Vescovi canadesi: L’eutanasia sintomo di una società “usa e getta”

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La legge è ancora da fare, ma intanto un giudice dello stato di Alberta in Canada ha concesso l’autorizzazione a procedere per un trattamento di “dolce morte” in una clinica di Vancouver richiesto da una donna malata di Sla.

Da oltre un anno in Canada si discute in merito (già il Quebéc ha legiferato ancora nel 2014, ma l’applicazione ha subito un rinvio lo scorso dicembre), almeno dal 15 febbraio 2015 quando la Corte suprema federale aveva dichiarato incostituzionale il divieto del suicidio assistito concedendo un anno di tempo ai legislatori per approvare una legge in merito. Un mese fa si era levata la voce di mons. Douglas Crosby, vescovo di Hamilton e presidente dei vescovi canadesi, preoccupato per la discussione avviata in Parlamento: «Le conseguenze della legalizzazione sono facilmente prevedibili: tentativi di applicare eutanasia e suicidio assistito a nuove situazioni mediche, un sentimento crescente di angoscia per le persone disabili, gli anziani, i malati cronici, le persone con depressione e morenti sottoposte a minacce supplementari alla loro vita e serenità, erosione della fiducia reciproca tra medico e paziente, aumento delle situazioni di stress per gli operatori sanitari, accresciuto rischio di pressioni sulle persone vulnerabili e le loro famiglie per incitarle a non diventare “un peso”».

E la settimana scorsa, mentre la discussione politica non ha ancora raggiunto l’accordo su diversi punti del disegno di legge, la Conferenza episcopale del Canada ha pubblicato un testo che intende essere solo un contributo alla riflessione dei parlamentari cattolici e di tutti i fedeli. Ma soprattutto un contributo non solo dal versante cattolico o cristiano, bensì di ogni credente perché, nella Lettera inviata ai rappresentanti eletti, il vescovo Crosby parla a nome dei «confratelli vescovi, cattolici e ortodossi, i leader Evangelici protestanti, le comunità di fede ebraica e musulmana, e molte altre fedi o anche nessuna fede», lasciando intendere con chiarezza come la questione del suicidio assistito sia una di quelle tematiche che riguardano la dignità umana in quanto tale, senza alcuna distinzione di credo religioso o meno. Perché «prendersi cura dei morenti infatti non è aiutarli a togliersi la vita» aveva dichiarato un mese fa.

Un Rapporto governativo ideologico

Il testo fa esplicito riferimento al Rapporto pubblicato nel mese di febbraio dal Comitato congiunto formato da esponenti del governo e dei medici canadesi contenente una serie di Raccomandazioni. Che il suicidio assistito sia disponibile anche ai pazienti con disturbi psichiatrici (Raccomandazione 3); Che la sofferenza psicologica rientri tra i criteri che fanno riconoscere il diritto al suicidio assistito (Raccomandazione 4); Che nel giro al massimo di 3 anni il suicidio assistito venga reso disponibile anche agli adolescenti ed, eventualmente, anche i bambini che possano essere considerati “minori maturi” (Raccomandazione 6); Che tutti gli operatori sanitari siano tenuti al minimo delle cure in caso di pazienti che cercano il suicidio assistito (Raccomandazione 10); Che tutte le istituzioni sanitarie a finanziamento pubblico del Canada siano in grado di fornire il suicidio assistito (Raccomandazione 11).

La relazione, che ricalca le “aperture” previste in altri paesi (le maggiori affinità sembrano essere con Belgio e Olanda), contiene una grave lacuna, sostengono i vescovi, perché non mostra affatto come le cure palliative e l’assistenza a domicilio possano rivelarsi un’autentica opzione per coloro che vorrebbero scegliere il suicidio, né individuano una strategia nazionale per prevenirli. I pastori ricordano che in Canada i tassi di suicidio sono 5-7 volte superiori tra i giovani nativi canadesi rispetto agli altri, mentre i tassi di suicidio tra i giovani Inuit (il popolo dei ghiacci) sono tra i più alti del mondo, addirittura 11 volte superiori alla media nazionale.

«L’insegnamento della Chiesa cattolica e la presa di posizione dei vescovi cattolici sono chiare – scrive mons. Crosby – il suicidio non è parte della cura della salute. Uccidere malati nel fisico o nella mente, siano essi giovani o anziani, è in contrasto con la responsabilità di cura e il comandamento dell’amare il fratello o la sorella». I vescovi intendono prendere quindi le distanze dalle dichiarazioni del Comitato congiunto in quanto «le Raccomandazioni di cui sopra e la filosofia che permea il Rapporto non è in alcun modo “centrato sul paziente” come vorrebbe far intendere, né costituisce un aiuto per assistere e sostenere i malati terminali e i più psicologicamente vulnerabili.

“Per prendere in prestito le parole di papa Francesco, le Raccomandazioni del Rapporto, conclude la Lettera, sono soltanto un ulteriore approccio di una società “usa e getta” che non rivela affatto il volto della misericordia di Dio»

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