Annunciare il Vangelo in un tempo di rinascita

di:

betulle

Ho immaginato questa introduzione al testo inviato con il titolo: «Annunciare il Vangelo in un tempo di rinascita. Carta d’intenti per il “Cammino sinodale”» come un momento per illuminare il percorso e scaldare il cuore sulla strada che ci sta davanti.

Per trovare un’intuizione che accenda il nostro spirito ho fatto un piccolo esercizio di ermeneutica sull’intervento di papa Francesco all’Azione Cattolica Italiana, lo scorso 30 aprile, ultimo di una serie. Confrontando il testo distribuito in embargo e la trascrizione dell’orale, possiamo notare tre significativi innesti, che ci raccontano il tono dell’intervento. Il testo scritto illumina la mente, le aggiunte a voce parlano al cuore.

Potremmo riassumere le aggiunte a voce con tre espressioni colorite usate da papa Francesco: “togliere dall’archivio”, “non guardarsi allo specchio”, “dal basso, dal basso, dal basso”. Questi tre modi di dire che parlano al cuore rispondono a tre domande che ci indicano la traccia del nostro camminare insieme: il “Cammino sinodale” perché, come, con chi?

La prima domanda riguarda le ragioni e le passioni del “Cammino sinodale”; la seconda lo stile e i modi con cui metterci in viaggio; la terza parla dei compagni e dei tempi del percorso.

“Togliere dall’archivio”: le ragioni e le passioni

All’inizio dell’intervento all’Azione Cattolica, nel terzo punto dove il papa commenta l’aggettivo “italiana”, dopo aver letto il primo paragrafo del testo preparato, aggiunge: «E la Chiesa italiana riprenderà, in questa Assemblea [dei Vescovi] di maggio, il Convegno di Firenze, per toglierlo dalla tentazione di archiviarlo, e lo farà alla luce del cammino sinodale che incomincerà la Chiesa italiana, che non sappiamo come finirà e non sappiamo le cose che verranno fuori. […]. E la luce, dall’alto al basso, sarà il Convegno di Firenze».

Riprendere il Convegno di Firenze, sottrarlo dalla tentazione di archiviarlo! Questa è l’insistente richiesta di papa Francesco. È il filo rosso che dobbiamo prendere in mano per districarci nel tempo presente.

Una delle prime volte che papa Francesco introdusse l’assemblea dei Vescovi ci parlò dell’“eloquenza dei gesti” per cambiare stile di presenza al mondo. Il papa ci disse: «Il vostro annuncio sia poi cadenzato sull’eloquenza dei gesti. Mi raccomando: l’eloquenza dei gesti. Come Pastori, siate semplici nello stile di vita, distaccati, poveri e misericordiosi, per camminare spediti e non frapporre nulla tra voi e gli altri. Siate interiormente liberi, per poter essere vicini alla gente, attenti a impararne la lingua, ad accostare ognuno con carità, affiancando le persone lungo le notti delle loro solitudini, delle loro inquietudini e dei loro fallimenti: accompagnatele, fino a riscaldare loro il cuore e provocarle così a intraprendere un cammino di senso che restituisca dignità, speranza e fecondità alla vita» (66ª Assemblea Generale, 19 maggio 2014).

Il tema del Convegno di Firenze era il seguente: “In Gesù Cristo il nuovo umanesimo”. Papa Francesco è entrato nel tema per una porta apparentemente dimessa. Prendendo spunto dal Giudice misericordioso dell’Ecce Homo della cupola, ha affermato: «Possiamo parlare di umanesimo solamente a partire dalla centralità di Gesù, scoprendo in Lui i tratti del volto autentico dell’uomo. È la contemplazione del volto di Gesù morto e risorto che ricompone la nostra umanità, anche di quella frammentata per le fatiche della vita, o segnata dal peccato. Non dobbiamo addomesticare la potenza del volto di Cristo. Il volto è l’immagine della sua trascendenza. È il misericordiae vultus. Lasciamoci guardare da Lui. Gesù è il nostro umanesimo».

La centralità cristologica del suo discorso ne rivela il motore segreto: solo una Chiesa che abita questo roveto ardente trova la casa da cui può partire anche per l’avventura più grande. L’“addomesticamento della potenza del volto” toglie energia a ogni nostro slancio evangelizzatore.

Il papa ne ha declinato tre aspetti con un procedere piano, quasi meditativo: umiltà, disinteresse, beatitudine, ricavandoli sul calco dell’inno della Lettera ai Filippesi (Fil 2,6-11).

