La Polonia che aspetta Francesco

di: Francesco Strazzari
Governo polacco

La formazione del governo polacco, presentata il 9/11/2015, ha ottenuto la fiducia la settimana successiva.

La coalizione PO-PSL (Piattaforma Civica-Partito Popolare), al governo da novembre 2007 a novembre 2015, aveva dato alla Polonia un volto nuovo, portandola al livello di una stabile economia emergente e serio interlocutore nell’ambito dell’Unione Europea. Anche il presidente B. Komorowski aveva goduto di alti indici di gradimento fino agli ultimi mesi in carica. Sennonché il clima di stagnazione politica, l’insorgenza della corruzione a tutti i livelli e un ostentato europeismo a scapito delle sensibilità culturali, sociali e religiose del paese hanno determinato, nel corso del 2015, la sconfitta dello stesso presidente Komorowski e, pochi mesi dopo, l’arrivo al governo del partito Diritto e Giustizia (PiS).

I primi mesi di attività della nuova legislatura, Presidenza e compagine governativa in mano al solo partito PiS si caratterizzano per una radicale accentuazione della sovranità nazionale a tutti i livelli della vita pubblica e si presentano assai travagliati.

Da tempo il PiS stava programmando una nuova Costituzione al fine di trasformare il sistema in Repubblica presidenziale. In Internet era già apparso un primo progetto di tale Costituzione. Per ragioni tattiche, alla vigilia della campagna elettorale esso venne ritirato, come pure si misero in disparte i due uomini forti del partito: il capo storico Jarosław Kaczyński e il deputato parlamentare Antoni Macierewicz. Tuttavia, una volta raggiunto il potere, questi sono tornati alla ribalta, il primo come capo del partito e plagiatore della politica del presidente della Repubblica e del primo ministro; il secondo come ministro della difesa. Inoltre, in considerazione della risicata maggioranza che non consente il quorum necessario al varo di una nuova Costituzione, il PiS ha iniziato una marcia a tappe forzate di cambi ai vertici delle istituzioni pubbliche e, in particolare, della magistratura, sicurezza, esercito, educazione, diplomazia e mezzi di informazione. I metodi usati, talora rudi e affrettati, suscitano perplessità che sfociano in diffuso disagio sociale e frequenti manifestazioni di massa nel paese, nonché allarmismi nell’opinione internazionale per una paventata deriva antidemocratica e nazionalista.

Sarà un deficit di democrazia, tipico delle recenti democrazie riorganizzatesi dopo la caduta del comunismo; o il tradizionale “particolarismo” della storia polacca che ha visto i signori, i nobili del passato, permettere che le potenze limitrofe invadessero e spartissero il paese pur di non lasciar prevalere il signorotto della contea accanto; oppure le due cose insieme. Fatto sta che chi ha perso le ultime elezioni non ha saputo perdere, e chi ha vinto non ha saputo vincere nell’interesse del bene comune.

Chi ha perso si è ritrovato in un Comitato di difesa della democrazia (KOD), assai vociferante ed emozionale, dimentico dei suoi errori e abusi del recente passato, pur di abbattere chi è arrivato al potere. E sta affrontando una progressiva dissoluzione delle sue forze. La sola protesta – anche se trova man forte nell’opinione euro-simpatizzante – non riesce a esprimere un’opposizione costruttiva e ottiene l’effetto contrario, permettendo il rinforzo e l’istituzionalizzazione delle derive del partito al potere.

Questo, per parte sua, soffre di una bulimia di potere e sta facendo della sovranità nazionale una vera ossessione a tutti i livelli: politico – anche in reazione all’amministrazione precedente che, in seno all’UE, a costo di patetismi voleva apparire la prima della classe nell’allinearsi ai diktat di Bruxelles ed avrebbero giocato un ruolo torbido nella cosiddetta “catastrofe di Smolensk”, sulla quale continua il sospetto di complotto russo –; economico-finanziario – contro le ampie aperture al mercato e agli investimenti internazionali che porterebbero ad una “svendita” delle risorse, dell’industria, del mercato e della finanza nazionale –; socio-culturale – contro l’europeismo epidermico dell’amministrazione precedente che, nel sistema educativo, nei media e in Parlamento avrebbe messo in secondo piano il patriottismo, la storia, la fisionomia religioso-cattolica del paese ed in reazione alle affermate tendenze liberali troppo poco attente al welfare delle fasce sociali deboli e all’ordine pubblico –; militare – contro lo smantellamento del servizio di leva operato dall’amministrazione precedente e la costituzione di un esercito specializzato nel quale continuano ad operare ancora molti ufficiali del passato regime comunista –; giudiziario – le istituzioni giudiziarie sono saldamente in mano alle forze politiche liberali, di sinistra, e tendono a riempire i vuoti della faziosità del legislativo appropriandosi delle funzioni del Parlamento –.

