Santa Sede – Cina e il “principio Perù”

di: Francesco Sisci

Versione in inglese

Ci sono molti modi con cui vedere i rapporti tra Santa sede e Cina. La discussione a Roma e anche a Pechino verte su questioni interne di Chiesa: il tale vescovo, la tale diocesi, il tale prete eccetera.

Vicende tutte importantissime e fondamentali ma per altri, senza un’opinione in materia e senza davvero grandi interessi da una parte o dall’altra, è altro che si muove in questa vicenda.

Il papa nel suo viaggio in Cile e Perù ha detto qualcosa che risuonava come centrale di tutta la partita tra Chiesa e Cina in questo momento: va molto bene non fare il male, ma è molto male non fare il bene.

Non è che la Chiesa per non fare il male (non accettare imposizioni di Pechino sulla vita della Chiesa) non fa il bene? Cioè non entra in Cina e così mette il suo granellino di presenza nell’orrido meccanismo che sta portando a uno scontro tra Cina con un grande parte della regione che le è intorno?

Ci sono fumi di uno scontro che si addensano nella regione. Prima era solo il timore delle ricadute delle tensioni sulla Nord Corea, oggi stanno assumendo dinamiche proprie.

Il 19 Hu Bo sul Global Times nella sua versione in cinese spiegava che l’alleanza tra Giappone, Australia e India, sostenuta dagli USA ancora non è una piena alleanza militare ma ammetteva che esercita già una pressione sulla Cina.

A ciò va da aggiungersi che ormai USA e Cina si stanno preparando per una guerra commerciale (si veda ad esempio Andrew Browne).

Il Rhodium Group diretto da Dan Rosen, il quale si era battuto per un maggiore interscambio tra USA e Cina negli ultimi venti anni, denuncia nel suo ultimo rapporto che in sostanza la Cina è venuta meno allo spirito dell’impegno della sua adesione al WTO (organizzazione del commercio mondiale).

Questo è il contesto in cui leggere il rapporto del segretario della difesa americana del 19 gennaio James Mattis.

Visti dalla Cina, i punti di Mattis sono essenzialmente due: 1) La Cina è vista come una “sfida” potenziale alla democrazia americana, e 2) gli USA si opporranno a questa minaccia.

Tutto ciò oggettivamente crea molte questioni per la Santa Sede, perché muta radicalmente il contesto geopolitico dove la Chiesa va a operare. Inoltre pone un enorme dilemma: che posizione prendere in uno scontro, una nuova guerra fredda che si profila come sempre più possibile?

Forse la modestissima speranza sarebbe che la Chiesa si metta tra i due litiganti, al di là di torti e ragioni degli uni o degli altri.

In questo al di là di tutte le questioni “di Chiesa” accettare di normalizzare i rapporti con Pechino in questo momento sarebbe tentare di imprimere una dinamica diversa a questo meccanismo fatale.

La Chiesa nel suo complesso ha smesso di pensare in termini geopolitici da molti secoli, da quando è rimasta schiacciata nel XVI secolo dal doppio scontro a oriente contro i musulmani dell’Impero turco e a nord dai protestanti dei nuovi principi tedeschi. Entrambi, protestanti e musulmani, in realtà si opponevano allo strapotere degli imperatori Asburgo, e la Chiesa era in qualche modo ostaggio dell’imperatore.

Allora, anche per sfuggire all’abbraccio e aggirare l’assedio politico, culturale e religioso, arrivarono i gesuiti (di origine spagnola come la corte di Asburgo di Madrid) che inventarono di fatto una “geopolitica” della Santa Sede oltre gli Asburgo e i suoi nemici.

La sconfitta degli Asburgo nel XVII secolo e la debolezza del nuovo “sovrano protettore” della Santa Sede, la Francia, nel XVIII secolo imposero la fine dei gesuiti, troppo potenti, e che fornivano al papa una forza “indipendente” che limitava Parigi.

Dalla metà del ’700 poi con la rivoluzione francese e le rivoluzioni sempre più areligiose dell’800 e del ’900, la proiezione geopolitica della Santa Sede è sempre più diminuita. Durante la guerra fredda è stata arruolata poi nel campo anticomunista, e si è trovata costretta a una scelta di parte.

Oggi in un contesto molto diverso, dove non ci sono parti divise nettamente, se la Santa Sede non normalizza presto i rapporti con Pechino essa partecipa nei fatti al processo di “accerchiamento ideologico” in corso. Tale accerchiamento può essere anche giusto e giustificato. Ma se pure così fosse, anche ai nemici accerchiati occorre offrire una via di fuga, altrimenti l’essere con le spalle al muro può dare risorse e iniziative inattese e inaspettate.

Aprire a Pechino ora invece non significa approvare quello che Pechino fa. Aprire un dialogo, uno spazio di comunicazione utile anche per esperire vie diverse che saranno utile anche ai cristiani della Cina e non, e saranno utili anche a tutti gli uomini, cinesi non, cristiani e non.

In altre parole, oggi un’apertura alla Cina potrebbe essere per la Chiesa e il mondo ciò che fu l’ordine dei gesuiti nel XVI secolo, un modo di sfuggire insieme all’abbraccio degli Asburgo e aggirare i nemici, insieme a aprire nuovi canali di dialogo con nemici ed amici.