Da una cristologia dell’umiliazione ha ricavato lo stile umile della missione della Chiesa. Mi ha fatto sovvenire una pagina memorabile del card. Martini che, nella lettera di presentazione del Sinodo alla sua Chiesa, scriveva: «È il volto dell’umile, che accetta di essere consegnato alla morte per amor nostro. […] In Lui, misericordia fatta carne, siamo chiamati a essere la Chiesa della misericordia; in Lui, povero per scelta, la Chiesa povera e amica dei più poveri; in Lui, appassionato per la comunione del regno, la Chiesa dell’unità intorno ai pastori da lui voluti per noi, nell’attesa fiduciosa e orante del dono della piena comunione tra tutte le Chiese cristiane; in Lui, ebreo osservante, la Chiesa che ama i suoi fratelli maggiori e si nutre sulla santa radice; in Lui, Servo umile e consegnato per amore al dolore e alla morte, la Chiesa che accetta di farsi consegnare dal Padre alla via dolorosa per amore del suo popolo, fino alla fine».[1] Stupenda consonanza di prospettiva.

Anche gli altri due tratti che devono rinnovare il volto della Chiesa approfondiscono la cristologia dell’inno: il disinteresse e la beatitudine.

Vorrei riprendere la bellezza del secondo tratto: quello del disinteresse. In sé la parola “inter-esse” è positiva, significa “stare-tra” e “abitare-in-mezzo” ed è molto vicina a “inter-cedere”, che è l’azione di chi abita tra la gente e ne porta le gioie e i dolori. Nella formula rinforzata del papa essa risuona in modo univoco: «Dunque, più che il disinteresse, dobbiamo cercare la felicità di chi ci sta accanto. L’umanità del cristiano è sempre in uscita. Non è narcisistica, autoreferenziale. Quando il nostro cuore è ricco ed è tanto soddisfatto di se stesso, allora non ha più posto per Dio. Evitiamo, per favore, di “rinchiuderci nelle strutture che ci danno una falsa protezione, nelle norme che ci trasformano in giudici implacabili, nelle abitudini in cui ci sentiamo tranquilli” (EG, 49)». Da ciò consegue che la beatitudine del cristiano «è quella di chi conosce la ricchezza della solidarietà, del condividere anche il poco che si possiede; la ricchezza del sacrificio quotidiano di un lavoro, a volte duro e mal pagato, ma svolto per amore verso le persone care; e anche quella delle proprie miserie, che tuttavia, vissute con fiducia nella provvidenza e nella misericordia di Dio Padre, alimentano una grandezza umile».

La linea di pensiero papa Francesco è disarmante nella sua semplicità. «Umiltà, disinteresse, beatitudine: questi i tre tratti che voglio oggi presentare alla vostra meditazione sull’umanesimo cristiano che nasce dall’umanità del Figlio di Dio. E questi tratti dicono qualcosa anche alla Chiesa italiana che oggi si riunisce per camminare insieme in un esempio di sinodalità». Da Cristo alla Chiesa: per la Chiesa italiana e il suo stile pastorale.

A partire da questo punto, il Discorso di Firenze ha cominciato a infondere passione ai presenti. Ad esempio, con questo passaggio, che è il punto di svolta del Discorso in Santa Maria del Fiore: «Questi tratti ci dicono che non dobbiamo essere ossessionati dal “potere”, anche quando questo prende il volto di un potere utile e funzionale all’immagine sociale della Chiesa. Se la Chiesa non assume i sentimenti di Gesù, si disorienta, perde il senso. Se li assume, invece, sa essere all’altezza della sua missione».

Possiamo immaginare l’eco nei presenti del passo appena citato, ingigantito subito con la ripresa di un brano molto noto di Evangelii gaudium: «L’ho detto più di una volta e lo ripeto ancora oggi a voi: “Preferisco una Chiesa accidentata, ferita e sporca per essere uscita per le strade, piuttosto che una Chiesa malata per la chiusura e la comodità di aggrapparsi alle proprie sicurezze. Non voglio una Chiesa preoccupata di essere il centro e che finisce rinchiusa in un groviglio di ossessioni e procedimenti” (EG 49)».

Vi fu allora chi parlò di “sferzata” alla Chiesa italiana! Qualcuno oggi forse pensa che non abbia avuto molto effetto, anche se mi sembra ingiusto sorvolare sul molto che si è fatto in questi cinque anni e mezzo in tante diocesi d’Italia.