È su questo sfondo che va letta la brutalità della “spartizione delle poltrone” applicata a tamburo battente a tutti i livelli: militare, forze dell’ordine, giudiziario, educazione, media, finanza ecc. È da notare, però, che si tratta di pratiche già adottate dall’amministrazione precedente, la quale, invece, ha agito con maggiore tatto e si faceva forte del silenzio e del discreto plauso dell’opinione pubblica estera benevola.

I due casi tipici sono appunto i settori giudiziario e dell’informazione.

1. Nomina dei giudici costituzionali

Nel giugno 2015, il Sejm (Camera dei deputati) ancora dominato dalla PO, al fine di assicurarsi nel Tribunale Costituzionale una maggioranza di giudici vicini al partito e con la sconfitta elettorale già all’orizzonte, nominò cinque nuovi giudici: tre in sostituzione di altrettanti il cui mandato sarebbe scaduto entro la legislatura allora in corso e due destinati a succedere ad altrettanti che avrebbero terminato il proprio mandato in novembre, già sotto una eventualmente diversa composizione del Sejm.

Ovviamente si trattò di una misura prevaricatrice, invano contestata dal PiS, allora all’opposizione e tendenziosamente passata sotto silenzio dalla stampa nazionale e internazionale. Con l’arrivo del PiS al potere, il nuovo Sejm, insediatosi nel mese di novembre, ribaltò la decisione e nominò cinque nuovi giudici che prestarono subito giuramento davanti al nuovo presidente.

Da quel momento si è innescato un braccio di ferro tra l’opposizione, la Corte Costituzionale e la nuova compagine legislativa e presidenziale. Le prime contestano alla terza un’indebita ingerenza del legislativo nel giudiziario, mentre Sejm e Capo dello Stato negano alla Corte Costituzionale un controllo sulle decisioni del Parlamento, allorché esso promulga decisioni non semplicemente normative, ma fondanti.

La polemica si infittisce sulla base dell’emendamento alla legge sul Tribunale costituzionale, approvato dal Sejm il 22 dicembre u.s., che ridefinisce la composizione e le procedure del Tribunale costituzionale in favore della maggioranza al potere. Tale emendamento è stato denunciato dalle opposizioni presso la Corte Costituzionale la quale, il 9 marzo u.s., si è pronunciata sulla sua incostituzionalità; ma il primo ministro rifiuta di pubblicare la sentenza nella Gazzetta ufficiale.

Sono intervenute la Commissione di Venezia e la UE. La Commissione europea ha avviato le procedure del c.d. “meccanismo di protezione dello stato di diritto”.

Non c’è segnale di compromesso da alcuna delle due parti. Il braccio di ferro si fa sempre più pericoloso.

2. “Piccola legge” sui media pubblici nazionali

La legge, entrata in vigore il 7 gennaio scorso, senza le consuete vacatio legis e previa consultazione sociale, è volta ad aggiornare quella sulla radiofonia e televisione nazionali del 29 dicembre 1992. Essa avrà vigore fino al 30 giugno c.a., data in cui è prevista la promulgazione di una legge onnicomprensiva in materia.

L’urgenza per tale misura è stata dettata prevalentemente dalla convenienza degli organi legislativo ed esecutivo di allontanare i dirigenti di varie reti e programmi televisivi e radiofonici nazionali, i quali, non rispettando neppure i consueti 100 giorni di grazia, attaccavano e denigravano Parlamento e Governo fin dai primi risultati delle elezioni politiche a questi favorevoli.

