

Il discorso più chiaro e forte contro il pericolo russo è soprattutto quello della Lituania, che non manca occasione per criticare i russi, i quali, per questo, ce l’hanno particolarmente con i lituani. I lettoni e gli estoni, per le loro particolare situazioni, preferiscono appoggiare il discorso dei lettoni, ma mantenendo una certa discrezione. Fino all’anno scorso, come membro del Consiglio di sicurezza dell’ONU, la Lituania era quella che proponeva le misure più drastiche nei confronti della Russia per la questione ucraina. La Lituania, infatti, è uno dei paesi che più di tutti aiuta l’Ucraina. Gli ospedali della Lituania ne curano i feriti.

Infine, la minaccia russa è sentita come una realtà continua.

– E la Bielorussia di Lukašėnka?

Il confine della Bielorussia è a soli trenta chilometri da Vilnius. Ai mercati di Vilnius i bielorussi sono sempre molto numerosi.

Per quanto si riferisce alla sicurezza nella zona, la Bielorussia è costretta a fare un “doppio gioco”: da una parte, non può fare senza la Russia – giacché ci sono tantissime truppe russe sul suo territorio –; dall’altra, sente di aver bisogno di migliorare i suoi rapporti con l’Occidente. E tutti conosciamo bene la situazione politica interna di quel paese.

– Come è vista la Polonia dai Paesi Baltici?

La Polonia è tra i primi ad essere interessata alla presenza della NATO e al suo rafforzamento. Possiamo dire che è il leader della zona.

Sulla questione NATO sono tutti e tre molto uniti e anche riguardo ai progetti comuni, come l’energia, i trasporti, le comunicazioni, l’economia. Si dice che sono «tre sorelle in riva al Mar Baltico», le quali si vogliono bene, ma che sono anche gelose: “Chi è la prima? Chi fa questo: tu o io?”. Adesso, ad esempio, c’è  la questione del collegamento energetico o anche quello della costruzione della “ferrovia baltica”. Si fatica a  raggiungere un accordo. Andando a ritroso, si può vedere come, subito dopo la Prima guerra mondiale, non c’è stato l’accordo per costituirsi in confederazione e questo li ha indeboliti e ha aperto la strada prima ad essere occupati e poi ad essere annessi all’Unione Sovietica. Sono stati mangiati dal gigante sovietico. Ritornando alla questione energetica e alla dipendenza dalla Russia, si è trovata una soluzione. Si è costruita una nave dove si lavora il gas liquido comperato in Norvegia e così si copre il fabbisogno dei tre paesi e non c’è quindi bisogno della Russia, la quale ovviamente non è per niente contenta.

– C’è memoria dell’occupazione sovietica?

Per molti giovani ricordare l’occupazione sovietica è preistoria. I giovani – per non parlare degli adulti – sono, in senso buono – molto nazionalisti. Hanno un senso forte della propria identità, della cultura e della lingua. Hanno vivo il senso di appartenenza al proprio paese. Ad esempio, alla fine dell’anno scolastico, in Lituania migliaia di giovani delle diverse scuole del paese, tutti con il vestito nazionale, trascorrono due o tre giorni tra canti e danze. Uno spettacolo non solo di folclore, ma di identità. Di solito, nelle feste si suonano le musiche tradizionali e tutti cantano e ballano. E questo in tutti e tre i paesi, che, sentendosi piccoli, avvertono il bisogno di affermarsi come identità.

– In questo contesto come si pone la Chiesa?

Le Chiese sono diverse nei tre paesi, ma ci sono degli elementi comuni. Come il problema della secolarizzazione. La Chiesa deve fare il suo esame di coscienza. È ancora una Chiesa molto istituzionale, che vive e agisce con schemi antiquati, come al tempo dell’occupazione sovietica. Una Chiesa che si dedicava all’aspetto rituale e devozionale, perché con la gente non poteva fare diversamente. Non aveva un ruolo nella società.

Ricordavo in una recente intervista che una delle urgenze più importanti della Chiesa riguarda la formazione del clero, preparato finora soltanto in campo liturgico. La seconda urgenza riguarda la partecipazione dei laici, perché qui il laico quasi non esiste nella Chiesa, è semplicemente uno che riceve i sacramenti. In Lituania è un soggetto passivo ed è per questo che molti giovani non trovano nessun interesse per la Chiesa, perché non vengono coinvolti. La terza urgenza riguarda la famiglia. La maggioranza delle famiglie è irregolare. Le unioni di fatto provocano l’abbandono di molti figli. Anche l’emigrazione fa sì che molti bambini non vivano una situazione di normalità. Si parla di 80% di coppie irregolari in Lituania. Durano quel che durano. Capita di sposare in chiesa coppie con quattro figli e anche anziani già nonni. In Lettonia ed Estonia la situazione è diversa. In Estonia i cattolici sono dai 5 ai 6 mila in tutto il paese, ma sono una presenza vivace. C’è il fenomeno degli intellettuali che stanno scoprendo il cattolicesimo.

 In Lituania la Chiesa, la sua realtà e attività, pur essendo i cattolici quasi l’80%, non è molto conosciuta. Per esempio, in occasione della pubblicazione dell’enciclica sul creato, alcuni mi hanno chiesto: «Perché la Chiesa si interessa di ecologia?». L’ignoranza religiosa è diffusa. Qualcosa si sta muovendo. Vi sono anche intellettuali che vanno scoprendo la Chiesa, ma altri la guardano ancora con gli occhi del tempo dell’occupazione sovietica.

– Siamo partiti ricordando la visita del segretario della Santa Sede. Ha promesso che papa Francesco farà visita ai Paesi Baltici?

La visita del segretario di Stato è stata per molti una sorpresa. Hanno scoperto aspetti della Chiesa del tutto sconosciuti. Molti si sono chiesti: «Ma chi è costui che fa scomodare il presidente della repubblica, primi ministri, intellettuali?». In Lettonia la visita è stata coperta ampiamente dalla televisione nazionale. La Lettonia è un paese dove i cattolici, pur essendo una minoranza, sono molto attivi. Anche in politica sono molto attivi. In Estonia si assiste al fenomeno di conversioni di persone appartenenti al mondo della cultura. Giovanni Paolo II ha fatto visita ai Paesi Baltici nel ’93. Un viaggio meraviglioso, di cui si conserva ancora viva la memoria. Nel 2018 saranno venticinque anni della visita. Sarebbe molto importante che papa Francesco venisse in questi Paesi. La Lettonia l’ha già invitato ufficialmente due volte. E anche gli altri paesi non hanno mancato di invitarlo ufficialmente. Durante la visita del card. Parolin, questa è stata la domanda di tutti (autorità civili ed ecclesiastiche e fedeli): «Quando verrà il papa?». Il cardinale si è impegnato a farlo presente al papa. Ci vorranno almeno tre giorni per visitare i tre paesi e non un giorno soltanto in un solo paese, stando ad una  voce che è circolata.

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