In ogni caso, una Chiesa che si lascia sporcare la veste, perché condivide la fatica degli uomini, fa risuonare un famoso testo dell’allora card. Montini, nella lettera per la Quaresima del 1962, intitolata Pensiamo al Concilio: «Per questo [la Chiesa] cercherà di farsi sorella e madre degli uomini; cercherà di essere povera, semplice, umile, amabile nel suo linguaggio e nel suo costume. Per questo cercherà di farsi comprendere, e di dare agli uomini di oggi facoltà di ascoltarla e di parlarle con facile ed usato linguaggio. Per questo ripeterà al mondo le sue sapienti parole di dignità umana, di lealtà, di libertà, d’amore, di serietà morale, di coraggio e di sacrificio. Per questo, come si diceva, vedrà di “aggiornarsi” spogliandosi, se occorre, di qualche vecchio mantello regale rimasto sulle sue spalle sovrane, per rivestirsi di più semplici forme reclamate dal gusto moderno».[2]

Montini è stato definito il “poeta della modernità”, cioè colui che s’è lasciato permeare dal linguaggio moderno così profondamente da immettervi la forza vitale del lievito evangelico, in un processo di prodigioso scambio. Non possiamo noi oggi patire e sentire la stessa onda calda per iniziare il nostro “Cammino sinodale”?

“Non guardarsi allo specchio”: lo stile e i modi

Il secondo innesto di papa Francesco nell’intervento all’Azione Cattolica è il più lungo e riveste una duplice funzione: liberarci dai nostri timori e delle nostre paure e aprirci una strada praticabile. Ascoltiamolo: «In effetti, quello sinodale non è tanto un piano da programmare e da realizzare, ma anzitutto uno stile da incarnare. E dobbiamo essere precisi, quando parliamo di sinodalità, di cammino sinodale, di esperienza sinodale. Non è un parlamento, la sinodalità non è fare il parlamento. La sinodalità non è la sola discussione dei problemi, di diverse cose che ci sono nella società… È oltre. La sinodalità non è cercare una maggioranza, un accordo sopra soluzioni pastorali che dobbiamo fare. Solo questo non è sinodalità; questo è un bel “parlamento cattolico”, va bene, ma non è sinodalità. Perché manca lo Spirito. Quello che fa che la discussione, il “parlamento”, la ricerca delle cose diventino sinodalità è la presenza dello Spirito: la preghiera, il silenzio, il discernimento di tutto quello che noi condividiamo. Non può esistere sinodalità senza lo Spirito, e non esiste lo Spirito senza la preghiera. Questo è molto importante».

Lo stile sinodale – dice il papa – non è solo discussione, non è solo maggioranza, non è solo convergenza pratica su scelte pastorali, ma un evento spirituale, un’azione dello Spirito Santo nel cuore della Chiesa, fatto di preghiera, silenzio e discernimento. Basterebbero questi elementi per dirne il carattere di evento eucaristico, ecclesiale e spirituale! L’espressione più famosa è quella di Crisostomo e ricorre nel commento al penultimo salmo del salterio. Definisce l’essere stesso della Chiesa: «Chiesa è il nome del convenire e del camminare insieme» (Ekklesía gár systématos kaí synódou estìn ónoma, Ex. in Psalm. 149,2; PG 55,493).

Questo mette in luce il duplice aspetto della sinodalità, il “convenire” (liturgico) e il “camminare” (evangelizzante).

Il primo dice il rapporto della Chiesa con la liturgia eucaristica, sorgente della communio. Il secondo la modalità evangelica e fraterna con cui la communio si attua nel “camminare insieme”. Potemmo dirlo in forma semplice: la comunione senza la sinodalità resta un cuore senza un volto; e viceversa: una sinodalità senza Spirito può ridursi a una forma di retorico populismo.

L’insistenza del papa sul fatto che molti immaginano una sinodalità senza Spirito Santo mi ha fatto ricordare che nella Summa Theologiae di Tommaso (STh II-II, qq. 47-52) la “sinodalità” è riconducibile al “consiglio”, come dono dello Spirito Santo, e corrisponde alla virtù cardinale della prudenza.[3]

Per Tommaso d’Aquino la prudenza cristiana è la virtù necessaria per decidere, e si applica all’ambito del bene proprio (prudenza personale), del bene della famiglia (prudenza domestica) e del bene della comunità (prudenza politica): è il primo gradino dell’agire morale equo e giusto. La prudenza (che si avvicina al tema moderno del “discernimento”) è l’arte di decidere il giusto e il bene per sé (persona), per la comunità (famiglia e Chiesa), per la società (politica).

