Chiesa di Lima, riparti dai poveri

di: Carlos Castillo Mattasoglio

L’intervento del neo-arcivescovo di Lima, mons. Carlos Castillo Mattasoglio, al suo ingresso in diocesi, rappresenta il suo programma pastorale. Con due attenzioni: una verso l’origine della storia della diocesi (la memoria di san Toribio da Mogrovejo), l’altra verso il recente passato, cioè il superamento dell’ecclesiologia del suo predecessore (card. Juan Luis Cipriani).

Siamo arrivati a questa cattedrale partendo da San Lazzaro per il “Jiron Trujillo”, il cammino degli abbandonati, e siamo passati all’altra sponda, come fece Toribio di Mogrovejo (1538-1606; per alcune informazioni cf. sotto, ndr), portando in processione le sue sante reliquie.

Lo abbiamo percorso ricordando, nel senso letterale della parola – cioè “tornando a porre nel cuore” –, quello che siamo dalle nostre origini: siamo il popolo di Lima, popolo credente, che può esistere come tale solo se intraprende tutto quanto si radica e si fonda su Gesù, il quale si fece povero e che si fece presente nei poveri della città di Lima del secolo XVI e XVII, che allora erano soprattutto le popolazioni “Amancaes”, gli indios “camaroneros” e i lebbrosi del quartiere di San Lazzaro.

Il cammino da san Lazzaro e il suo senso

Toribio di MogrovejoSempre la nostra città ricca e frivola, centro del viceregno ed esportatrice dei minerali di Potosi, Cerro de Pasco e Quives, fu tentata di vivere nell’indifferenza e di vantarsi della sua ricchezza anche di fronte alla sofferenza umana.

Toribio scelse non solo di entrarvi a partire dai poveri, ma anche di uscire da essa verso le periferie povere e lasciare la capitale per fare della periferia il centro della sua sede. L’ha ricordato il nostro amato papa Francesco: Toribio agì sempre “guardando all’altra sponda”, non dalla sua scrivania, ma dal suo “orecchio di arcivescovo”.

Anche in seguito fu mantenuta questa tradizione. Il 23 aprile 1758, inaugurando il tempio di San Lazzaro dopo il terremoto del 1746, davanti al coraggioso conte di Superunda e all’alta aristocrazia di Lima, il padre gesuita, Juan Sanchez, resistendo alle pressioni e alle pretese di alcuni di separare la suddetta chiesa dal lebbrosario alla ricerca di un “culto più puro”, proclamò con tutta la sua autorità:

“Sì, anima santa, Cristo ti invita all’ospedale per ricevere tra gli infermi le prove più efficaci della tua tenerezza; perché, non avendo nella sua Persona la necessità dei culti che le si consacrano nel tempio, ha bisogno nei suoi membri dei soccorsi che si fanno nell’ospedale. Perché, se nel suo tempio occupa la maestà di un soglio, nell’ospedale è un Dio sofferente, che giace nell’abbandono di un letto. Se nel tempio è un Dio che cerca la gloria, nell’ospedale è un Dio attraversato da angustie. Se nel tempio è un Dio che riceve adorazioni, nell’ospedale è un Dio che patisce tormenti. Se nel tempio è un Dio che dà grazie, nell’ospedale… è un Dio che chiede elemosine. O Dio, mendicante negli ospedali! Non mi sorprende che tu ti senta più a tuo agio nell’ospedale che nel tempio…, poiché questa necessità che patisci nell’ospedale, e che non patisci nel tempio, ti obbliga a desiderare più i soccorsi che si fanno nell’ospedale che le offerte che si consacrano nel tempio”.