Tra i fattori potenzialmente positivi della “piccola legge” si riscontrano:

  • la volontà di porre fine all’opposizione politica e alla banalizzazione talora fuorviante dei valori culturali, storici, patriottici e anche religiosi, condotti dalla gestione precedente, sull’onda di un europeismo poco condiviso;
  • l’intento di riportare il reclutamento del personale e l’impostazione dei programmi nell’ambito nazionale, mentre il precedente direttivo aveva affidato la selezione del personale e la redazione dei programmi ad un gruppo di fiducia, escludendo accuratamente dall’informazione pubblica ogni collaboratore non pienamente allineato.

Rimangono, invece, interrogativi sull’uso di tale nuova misura.

A distanza di qualche mese, i nuovi dirigenti, più che imprimere un reale orientamento della selezione del personale e della redazione dei programmi su criteri maggiormente rispettosi dei diritti delle persone e dei valori democratici, culturali e religiosi propri del paese, sembrano piuttosto allinearsi anch’essi ai desideri della nuova politica.

Le modalità spicce e non pienamente rispettose delle procedure democratiche usate nell’emanare la “piccola legge” stanno danneggiando l’immagine del nuovo corso e accrescendo l’ostracismo e l’isolamento da parte dei media internazionali.

Ciò che maggiormente infastidisce l’opinione critica internazionale pare essere l’accenno che la “piccola legge” fa al rispetto dovuto dai mezzi di informazione nazionale «alle convinzioni religiose degli utenti e soprattutto al sistema dei valori cristiani». Ma, anche qui si rivela con evidenza il pressapochismo dei commentatori internazionali i quali tacciono, o per trascuratezza professionale o per tendenziosità ideologica, che l’accenno in questione è una pura citazione di quanto già contenuto nella summenzionata legge del 1992.

Anche nel settore dell’informazione emerge la preoccupazione del nuovo corso politico e governativo per un rapido e pieno recupero della sovranità nazionale che, non sempre a torto, gli oppositori considerano un ulteriore tassello verso una deriva nazionalistica.

Per di più, in seno ai movimenti pro-life, assai divisi, è prevalsa la linea dura. Essi si sono rivolti al potente Istituto Ordo Iuris (Opus Dei) con richiesta di preparare un progetto civico di legge sul divieto totale dell’aborto che prevede modifiche di alcuni articoli della legislazione polacca «Sulla pianificazione della famiglia, la protezio­ne dell’embrione umano e le condizioni che consentono l’interruzione della gravidanza», del 7 gennaio 1993, e della definizione del reato di aborto contenuta nel Codice penale del 6 giugno 1997, secondo le quali l’aborto è consentito in tre casi.

Secondo gli autori, il progetto della nuova legge – «Sulla tutela universale della vita umana e l’educazione alla vita familiare» – assicurerebbe totale ed equa tutela della vita e della salute di ogni bambino, sia prima sia dopo la nascita, ovviando ad alcune clausole della legge del 1993, ritenute incostituzionali e immo­rali, perché non contemplano la difesa della vita del nascituro. Allo stesso tempo, tale legge obbligherebbe lo Stato ad estendere l’assistenza alle famiglie in cui cres­cono bambini con disabilità o concepiti nell’ambito di un reato (stupro, incesto). Il progetto prevede che l’educazione scolastica venga integrata con la formazione alla vita familiare e l’insegnamento della paternità responsabile e dei valori della fami­glia e della vita umana dal concepimento fino alla morte naturale.

Inoltre, essa intende introdurre nel Codice penale il principio che il bambino concepito è un essere umano fin dal momento della fusione delle cellule riprodut­tive maschili e femminili. Stabilisce sanzioni contro chi causa la morte del nasci­turo (reclusione da 3 mesi a 5 anni). Prevede una punizione da uno fino a dieci anni di carcere per chi, con la violenza sulla madre, procuri la morte del feto. Sono previste sanzioni anche per chi aiuta o incita alla pratica abortiva. Non commette­rebbe invece un crimine il medico, se la morte del feto fosse indotta dalle cure necessarie per salvare la madre. Per le madri che deliberatamente causassero la morte del nascituro, la Corte potrebbe applicare un’attenuazione straordinaria della pena, oppure anche rinunciare alla sua imposizione.