Non esiste, tuttavia, decisione saggia e prudente, se non si nutre del dono del “consiglio”. Questo processo implica due cose: la capacità di ben consigliare in coloro che sono chiamati a dare consiglio e la docilità in coloro che devono rendersi disponibili a quanto viene consigliato. Per san Tommaso il consiglio è il dono di percepire ciò che va fatto per raggiungere un fine soprannaturale, rimane anche nella vita eterna e si può chiedere con la preghiera nella comunione dei santi. Il dono del consiglio è, infine, collegato alla beatitudine della “misericordia”. È bello vedere che virtù cardinali (prudenza), doni dello Spirito (consiglio) e beatitudini evangeliche (misericordia) siano tra loro intimamente connesse.

Il tema della sinodalità può, dunque, essere svolto illustrando queste tre dimensioni: la radice della sinodalità nella liturgia eucaristia, la sinodalità intesa come forma di corresponsabilità al governo nella Chiesa e la sinodalità come processo spirituale di comunione.

Possiamo riprendere il nesso tra prudenza-consiglio-misericordia, che mi sembra perfettamente in sintonia con l’intervento di papa Francesco. La relazione tra virtù di prudenza, dono del consiglio e beatitudine della misericordia, forma rispettivamente la dimensione antropologica, teologica e cristologica della sinodalità.

La virtù di prudenza è la radice antropologica della sinodalità. La prudenza richiede un discernimento che si distende nel tempo, si confronta con gli altri, si colloca nel fiume della memoria (di una comunità, di una Chiesa locale, di una città, di un paese), sfugge all’idealizzazione e sa assumere il rischio di decidere ciò che è buono qui e ora.

La prudenza è tutt’altro che “prudente”, timorosa, reticente. Esige coraggio, lungimiranza, sguardo aperto.

La prudenza appartiene al sapere pratico, e per questo non è possibile senza il concorso di molti, soprattutto di coloro che in qualche modo sono coinvolti nel discernimento di particolari ambiti dell’agire pastorale della Chiesa. Si pensi solo alla famiglia, all’educazione, alla professione, alla vita civile. La possibilità di una decisione saggia del ministero ecclesiale non può escludere l’apporto competente per l’annuncio evangelico e la pratica pastorale del popolo di Dio, delle famiglie e dei laici. Questo apporto può essere competente solo come atto della libertà che si lascia animare dallo Spirito.

Il dono del consiglio accompagna l’esercizio della virtù di prudenza: è la dimensione teologale di ogni percorso sinodale. Il dono del consiglio è reso presente nella liturgia, la quale è il momento sorgivo di ogni “evento” sinodale, tanto che è richiamata come costitutiva nell’Ordo ad synodum.[4]

Un “Cammino sinodale” non deve perdere la connotazione “spirituale” dei modi con cui la Chiesa approda alla decisione pastorale e articola le sue scelte pratiche. Altrimenti la sinodalità corre il rischio di diventare una pura operazione organizzativa e programmatica che non esprime il mistero che è e fa la Chiesa.

Se il “consiglio” è il “dono di percepire ciò che va fatto per raggiungere un fine soprannaturale”, possiamo dire che il “consigliare nella Chiesa” è l’atto spirituale per eccellenza con cui si “immagina” la Chiesa in modo corrispondente alla sua natura eucaristica.

La sinodalità è il cammino per “immaginare la Chiesa”, le sue azioni e i suoi gesti, come plebs adunata de unitate Patris, Filii et Spiritus Sancti (san Cipriano, citato in LG, 4). Solo come plebs adunata dall’Eucaristia può diventare ecclesia synodalis, comunità che “cammina insieme” sotto l’ispirazione del dono del consiglio. Ma l’intreccio tra virtù di prudenza e dono del consiglio non basta.

La beatitudine della misericordia sta al crocevia tra virtù e dono. La finezza dell’intreccio di san Tommaso rivela ora la sua bellezza e la sua concretezza. Virtù e dono trovano nella beatitudine la via storica su cui camminare insieme. Per esprimerci con un’immagine, sono la “segnaletica” con cui la Chiesa “fa sinodo”, cioè “fa-strada-insieme”.