Parole che arrivano oggi fino a noi che, camminando con il popolo, siamo venuti a questa ordinazione per uscire da qui verso milioni di ospedali, cioè verso tutte le fatiche che il nostro popolo affronta per sopravvivere qui, nelle strade di Lima, nelle case mal ridotte dei nostri poveri quartieri, nei pericoli delle loro piazze, nelle speranze dei loro posti di venditori ambulanti e di strilloni, nei pezzi di cartone degli ospiti notturni dei nostri marciapiedi, nelle lattine calpestate da migliaia di giovani senza lavoro e senza studi, nelle nuove popolazioni dell’Amazzonia che abitano la nostra città, e tante altre persone maltrattate ed emarginate, ignorate da molti.

Lima (zona nord)

Lima (zona nord)

Qui sono i Cristi sofferenti che credono e lottano, che ci chiamano a costruire con loro questa Chiesa “ospedale da campo”, capace di incoraggiare e accompagnare il loro cammino verso un futuro migliore e che ci fa partecipare tutti alla cura delle loro ferite, ad asciugare le loro lacrime, a rallegrarci con i loro canti e danze, a partecipare alle loro conversazioni notturne, perché vuole essere veramente, qui a Lima, una Chiesa vicina e amica.

Questa è la Chiesa che papa Francesco ci ha dato il compito di forgiare nel cuore la città quando ci ha detto: “Gesù cammina nella città con i suoi discepoli e comincia a vedere, ad ascoltare, a prestare attenzione a coloro che si sono trovati a soccombere sotto il manto dell’indifferenza, lapidati dal grave peccato della corruzione… Chiama i suoi discepoli e li invita ad andare con lui a percorrere la città, però ne cambia il ritmo, insegna loro a guardare ciò che fino ad allora guardavano dall’alto. Li chiama a convertirsi perché il Regno dei cieli è trovare in Gesù Dio, che si mescola in modo vitale con il suo popolo (cf. Mc 1,15.21ss).

Gesù continua a camminare per le nostre strade, continua come allora a bussare alle porte, a colpire i cuori per tornare a incendiare la speranza e gli aneliti: che sia superato il degrado dalla fraternità, vinta l’ingiustizia dalla solidarietà e messa a tacere la violenza con le armi della pace… Il regno dei cieli – ci dice –  è tra voi, è qui dove noi facciamo di tutto per avere un po’ di tenerezza e compassione, dove non abbiamo paura di dar vita a spazi perché i ciechi vedano, i paralitici camminino, i lebbrosi siano mondati e i sordi odano (cf. Lc 7,22). Come accenderemo la speranza se mancano i profeti? Come faremo fronte al futuro se ci manca l’unità? Come arriverà Gesù a tanti angoli se mancano testimoni audaci e coraggiosi? Oggi il Signore ti invita a camminare con lui nella città, la tua città. Ti invita ad essere suo discepolo missionario”.

La nostra diocesi nel sogno di Francesco

A Lima ci sforzeremo di realizzare il sogno di Francesco, questo sogno nato a Medellin e trasmesso nella sua indimenticabile visita in Perù, le cui parole devono risuonare il questo tempio:

  • La Chiesa di Lima: Chiesa povera per i poveri

“Voglio una Chiesa povera per i poveri! Essi hanno molto da insegnarci. Oltre a partecipare al sensus fidei, nelle loro sofferenze conoscono il Cristo sofferente. È necessario che tutti noi ci lasciamo evangelizzare da loro… riconoscere la forza salvifica delle loro vite… metterli al centro… scoprire Cristo in loro… prestare la nostra voce nelle loro cause… essere loro amici, ascoltarli, interpretarli e riconoscere la sapienza che Dio vuole comunicarci attraverso di loro”.

  • La Chiesa di Lima: realizzazione del sogno di una Chiesa missionaria

“Sogno una scelta missionaria capace di trasformare tutto – ci ha detto Francesco –, perché le strutture, gli stili, gli orari, il linguaggio e ogni struttura ecclesiale diventi un processo adatto più all’evangelizzazione che all’autopreservazione. La riforma delle strutture, che esige la conversione pastorale, può essere intesa solo in questo senso: far sì che tutte queste diventino più missionarie, che la pastorale in tutte le sue istanze sia più espansiva e aperta… in continua azione di uscita”.

  • Una Chiesa di Lima sinodale che accompagni il cammino del nostro popolo

– dove camminiamo insieme, conversiamo con profondità e impariamo gli uni dagli altri, specialmente da coloro che non sono del nostro circolo

– dove apprezziamo il buono da ogni contributo, da ogni modo di essere e di vivere la fede

– dove tutti partecipiamo tenendo conto del valore delle nostre diversità

  • Una Chiesa di Lima che contempla il suo Signore

– ascoltando la parola del Signore

 riunendosi in comunità per celebrarlo nell’eucaristia e uscendo ad annunciarlo in ogni circostanza

– cercando le tracce della sua presenza nella storia dei fedeli di Lima, nelle loro vicissitudini e problemi, nelle loro ricerche e nelle loro gioie.

  • Una Chiesa di Lima che dà dinamismo alla spiritualità profonda della religiosità popolare,

– potenziando le sue tracce di evangelizzazione

– facendo discernimento dei costumi sopraggiunti nel tempo.

  • Una Chiesa di Lima segno di credibilità

– che agisce con trasparenza

– che affronta i problemi e non li nasconde

– che riconosce i suoi errori, peccati e anche delitti, se vi sono, e li affronta con giustizia e verità.

  • Una Chiesa di Lima aperta alla società civile, alle sue ricerche e ai punti di vista laici, spiegando con chiarezza, pedagogia e rispetto, i suoi punti di vista a partire dalla fede,

– rispettando la legittima autonomia della società civile, senza ricorrere a nessun elemento di manipolazione né a interesse di parte, avendo di mira solo il bene comune.

  • Una Chiesa di Lima che accompagna la sofferenza del suo popolo con la sua azione sociale di servizio solidale e impegnato.

– verso i settori più poveri, facendo confluire i suoi sforzi in tutti gli ambiti ecclesiali di base

– avendo di mira sempre il rafforzamento della dignità umana e accompagnando e difendendo quanti soffrono ingiustizie: la donna, i bambini, i giovani, gli anziani. In maniera speciale, l’azione della Chiesa deve esercitarsi nella difesa e nel mettersi dalla parte delle vittime, soprattutto dei minori, contro quanti del clero ne abusano e contro coloro che coprono gli abusi. Mai la Chiesa, e tanto meno la gerarchia ecclesiale, può essere complice sia degli abusi sia di coloro che li compiono! Senza trasparenza, la Chiesa non può essere credibile! Per questo deve farsi avanti a denunciare e ad esporre i fatti gravi e scandalosi.

  • Una Chiesa che, a partire da una coerente pastorale urbana, risponda alle esigenze della cura della casa comune con una “ecologia integrale”, che protegga la natura e le comunità, soprattutto le più vulnerabili (ci sentiamo solidali in questi tragici giorni con coloro che sono stati colpiti dalle frane).

Questo deve farci stare attenti alle necessità di quei quartieri e di quelle località che sono diventati insalubri da vivere a causa della crescita disordinata, della contaminazione tossica, del caos urbano, dei problemi del trasporto e dell’inquinamento visivo e acustico ( cf. Laudato si’ 44).

  • Una Chiesa che promuove un laicato sensibile, serio, responsabile e gioioso

– che partecipa alle ricerche più impegnative e che si fa strumento delle aspirazioni giuste di tutti i cittadini

 che non resta indifferente, ma che rafforza tutto il bene nobile e giusto della causa sociale e politica.

  • Una Chiesa che organizza la sua economia a servizio dell’azione pastorale della promozione e della difesa della dignità umana,

– più vicina alla mentalità di servizio

– più lontana da una mentalità commerciale, redditizia o di efficienza imprenditoriale.

Un vescovo “toribiano” nell’oggi della nostra storia

Questa Chiesa che tipo di vescovo chiede? Come esige che siano oggi i vescovi peruviani, specialmente nella nostra arcidiocesi primaziale? Francesco ci ha dato le linee maestre per essere vescovi di rinnovamento e questa è la sfida della mia missione per voi e per il popolo di Lima: assumere lo stile missionario di Toribio.

Sono chiamato ad essere un vescovo che guarda “all’altra sponda” e che voglia, decida e cerchi sempre di andarci senza paura. Questo mi richiede una conversione spirituale e pastorale per una decisione libera, che prima di tutto riconosca e apprezzi il valore di questa “altra sponda” e del popolo che là vive e lotta, questa realtà “altra” che molte volte non conosciamo.

A questa realtà “altra” di tanti e tante sorelle e fratelli nostri devo annunciare il vangelo. Però non senza prima aver capito la sua realtà, dialogando con essa, per rispondere concretamente e in profondità alle sue necessità. Devo andare con il vangelo, però sapendo con chiarezza che Gesù già sta con l’altro, anche in colui che non crede in modo esplicito o che crede alla sua maniera, cercando prima di capirlo. L’evangelizzazione non impone, dialoga con il Cristo presente in tutte le realtà umane con le quali entriamo in relazione.

castillo

Cercare l’altra sponda. Il mondo dei lontani e dei dispersi richiede a me di essere disposto a “mettermi in viaggio”, ad andare dappertutto come Toribio e a “consumare le suole”. Devo abituarmi a camminare verso tutti e verso tutte, senza escludere nessuno, cercando i più nascosti, lontani e dispersi. Al riguardo, questa sede metropolitana deve essere unita alle diocesi suffraganee come una sola provincia ecclesiastica dinamica al servizio della nostra gente del Callao, Carabayllo, Chosica, Huacho, Ica, Lurin, Yauyos e Canete.

Cercare l’altra sponda delle culture e delle lingue della nostra popolazione, con la loro straordinaria diversità di esperienza e di saggezza, che deve rinnovare quello che già sappiamo e consideriamo vero. Papa Francesco ci ha ricordato che Toribio non fece un’evangelizzazione di superficie, ma, conoscendo le loro cultura e le lingua, penetrò nei livelli più profondi. Egli continua ad inviarci oggi ad apprendere le lingue e i linguaggi del secolo XX, quello dei giovani, delle famiglie, dei bambini, delle comunità di migranti interni ed esterni.

Yauyos Così, passare all’altra sponda non vuol dire andare a conquistare territori né persone, ma capirli per suscitare e svegliare processi nelle loro vite in maniera che la fede attecchisca in esse in maniera duratura.

Per questo è necessario tornare a quelle esperienze umane e sociali dove si costruiscono le nuove relazioni e i nuovi modelli, specialmente le esperienze delle nuove generazioni, per poter raggiungere con la parola di Gesù i nuclei più profondi dell’anima delle nostre città e paesi.

È là dove nascono, dalle condizioni più difficili, le alternative resilienti e colme di speranza, le nuove relazioni dell’umanità peruviana, che daranno origine alla realizzazione dei principi e dei valori necessari per costruire il nuovo Perù e la nuova Chiesa peruviana. Naturalmente questo è un compito delicato e da compiere con amore da parte di tutti nella Chiesa, ma soprattutto dei pastori per far nascere una Chiesa che abbia lo stile del pastore.

Davanti all’altra sponda della misericordia e della giustizia per i più vulnerabili, papa Francesco ci ha detto che ogni vescovo, sulla scia di Toribio, non può non unire la carità alla pratica della giustizia, perché se no non saremmo di Dio (1Gv 3,10). Per questo la mia sfida principale è imparare a rendermi conto dove sono gli abusi e gli eccessi di cui soffrono molti a causa di un sistema corrotto e avere chiarezza e fermezza al riguardo. So che – come capitò a Toribio – questo ci potrà creare alcune inimicizie, però è sempre meglio che lasciare senza correzione ciò che la esige.

Domandiamo la prudenza e insieme la fermezza per non sbagliare e per trovare la parola adeguata e giusta a favore degli uomini e delle donne ingiustamente maltrattati. Non osiamo separare il bene spirituale dal bene materiale, soprattutto quando si mette in pericolo l’integrità e la dignità delle persone.

Questo esige che, come vescovo, unito ai nostri fratelli vescovi della Conferenza episcopale, esercitiamo la profezia episcopale, che non ha paura di denunciare le ingiustizie e di annunciare la speranza incoraggiando tutti coloro che promuovono ciò che è giusto e buono.

Senza dubbio, dobbiamo essere grati alla profezia viva del nostro popolo che scende per le strade a manifestare per la vita delle donne, quella dei giornalisti che hanno denunciato con chiarezza gli orrori della pedofilia e della corruzione, e quella dei cittadini che esprimono le loro giuste proteste per elevare la politica. Ci insegnano pure a dire la nostra parola a partire da Dio senza integralismi, ma con chiarezza profetica. Starò allerta, tuttavia, come ha indicato papa Francesco, riguardo a qualsiasi “tipo di civetteria mondana che ci lega le mani per ottenere alcune briciole”, a scapito della libertà del vangelo.

Davanti all’altra sponda della formazione sacerdotale toribiana, dobbiamo insistere sull’importanza del suo radicamento nella realtà, perché ogni parola e ogni gesto dei nostri pastori locali, diocesani e religiosi, siano significativi ed elevino la vita della nostra gente.

Il nostro seminario conciliare di San Toribio è chiamato a continuare “a generare i suoi pastori locali” per far della nostra Chiesa una “madre feconda”, che suscita la santità a partire dalla diversità culturale che caratterizza gli abitanti di Lima e i peruviani di ogni sangue. Cambiamenti importanti nella formazione devono essere introdotti per dare compimento alle normative che Francesco ha stabilito nei suoi documenti recenti e che ci ha lasciato, nelle sue linee maestre, negli orientamenti a Trujillo e Lima.

lima cattedrale

Non dobbiamo limitare la formazione solamente allo studio in seminario, ma seguire l’esempio di Toribio, che “nelle continue visite che realizzava, era vicino ai suoi preti, vivendo direttamente il loro stato e preoccupandosi di loro, fino al punto di condividere i suoi beni”. Per questo devo sforzarmi di conoscere i miei sacerdoti, cercare di accompagnarli, stimolarli, riprenderli perché siano pastori e non affaristi e possano così prendersi cura e difendere i peruviani come figli e figlie. Devo spingerli a farsi vicini e non a restare inchiodati “alla scrivania”, perché conoscano le loro pecore ed esse riconoscano la loro voce di Buon Pastore.

Da ultimo, guardando all’altra sponda dell’unità, devo dare il mio contributo da questa sede primaziale per rafforzare l’unità nello Spirito di Gesù, che cercò sempre la diversità dei carismi e degli stili e fece crescere l’unità dentro la diversità, senza uniformità rigoristica né omologazione. La verità è una, ma è l’amore gratuito di Dio che abbraccia tutti e li porta alla verità piena.

Per questo intendo proporre loro di entrare in un processo sinodale permanente, che ci riunisca tutti in distinti spazi interpersonali al fine di dialogare e di lasciarci illuminare dalla parola della verità e di trovarla insieme un poco alla volta. Così come Toribio sviluppò in maniera ammirevole e profetica la promozione, la formazione e l’integrazione di spazi di comunione e di partecipazione in mezzo a grandi tensioni e conflitti la cui esistenza egli non negò, così pure noi dobbiamo imparare a guardare insieme in faccia i nostri problemi e a cercare di risolverli in unità, con un dialogo onesto e sincero, facendo attenzione a non cadere nella tentazione di ignorare quanto accaduto o di restare senza orizzonti e senza itinerari verso l’unità.

Sforziamoci, poi, perché l’unità prevalga sul conflitto, perché, se siamo discepoli di Gesù Cristo, quello che non unisce non viene da Dio. E, se apprezziamo tutto ciò che viene da Dio, possiamo unirci. Che il popolo peruviano dica di noi: “Guardate come si amano”.

Per concludere queste parole e al crepuscolo della mia vita, chiedo poi che, quando mi sarà chiesto di passare all’altra sponda, il Signore mi dia la grazia di andare a lui per la strada degli abbandonati, che Toribio attraversò terminando la sua vita a Zana. Nell’attesa che arrivi quel giorno, ci resta moltissimo da scoprire, da vivere, da alleviare e da amare.

Desidero, in questa occasione, lasciarvi le mie prime domande semplici e dirette perché possiamo cominciare la nostra missione insieme, già da oggi, dialogando. Francesco dice che le domande ci spronano, mentre le risposte ci bloccano. Per questo, come vescovo, devo mettere in atto la pastorale dell’orecchio. Per questo voglio ascoltare. Per dare dinamismo spirituale alla nostra Chiesa a Lima ve le lascio, sono le prime tre e aspetto la vostra opinione:

  1. Che cosa senti nel più profondo del tuo essere che si debba migliorare nella nostra Chiesa di Lima?
  2. A quali periferie principali dobbiamo dare ascolto?
  3. Quali forme deve prendere la nostra Chiesa missionaria a Lima per essere segno di speranza?

Discutiamole in gruppi e comunità, congregazioni e movimenti, riuniamoci tra preti, parroci, amici e amiche. Dibattiamole, e inviatemi quanto emerso. Ma non solo i cattolici; possono aiutarci anche coloro che appartengono ad altri gruppi religiosi, se lo desiderano, e anche coloro che non credono, che a volte sentono maggiormente i problemi che non i credenti dichiarati.

Vorrei così tornare a spargere la semente del regno che produce frutto senza che il contadino lo noti. Queste domande mirano ad una Chiesa aperta nella quale tutti abbiano un posto e tutti possiamo dare il nostro aiuto. Riprendiamo così anche quello che la nostra grande Chiesa latino-americana a Medellin emanò 50 anni fa: il progetto di una chiesa “povera, missionaria e pasquale”. Come ha voluto esprimere il mio motto episcopale.

Se questo lo cominciamo oggi, forse vedremo i frutti tra molto tempo, però sapremo che il regno è vicino, non lontano. Condividiamolo nelle nostre vite e in quelle della gente semplice. Si aprirà così l’anno della grazia del Signore, perché il Signore ha consacrato il suo popolo per annunciare il vangelo ai poveri e ai prigionieri la libertà o, per dirlo con il maggiore poeta peruviano, Cesar Vallejo, che cito data la vicinanza del bicentenario della nostra indipendenza:

Incontrandosi parleranno i muti, gli storpi cammineranno!

Vedranno, già di ritorno, i ciechi

e, palpitando, ascolteranno i sordi!

Sapranno gli ignoranti, ignoreranno i savi!

Saranno dati i baci che non poteste dare!

Solo la morte morirà!

La formica porterà briciole di pane all’elefante incatenato alla sua brutale delicatezza;

torneranno i bimbi abortiti a nascere perfetti, spaziali,

e lavoreranno tutti gli uomini,

genereranno tutti gli uomini,

comprenderanno tutti gli uomini!

NB. Questo discorso è stato condiviso, in un clima amichevole, con il presbitero vicentino e nostro collaboratore, don Francesco Strazzari.

San Toribio da Mogrovejo (scheda)

Da subito, nel discorso inaugurale del suo episcopato a Lima, l’arcivescovo Carlos Gustavo Castillo Mattasoglio, cita il santo vescovo Toribio (o Turibio) da Mogrovejo. