Venezuela: occorre un negoziato “protagonista”

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Mentre si tratta fra il regime e l’opposizione, la situazione del Venezuela resta bloccata. Il venezuelano perde la pazienza mentre spera in un cambiamento immediato della situazione. Le speranze accese da Guaidó vanno spegnendosi vedendo che il cambiamento agognato non arriva.

C’è stato un cambiamento? Mi azzardo a dire di sì, però non è avvenuto come lo avrebbero desiderato i più. Il cambiamento, dal mio punto di vista, sta avvenendo. Il tavolo della trattativa è la prova di questo cambiamento in gestazione.

Davanti all’insensatezza di Maduro, molti venezuelani credono che il tavolo della trattativa sia uno stratagemma sfruttato dal regime per guadagnare tempo. Altrettanti sono convinti che, con l’intento di cambiare rotta, Guaidó il 30 aprile abbia dato prova della sua debolezza, dal momento che non ha ottenuto l’effetto desiderato.

Ricordiamo che questa è stata la seconda battuta d’arresto per Guaidó, dal momento che il 23 febbraio è stato un fallimento quando non riuscì a far entrare gli aiuti umanitari richiesti. La gente riconosce a Guaidó la buona volontà, ma gli manca il polso necessario per farsi effettivamente carico del governo.

La debolezza di Guaidó non è la forza di Maduro. Non si vede coesione nel regime. Al suo interno vi sono diverse fazioni che pretendono di avere il controllo, ma nessuno di questi dispone di una forza reale, e così si è formato un equilibrio interno al blocco del regime che li obbliga a restare alleati benché non siano d’accordo sulle decisioni politiche da prendere.

Cosa succede realmente nel Paese?

In questo momento c’è una sorta di disinformazione generalizzata e una tranquillità ricca di tensione. Non c’è interventismo da parte del governo in ambito economico, per cui gli imprenditori stanno lavorando senza il ferreo controllo che veniva esercitato precedentemente. La conseguenza di questo è il rifornimento di alimentari e di prodotti di prima necessità. L’inflazione non cessa di crescere, motivo per cui i prodotti sono di difficile reperibilità per la maggioranza dei venezuelani.

La tregua in ambito economico non si verifica in ambito politico. Il fatto che tutte le parti siedano al tavolo della trattativa non ha raffreddato il grado di aggressività reciproca. L’Assemblea (potere legislativo) cerca di minare la forza del regime e il regime prova a sgretolare l’Assemblea. Per ciascun punto messo a segno dall’Assemblea, il regime risponde con imputazioni o con l’azzeramento dell’immunità di alcuni deputati.

Nel settore delle forze armate serpeggia una grande sfiducia. Non c’è coesione tra politica ed esercito, esercito e aviazione, aviazione e marina. Fra i diversi corpi di polizia si nota un fragile equilibrio delle forze che origina da una reciproca diffidenza. Il FAES[1] agisce al margine del SEBIN e del CICPC, il DGICIM si oppone al FAES e controlla il SEBIN, la Guardia nazionale ha il suo proprio modo di esercitare la forza. È normale circolare per strada e trovare posti di blocco presidiati dai vari organismi di sicurezza. Ti controlla la Guardia nazionale e 50 metri più avanti ti ferma e ti controlla la Polizia nazionale.

A questo fragile equilibrio di forze va aggiunto il potere dei criminali. Ci sono delinquenti armati alleati del governo che controllano interi quartieri di Caracas. Sono gruppi che si impegnano a garantire la pace nei settori popolari, a condizione che la polizia non vi metta piede. È normale andare nelle zone popolari e incontrare gente armata con mitragliatrici, fucili o pistole automatiche.

L’equilibrio di forze basato sulla sfiducia è l’arma a doppio taglio che mantiene in vita il regime. La rottura di questo equilibrio può scatenare una violenza dalle conseguenze imprevedibili. Questo equilibrio è quello che Guaidó ha tentato di spezzare in questi ultimi mesi.

Cosa abbiamo?

Una situazione di fragile equilibrio nel quale nessuno degli attori politici ha una forza effettiva. Questo è il motivo per il quale si è arrivati alla trattativa. La trattativa non nasce dalla buona volontà di nessuna delle parti, ma dalla fragilità di tutte. I negoziatori cercano di mantenere l’equilibrio delle forze; ogni volta che si introduce uno squilibrio tra le parti politiche, la forza opposta risponde immediatamente per ripristinare l’equilibrio compromesso.