Se dobbiamo rispondere alla domanda “Chi è la Chiesa nel mondo?”, essa non può essere che l’intreccio tra mistero e storia, tra comunione e popolo di Dio, tra plebs adunata ed ecclesia synodalis. La figura storica del rapporto tra virtù e dono è la beatitudine della misericordia: «Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia» (Mt 5,7). La sinodalità assume i tratti dell’inclusione, dell’accompagnamento, dell’integrazione (solo per ricordare le tre parole chiave del Sinodo sulla famiglia). Questo evento di Chiesa può diventare paradigmatico della Chiesa come evento per il tempo a venire.

Quanta misericordia è necessaria anche oggi per fare della Chiesa il luogo dei buoni legami, perché i credenti portino la gioia del Vangelo agli uomini del nostro tempo! Da tutto ciò viene naturale la conclusione di papa Francesco: «Fare sinodo non è guardarsi allo specchio, neppure guardare la diocesi o la Conferenza episcopale, no, non è questo. È camminare insieme dietro al Signore e verso la gente, sotto la guida dello Spirito Santo»!

“Dal basso, dal basso, dal basso”: i compagni e i tempi del percorso

Sorprende che, fin dall’inizio, quando papa Francesco immagina lo svolgimento del “Cammino sinodale”, lo indichi con una frase, accompagnata dal gesto della mano che sale gradualmente dal basso verso l’alto: «Il cammino sinodale, che incomincerà da ogni comunità cristiana, dal basso, dal basso, dal basso fino all’alto».

Viene spontaneo chiedersi: quanto “dal basso”? Si potrebbe rispondere: sempre più nella profondità della vita degli uomini e delle donne.

Vi sono però due indicazioni che illuminano la richiesta del papa. La prima è riferita alla laicità e si trova nel discorso all’Azione Cattolica: «Il vostro contributo più prezioso potrà giungere, ancora una volta, dalla vostra laicità, che è un antidoto all’autoreferenzialità. È curioso: quando non si vive la laicità vera nella Chiesa, si cade nell’autoreferenzialità. […]

Laicità è anche un antidoto all’astrattezza: un percorso sinodale deve condurre a fare delle scelte. E queste scelte, per essere praticabili, devono partire dalla realtà, non dalle tre o quattro idee che sono alla moda o che sono uscite nella discussione. Non per lasciarla così com’è, la realtà, no, evidentemente, ma per provare a incidere in essa, per farla crescere nella linea dello Spirito Santo, per trasformarla secondo il progetto del Regno di Dio».

La laicità è evocata come rimedio all’autoreferenzialità e all’astrattezza, cioè a una visione della missione che non assume l’umano e non scende nel concreto della vita e della storia. È un richiamo che si comprende bene in presenza di un’associazione laicale.

Nel Discorso di Firenze, però, c’è un altro passaggio, ancora più arioso, in cui il “dal basso” assume una dimensione non solo spaziale, ma culturale: «La società italiana si costruisce quando le sue diverse ricchezze culturali possono dialogare in modo costruttivo: quella popolare, quella accademica, quella giovanile, quella artistica, quella tecnologica, quella economica, quella politica, quella dei media… La Chiesa sia fermento di dialogo, di incontro, di unità. Del resto, le nostre stesse formulazioni di fede sono frutto di un dialogo e di un incontro tra culture, comunità e istanze differenti. Non dobbiamo aver paura del dialogo: anzi è proprio il confronto e la critica che ci aiuta a preservare la teologia dal trasformarsi in ideologia» (corsivo mio).

Questa vasta rete di scambi non potrebbe riportare la Chiesa nello spazio pubblico con un metodo nuovo e con la presenza decisiva dei laici cristiani? Pensiamo che cosa significhi tutto ciò nella rete intricata delle risorse e delle persone della Chiesa italiana.

Ecco i compagni di viaggio del cammino sinodale! Ciò potrà avvenire secondo uno stile che papa Francesco collega alla categoria di “incontro”: «Vi raccomando anche, in maniera speciale, la capacità di dialogo e di incontro. Dialogare non è negoziare. Negoziare è cercare di ricavare la propria “fetta” della torta comune. Non è questo che intendo. Ma è cercare il bene comune per tutti. Discutere insieme, oserei dire arrabbiarsi insieme, pensare alle soluzioni migliori per tutti. Molte volte l’incontro si trova coinvolto nel conflitto. Nel dialogo si dà il conflitto: è logico e prevedibile che sia così. E non dobbiamo temerlo, né ignorarlo, ma accettarlo. “Accettare di sopportare il conflitto, risolverlo e trasformarlo in un anello di collegamento di un nuovo processo” (EG, 227)».

