Van Rompuy e il ruolo dei cristiani in Europa

di: Maria Teresa Pontara Pederiva

«Il contributo del cristianesimo per il futuro dell’Europa» era stato il tema di un intervento del domenicano inglese, Timothy Radcliffe, presso la Cattedrale londinese di Westminster.

Undici anni dopo il Bollettino della Commissione COMECE nel numero di marzo riporta una riflessione sullo stesso tema a firma del presidente emerito del Consiglio Europeo, «Il ruolo dei cristiani in Europa di oggi».

Herman van Rompuy, già premier del Belgio e per molti anni una figura di riferimento per molti cattolici dei palazzi della politica europea (laurea in economia e filosofia e storia presso l’università cattolica di Leuven) aveva parlato su questo tema in un affollato incontro presso la Cappella d’Europa a Bruxelles il 20 gennaio 2016 sui valori dell’Unione Europea.

In un momento in cui la questione migranti sembra talvolta mettere in crisi l’idea stessa di Unione Europea appare quanto mai attuale e significativo il suo discorso sulle motivazioni che hanno indotto i padri fondatori a promuovere il progetto europeo: «Un progetto che in primo luogo non era economico, ma la nostra risposta alla crudeltà e alla barbarie della seconda guerra mondiale e di tutte le guerre precedenti. L’Unione ha posto le sue basi sulla riconciliazione fra le nazioni, sulla riaffermazione della dignità umana e sul valore insostituibile di ogni persona. Si può dire che abbiamo rinunciato alla vendetta. Con la disumanizzazione dell’altro, inevitabilmente ci eravamo un po’ disumanizzati anche noi in una spirale senza fine di violenza e odio. L’UE aveva inteso fermare questa evoluzione fatale».

L’Europa quindi, spiega van Rompuy, è soprattutto come «unione di valori» perché, andando avanti negli anni, anche la caduta del muro di Berlino era basata su un valore perché possiamo considerarla come «una vittoria sulla menzogna di una dittatura che aveva ignorato completamente l’unicità di ogni essere umano, una persona era solo una parte del tutto».

Unione di valori

Ma nello sviluppo dell’Unione il ruolo dei cristiani è stato fondamentale perché «non dobbiamo dimenticare che le due ideologie responsabili della maggior parte delle atrocità nel secolo scorso non avevano nulla a che fare né con la religione, né con il cristianesimo».

Anzi, in un momento in cui il mondo si trova ad affrontare una serie di sfide con forti implicazioni etiche, i cristiani dovrebbero apparire ancora oggi i più forti difensori dell’idea europea.

Van Rompuy richiama il motto che l’aveva fatto conoscere anche al di fuori del nostro continente: «una civiltà, molte culture». La nostra civiltà occidentale è costruita sulla democrazia, lo Stato di diritto, parità di genere, la non discriminazione, la separazione tra Chiesa e Stato, l’economia sociale di mercato. In questo quadro ci dovrebbe essere spazio per molte fedi e culture. «Abbiamo bisogno della diversità. Una volta che si accetta questo modello il numero in sé, vuoi di musulmani o di altri credenti. è meno importante. Eppure la sensazione generale è che non abbiamo ancora maturato questa consapevolezza».

Personalismo cristiano

I cristiani non dovrebbero mai dimenticare che anche i loro simili sono persone concrete, in particolare quanti sono nel bisogno. Siamo tutti chiamati ad un impegno morale nei confronti di coloro che attraversano il Mediterraneo in inverno, dei bambini che muoiono di stenti e di freddo o che vivono nelle tende a Calais. La vista dei volti delle persone può essere in grado di cambiare la nostra opinione e il nostro comportamento.

A differenza di molte altre ideologie, personalismo cristiano non pretende di avere una risposta a portata di mano a tutte le sfide e i problemi della società di oggi: non vi è alcun libro con tutte le risposte, esiste piuttosto un insieme di principi e linee guida che si può seguire quando si tenta di dire come dobbiamo trattare l’un l’altro e il ruolo che dovrebbe competere a stati e istituzioni.

«I cristiani possono avere anche opinioni diverse sulla politica economica, sulla necessità di austerità o di riforme strutturali, sui disservizi delle nostre società, su come affrontare il cambiamento climatico, ma i cristiani non possono dare un contenuto diverso a valori come responsabilità e solidarietà».

Come dire: non possiamo andare avanti con un aumento indefinito di debito pubblico e privato o con un ulteriore deterioramento del nostro ambiente, un esaurimento delle materie prime e delle fonti energetiche non rinnovabili. Questo sarebbe “egoismo generazionale”. Non dobbiamo amare solo i nostri figli, ma tutti i bambini. Non pensare al futuro della razza umana è il più grande fallimento si possa immaginare.

L’Unione Europea ha avuto la guida della Conferenza ONU delle parti sul clima, COP-21 a Parigi: «noi in passato – a partire dall’inizio della rivoluzione industriale – abbiamo commesso grossi sbagli, chiamiamoli peccati, ma oggi abbiamo cambiato le nostre politiche. E speriamo che non sia “troppo poco o troppo tardi”.

I cristiani sono impegnati poi all’interno degli Stati membri: che possiamo dire del nostro capitale sociale, di solitudine e infelicità, del nostro capitale di famiglia, della distribuzione del reddito, gli aiuti allo sviluppo, il ruolo dell’istruzione, l’equilibrio tra lavoro e vita personale, tra produttività e qualità della vita? In tutti questi campi abbiamo bisogno di una dimensione umana come di un’economia altamente competitiva globale. Non ci sono risposte chiare, ma l’approccio è fondamentale: «Il personalismo è l’unico modo di guardare le cose».

Opportunità, non minaccia

Viviamo ormai in società laiche, conclude van Rompuy, e questo non è certo una minaccia per i cristiani. Al contrario, è una vera opportunità. Dobbiamo fare le nostre scelte e cercare altresì di convincere gli altri. Anche attraverso la testimonianza, soprattutto oggi con l’arrivo massiccio dell’Islam in Europa Occidentale. Da un lato, la religione in generale è accusata per i crimini compiuti dagli estremisti (per qualcuno ormai la religione significa la guerra»), dall’altro sappiamo bene che la religione è ancora un fattore importante nella nostra società.

Ecco allora la forza di un dialogo, forse oggi più necessario che mai, non solo per la ricerca di valori comuni, ma anche per diventare consapevoli delle differenze per quanto riguarda i valori in gioco. Ma il dialogo deve essere vero. Anche nei rapporti interpersonali, l’altro è diverso da me. Noi viviamo anche relazioni d’amore con le persone, ma esse sono sempre diverse da me. Le differenze sono parte della vita. Vivere insieme significa allora ricerca di un terreno comune, dove possiamo vivere in armonia e pace. Il dialogo può condurre ad una convergenza. Il dialogo è parte della cultura. L’integrazione non significa assimilazione, ma è il paradigma di “una civiltà, molte culture”, un paradigma ancora valido.

Le nostre società stanno cambiando radicalmente grazie alla tecnologia, le biotecnologie, il benessere diffuso, i progressi della medicina, la globalizzazione, l’immigrazione ecc. Ma l’atteggiamento peggiore che possiamo avere è quello di ripiegarci su noi stessi perché attanagliati dalla paura dell’altro e del nuovo. È questa è la fonte di conflitto e di violenza. Il nostro approccio deve sempre rimanere all’insegna della speranza («Wir schaffen Das», «Yes, we can», noi possiamo farlo). Possiamo essere dalla parte di Eros e non di Thanatos.

E i cristiani devono contribuire a questo cambiamento della società, anche se da una posizione da «resto di Israele».

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