Almeno ti abbiamo fatto il Presepe

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Adorazione dei pastori

Caro Gesù bambino,

anche quest’anno il presepe è pronto. I pastori sono già in posizione, quasi svegli. Ci sono anche la tua tenera madre, Maria, e quel rivoluzionario pieno di coraggio che è Giuseppe. E vicino a loro il bue e l’asinello, perché un po’ di freddo, si sa, lo fa anche a Gerusalemme. Abbiamo messo anche la neve sulle montagne, e la scena che si contempla è sempre un’immagine della vita ordinaria dei poveri, qualcuno vicino alla fontana e qualcuno che fa il pane, nell’attesa dell’evento.

Manchi solo Tu. La culla, ancora vuota, ti aspetta.

Siamo abbastanza curiosi, noi uomini del Terzo millennio. La nostra premura, ammantata di religiosità e buoni sentimenti, non vuole permettere che ti accada di nuovo ciò che hai già dovuto patire: non c’era posto per te negli ostelli di Gerusalemme, perché in fondo, non c’era posto per te tra i tuoi familiari, amici e compaesani.

Noi invece no: ti prepariamo il presepe già da venti giorni prima, ogni sera lo accendiamo di luci, ci portiamo i nostri bambini parlandogli – almeno una volta in un anno! – che lì nascerà un certo Gesù. E poi ci commoviamo e ci emozioniamo, come davanti al miglior film d’amore della storia del cinema. Ma, soprattutto, lo difendiamo il presepe. Non so se più per il fatto che desideriamo accogliere la Tua venuta oppure per barricarci dentro la nostra intoccabile tradizione, ma comunque lo difendiamo.

Io devo confessartelo, caro Gesù. Sono proprio stanco di questo Natale, anche se è una festa meravigliosa e penso che faccia bene commuoversi. E non ce l’ho affatto col presepe e con l’atmosfera che crea.

Io sono stanco di questi Natali pieni di retorica e di ipocrisia. Sento il rifiuto per questi Natali zeppi di mielosa poesia e ricchi di cose inutili, vendute come le suppellettili più importanti dal falso mercato che in questi giorni divora le città e attira le nostre frenesie. Io non posso più sopportare certe commozioni passeggere davanti alla tua culla, senza che esse portino al sussulto di un incontro vero con Te, nella Parola e nel Pane spezzato.

Eh sì, sono proprio stanco. Di certe visite turistiche e distratte davanti ai presepi, mentre davanti al tabernacolo sei quasi sempre solo. Di certe folle da mercato ovunque ci sia un simbolo di Natale, mentre i banchi della messa domenicale si vanno svuotando. Di infiniti baci che ci scambiamo per farci gli auguri, quando nella fretta della vita ordinaria non siamo più capaci neanche di fermarci e guardarci negli occhi, di regalare una carezza ai nostri figli e di abbattere finalmente il muro delle nostre rabbie e delle nostre vendette.

Non le sopporto più queste nenie natalizie che inneggiano alla pace, mentre siamo in guerra anche col condomino del piano di sotto, alimentando quella spietata ferocia di certi potenti della Terra che, al netto di un altro brindisi natalizio, stanno già pianificando il prossimo conflitto armato.

Mi è diventata insopportabile la retorica ipocrita di chi ogni anno difende il presepe, soltanto per ribadire che, in fondo, noi della cristiana civiltà occidentale dobbiamo respingere il diverso e lo straniero per non perdere i cosiddetti nostri valori; ogni giorno, infatti, calpestiamo ogni giorno i valori del presepe, che è la culla per un bambino nato straniero in questo mondo, non accolto dai suoi, adorato solo dallo stupore dei piccoli, dei poveri e degli stranieri, gli stessi su cui continuiamo a perpetrare la nostra arroganza e le nostre ingiustizie.

Mi suona davvero strano, caro Gesù, e mi fa anche rabbia, che gli uomini ti bestemmiano, evadono le tasse, pagano il sesso, utilizzano il sistema della raccomandazione, odiano gli stranieri…ma guai a toccargli il presepe!

Un pugno nello stomaco è per me questo Natale, frivolo e superficiale, costruito sulle onde dell’emozione e del consumismo, mentre dovrebbe essere il canto della povertà di Dio che, da ricco che era si è spogliato e ha assunto la forma di un bambino. E provoca ribrezzo il perbenismo di chi il giorno di Natale si commuove davanti al tuo presepe, e rifiuta nella vita quotidiana l’accoglienza dell’altro, la tenerezza per il piccolo, la solidarietà per il povero, il brivido dello stupore per il futuro, le lacrime per chi gioisce.

Non ne posso quasi più di questa retorica natalizia di chi non lascia mai il posto agli altri, di chi occuperebbe anche quella sedia sgangherata posta vicino alla tua capanna, di chi zittisce il canto di stupore degli angeli sostituendolo con la lagna delle sue rassegnazioni, di chi ruberebbe anche il pane appena sfornato di quel fornaio messo al centro del presepe, pur di approfittare della situazione.

Si, caro Gesù bambino, mentre il Natale è una festa straordinariamente scomoda, che rovescia i criteri del nostro mondo e della nostra società finto-religiosa; mentre è parola di provocazione contro tutte le offese fatte ai deboli e contro tutte le ingiustizie della Terra; mentre è canto di fuoco che viene a inquietare le nostre pacifiche sicurezze e i nostri calcoli umani; mentre è profezia di pace e di liberazione da tutte le catene che abbiamo creato; mentre inaugura il mondo nuovo dell’armonia, che supera finalmente questa Terra ferita dall’inquinamento e dal degrado…

Siamo stati capaci di normalizzarlo e di neutralizzarlo. Abbiamo fatto del Natale una festa normale. Neutra. Innocua e pacifica. Un’altra occasione per affogare in qualche zucchero in più.

Adesso ho capito perché tardi a venire. Ma non puoi certo lasciarci da soli. Anche se il nostro cuore è ancora così arido, almeno ti abbiamo fatto il Presepe.

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Un commento

  1. Andrea Lebra 21 dicembre 2017

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