Sotto l’apparente semplicità dell’indicazione che “dialogare” non è “negoziare” per portarsi a casa ciascuno la propria fetta dalla torta comune, sta una concezione alta del dialogo e dell’incontro (EG, 226-230). Con una precisazione inusuale per la nostra tradizione: quella di un dialogo-incontro, non solo culturale, ma che opera con altri soggetti sociali anche sulle prassi concrete: «Ricordatevi inoltre che il modo migliore per dialogare non è quello di parlare e discutere, ma quello di fare qualcosa insieme, di costruire insieme, di fare progetti: non da soli, tra cattolici, ma insieme a tutti coloro che hanno buona volontà. E senza paura di compiere l’esodo necessario ad ogni autentico dialogo».

È forse questo il punto più avanzato del Discorso di Firenze, che mi sembra richieda una profonda conversione di mentalità. La potenza creativa del genio italiano va liberata in modo nuovo, ma ciò non può avvenire senza la corresponsabilità e il concorso di molte forze sociali, culturali e caritative.

Papa Francesco lo riprende nella perorazione finale: «Perciò siate creativi nell’esprimere quel genio che i vostri grandi, da Dante a Michelangelo, hanno espresso in maniera ineguagliabile. Credete al genio del cristianesimo italiano, che non è patrimonio né di singoli né di una élite, ma della comunità, del popolo di questo straordinario Paese».

Ciò non esclude che la Chiesa debba offrire anche un “contributo critico” agli aspetti della cultura e della prassi che rappresentano una minaccia per l’ecologia integrale dell’uomo, com’è disegnata nella Laudato si’. Tuttavia, il necessario elemento critico del confronto con le visioni e le prassi culturali cambia totalmente di segno, come appare in questo passo: «Lo dico qui a Firenze, dove arte, fede e cittadinanza si sono sempre composte in un equilibrio dinamico tra denuncia e proposta. La nazione non è un museo, ma è un’opera collettiva in permanente costruzione in cui sono da mettere in comune proprio le cose che differenziano, incluse le appartenenze politiche o religiose». E non è un caso che a questo punto viene fatto appello soprattutto ai giovani per costruire in modo corale il futuro del Paese, prospettando davanti a loro la sfida del nuovo, perché «oggi non viviamo un’epoca di cambiamento, ma un cambiamento d’epoca».

Lo scambio simbolico tra il lievito del Vangelo e la pasta dell’umano, nelle sue variegate componenti culturali e sociali, nella vita personale e nelle comunità ecclesiali, apre un compito immenso ed affascinante, per cui merita veramente dedicare il tempo necessario per un coraggioso salto di qualità nelle Chiese italiane.

La «Carta d’intenti per il “Cammino sinodale”», inviata in anticipo, suggerisce il contesto del tempo di pandemia, il cambiamento di prospettiva e i tempi del percorso sinodale. La recente pubblicazione da parte della Segreteria Generale del Sinodo dei Vescovi è armonizzabile con il “Cammino sinodale” delle Chiese in Italia. Infatti, la XVI Assemblea Generale del Sinodo dei Vescovi del 2023, dal titolo: “Per una Chiesa sinodale: comunione, partecipazione e missione”, disegna un percorso di ricerca e confronto sulla “sinodalità” che riflette sul metodo con cui si svolgerà anche il “Cammino sinodale” italiano, il quale si colloca nell’orizzonte più vasto dell’annuncio del Vangelo in un tempo di rinascita.

Roma, 25 maggio 2021

Franco Giulio Brambilla,
vescovo di Novara,
vicepresidente della Conferenza episcopale italiana


[1] C.M. Martini, Lettera di presentazione alla Diocesi, Diocesi di Milano, 47° sinodo, Centro Ambrosiano, Milano 1995, 15-46: 21.

[2] G.B. Montini, «Pensiamo al Concilio», in Giovanni Battista Montini, Arcivescovo di Milano, Discorsi e scritti sul Concilio (1959-1963), a cura di A. Rimoldi, Presentazione di G. Cottier (Quaderni dell’Istituto 3), Brescia – Roma, Istituto Paolo VI – Studium, 1983, pp. 102-103 (n. 55).

[3] Ha svolto in modo mirabile questo intreccio, in un intervento divenuto famoso, C.M. Martini, «Il consigliare nella Chiesa», in Consigliare nella Chiesa. Organismi di partecipazione nella diocesi di Milano, Centro Ambrosiano, Milano, 2002, 13-25.

[4] G. Alberigo, «Sinodo come liturgia?», in Il Regno-Documenti LII (2007) 13, 443-456: 450-453.

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