A metà marzo u.s., alcune organizzazioni, riunitesi sotto la bandiera «Stop aborto», hanno presentato al Sejm la petizione per la registrazione del Comitato di iniziativa legislativa «Stop aborto» che si dovrà occupare della raccolta di almeno 100 mila firme, richieste dalla legge per poter presentare ufficialmente il progetto civico di legge. In un primo momento, il maresciallo del Sejm ha rimandato la registrazione sulla base di “lacune formali”, riguardanti soprattutto i costi finanziari rappresen­tati dal progetto di legge. Pressato, però, dalle contestazioni che lo accusavano di voler opporre un’ostruzione formale al solo fine di rimandare la raccolta di firme a tempi meno propizi e di aver preso la decisione senza attendere che si formasse una chiara posizione da parte dei politici e della Chiesa, il maresciallo ha accolto l’istanza.

«Stop aborto» ha ora a disposizione tre mesi di tempo per raccogliere le firme necessarie e introdurre in Parlamento il disegno di legge.

Anche se la configurazione politica nel Sejm sembra poter assicurare i voti necessari all’adozione del progetto di legge, membri del partito al governo hanno fatto pressione su alcuni vescovi affinché trattenessero i difensori della vita da un’azione così affrettata, giacché il dibattito sull’aborto è al momento molto pericoloso e potrebbe portare anche al crollo del Governo Szydło.

Il 30 marzo u.s., la Presidenza della KEP (Conferenza episcopale polacca) ha, comunque, pubblicato un comunicato in cui si ribadisce la piena tutela della vita umana e si rifiuta il “compromesso” della legge del 1993, che in tre casi permette l’aborto. L’appello è stato ripetuto nel comunicato conclusivo dell’Assemblea plenaria dei vescovi del 14-16 aprile.

Alla voce dei vescovi si è riferita anche la primo ministro, Beata Szydło, la quale, esprimendo appoggio per il progetto di legge, ha precisato che questa è posizione sua personale e non del partito PiS, i cui membri, quando la legge sarà presentata, voteranno secondo coscienza.

La Chiesa, in tutto questo

Stanisław Gądecki

Stanisław Gądecki, Presidente della Conferenza episcopale polacca – KEP (Foto: KEP).

Ai primi di dicembre 2015, nella ricorrenza dell’anniversario di fondazione di Radio Maryja, Kaczyński ha pubblicamente ringraziato la Radio e il suo popolo per l’appoggio determinante alla vittoria del PiS. Opinione sua, ma non lontana dalla realtà.

Durante le campagne elettorali (presidenziale e legislativa) i vescovi (con rare eccezioni) si sono mantenuti discreti. In seguito ai risultati, in molti hanno esultato, pur nella discrezione. Non così i sacerdoti. In massa hanno parlato in favore ed esultato ai risultati. È fortemente radicata questa mentalità: «finalmente siamo tornati a contare qualcosa; non siamo più emarginati…; nonostante tutto, la Chiesa è forte…».

Con le lentezze rituali, qualche vescovo e il presidente della KEP hanno cercato di intervenire presso il “potente” (Kaczyński) e il KOD per consigliare prudenza e senso del compromesso, ma né una parte né l’altra hanno accettato di parlarne. Preferiscono il muro contro muro.

Ci sono state omelie con appelli al dialogo e al compromesso per il bene comune e a lasciar da parte il linguaggio di odio politico e sociale. Ci sono stati messaggi anche chiari e forti, ma il “cameratismo” con il nuovo corso prevale: piccoli favori di qua e di là indorano la pillola e “rassicurano” che tutto va bene.

Il 1050° del battesimo della Polonia è stato celebrato con solennità e in buon concerto con Governo, Parlamento e Senato. I due eventi di quest’anno (1050° e GMG) e la corsa alle udienze in Vaticano per le più alte autorità sono altrettanti sforzi per ottenere il “battesimo” del nuovo corso.

Parolin, legato pontificio, il 15 aprile, a Poznań, ha rivolto ai vescovi un saluto sereno, incoraggiante, ma anche preciso ed esigente sulla visibilità politica.

Francesco è cordiale con tutti, ma vedremo cosa dirà a Częstochowa, nella messa di commemorazione del battesimo della Polonia, il 28 luglio p.v., e negli incontri con autorità civili, nel castello di Cracovia, ed episcopato nell’attigua cattedrale, il 27 luglio sera.

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