Oggi, senza neanche pensare alla Cina, gli Asburgo della Chiesa potrebbero essere per certi versi gli USA, che a differenza del sovrano di allora non sono cattolicissimi, ma cristianissimi sì. Proprio gli USA oggi sono spaccati come forse mai sono stati nell’ultimo secolo. Il viaggio del papa in America del 2015 ha aiutato il paese a ritrovare una sua unità intorno a valori che sono profondamente cristiani, anche se compresi spesso in modo molto diverso dalle due parti dello spettro politico.

In realtà una normalizzazione delle relazioni con Pechino potrebbe aiutare per prima proprio Washington, che è molto preoccupata per l’ascesa cinese ma cerca freneticamente alternative allo scontro.

In ciò il terreno è estremamente scivoloso e pericoloso. Ma in questo la legittima paura di fare male rischia di diventare impedimento per volere fare bene.


Holy See – China, trying not to do evil can be an impediment to do good?

There are many ways to see the relationship between the Holy See and China. The discussion in Rome and also in Beijing is about internal Church matters: the bishops, the dioceses, the priests, and so on.

All of these issues are very important and fundamental, but for outsiders, without an opinion on the subject and without strong interests on one side or the other, something else is more significant.

The Pope, on his trip to Chile and Peru, said something that resonated as central to the whole dialogue between Church and China at this time: it is very good to not do evil, but it is very bad not to do good.

Is it not the case that the Church does not do good when it does not accept Beijing’s impositions on the life of the Church? That is, shouldn’t the Church enter China and so have some influence on the system that might be leading to a conflict between China and a large part of the area around it?

There are hints of a clash brewing in the region. At first it was only the fear of renewed tensions with North Korea, but today there are new dynamics at work.

On January 19, Hu Bo of the Global Times explained that the US-supported military alliance between Japan, Australia, and India is still not fully effective but admitted that it already exerts pressure on China. Hu’s prose is not inflammatory. He is cool-headed and delineates the objective strategic risks for China, although he underscores there are no clear military objectives and there is no clear-cut military alliance between all four.

To this must be added that now the US and China could be preparing for a trade war.
The Rhodium Group, directed by Dan Rosen, who had fought for greater trade between the US and China over the last twenty years, denounces in its latest report the fact that in essence China has failed to adhere to the spirit of its commitment to the WTO (World Trade Organization).
This is the context in which to read American Defense Secretary James Mattis January 19 report.

Seen from China, Mattis makes essentially two points: 1) China is seen as a potential “challenge” to American democracy, and 2) the US will oppose this challenge.

All this objectively creates many questions for the Holy See because it radically changes the geopolitical context in which the Church works. It also poses a huge dilemma: what position to take in a clash, when a new cold war looms as increasingly possible?

Perhaps the most modest hope would be that the Church places itself between the two sides, outside of the wrongs or interests of either.

In this, beyond all the “Church” issues, agreeing to normalize relations with Beijing at this time would be an attempt to give a different spin to this fatal mechanism.

The Church as a whole has ceased to think in geopolitical terms for many centuries, since it was crushed in the 16th century by the double clash to the east against the Muslims of the Turkish Empire and to the north by the Protestants supported by the new German princes. Both Protestants and Muslims actually opposed the overwhelming power of the Habsburg emperors, and the Church was in some ways hostage to the emperor.

Then to escape the embrace and circumvent the political, cultural, and religious siege, the Jesuits (who also hailed from Spain like the Habsburgs) invented a “geopolitics” of the Holy See beyond the Habsburgs and their enemies.

The defeat of the Habsburgs in the 17th century and the weakness of the new “sovereign protector” of the Holy See, France, led the end of the Jesuits, who were too powerful and provided the Pope with an “independent” force that limited Paris.

From the mid-eighteenth century with the French revolution and the increasingly secular revolutions of the nineteenth and twentieth centuries, the geopolitical projection of the Holy See increasingly diminished. During the Cold War, it was recruited into the anticommunist camp and forced to choose one side.

Today in a very different context, where there are no clear sides, (not yet at least) if the Holy See does not soon normalize relations with Beijing, in fact it could be participating in the process of “ideological encirclement” already in progress. This encirclement can be just and justified.

But even if it were, it is necessary to offer the encircled enemy an escape route—otherwise with its back to the wall, China may call on unexpected resources and initiatives.

In any case, opening to Beijing now does not mean approving of what Beijing does. Opening a space for communication is useful for looking for different points of view, something that will also be useful to Christians and non-Christians in China and to all men, Chinese or not.

In other words, today an opening to China could be for the Church and the world what the Jesuit order was in the 16th century: a way to escape the embrace of the Hapsburgs and get around the enemies, while opening channels of dialogue with enemies and friends.

Without even thinking of China, the Habsburgs for today’s Church might be the US, which unlike the sovereign of the time is not very Catholic, although it is very Christian. However, the US today is split as perhaps it had never been in the last century.

The Pope’s journey to America in 2015 helped the country to regain some of its unity around values that are deeply Christian, even if often understood very differently on the two sides of the political spectrum.

In fact, a normalization of relations with Beijing could first of all help Washington, which is very worried about the rise of China but also seeks alternatives to a clash. In this, the terrain is extremely slippery and dangerous. But the legitimate fear of doing evil risks becoming an impediment to wanting to do good.

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