È il caso delle recenti sanzioni imposte dal governo americano al regime di Maduro, il quale si è trovato impedito a qualsiasi accordo finanziario internazionale. Ciò suppone una perdita di forza da parte di Maduro, perché ha sempre meno possibilità di controllare e incidere sull’economia.

Le sanzioni che hanno indebolito il blocco di Maduro hanno trovato risposta nel rifiuto dei suoi membri di sedere al tavolo della trattativa nei giorni 8 e 9 di agosto e dal ritiro dell’immunità parlamentare ai deputati influenti dell’opposizione. A un’aggressione si risponde con un’aggressione corrispondente. Il rifiuto di sedere al tavolo della trattativa l’8 agosto non significa la rottura dei negoziati, ma si tratta di riprenderli senza aver mostrato debolezza.

Il negoziato è il cammino lungo che chiede un di più pazienza ai venezuelani. Sebbene sia certo che la maggioranza vuole una soluzione rapida, quasi magica, non è meno sicuro che queste forme di soluzione abbiano esito nefasto, poiché finiscono col generare troppi contrattempi nel futuro.

Forse la fragilità di tutti gli attori politici sta risultando vantaggiosa per tutti i venezuelani. Trattare significa arrivare ad un accordo per il quale tutte le parti devono saper rinunciare a qualcosa e avanzare proposte convincenti che ottengano il consenso delle parti. Nessuno degli attori ha la forza sufficiente per controllare il potere in forma egemonica. Forse è l’ora di giungere all’esercizio consensuale del governo, a vantaggio di tutti i venezuelani.

Cosa ci manca?

Purtroppo la maggioranza dei critici politici si mantengono nel recinto della mera sostituzione di un attore politico con un altro. Si tratta di sostituire il “regime cattivo” con “un buon governo”. Dietro vi sono in gioco molti aspetti che non si possono ignorare.

Il cambiamento non sarà effettivo se non si tiene in conto quell’aspetto della dignità che Chavez ha risvegliato con un suo discorso tra i venezuelani poveri nei quartieri popolari e dei villaggi contadini.

Alcuni vogliono un cambiamento disfacendo tutto ciò che è stato fatto da Hugo Chavez in poi. Una soluzione simile non porterebbe altro che problemi. Dall’irruzione di Chavez sulla scena politica si è radicata nella coscienza del venezuelano che non per tutto vi è una soluzione tecnica. Il progresso non consiste soltanto nell’acculturazione della gente. Non tenerne sufficientemente  conto è stata esattamente la fragilità di Guaidó.

In effetti, il presidente dell’Assemblea ha presentato un progetto di ricupero del Venezuela che pone l’accento sull’aspetto economico, come se il risanamento dell’economia fosse l’unica cosa alla quale aspirano i venezuelani. Il progetto manca di un fondamento antropologico che lo sostenga. Dove vengono intercettati i sogni della maggioranza dei venezuelani? Questo è il motivo per cui molti non si riconoscono in questo piano di ricupero.

Per la gente dei quartieri popolari Guaidó rappresenta solo una soluzione parziale. Il cambiamento deve passare da un rispetto per quanto è stato ottenuto con il chavismo in ambito antropologico e culturale. Senza questo, qualunque soluzione avrà inizio e fine nel nonsenso.

Che si può fare?

È l’ora della Chiesa e dell’università. È ora che i centri accademici prendano coscienza del proprio ruolo protagonista che devono assumere. Il tavolo dei negoziati non è un tavolo chiuso. È necessario aiutare la società civile a organizzarsi in tavoli di lavoro per formulare proposte concrete da portare al tavolo dei negoziati.

Si tratta di proporre il Paese che sogniamo e che tutti i venezuelani vogliono. Non si tratta di cenacoli fra intellettuali, ma di spazi nei quali si esprima la partecipazione reale di tutti i venezuelani.

Se qualcosa di positivo c’è stato nel chavismo, questo è il passaggio nella costituzione da uno stile di “governo rappresentativo” all’ideale di uno stile di “governo protagonista”. Secondo la Costituzione del 1999, i dirigenti politici non prendono decisioni come rappresentanti della propria gente, ma coinvolgendo la gente nelle decisioni. Questo cambiamento non è stato insignificante né può svanire in quale che sia modalità di governo futuro.

La Chiesa ha il potere di raggiungere e coinvolgere, e gli intellettuali l’abilità di raccogliere proposte e sistematizzarle. È ora di far ascoltare la voce dei venezuelani e cominciare a vivere seriamente la tanto agognata democrazia protagonista.


[1] I nomi si riferiscono a corpi di polizia dello Stato.

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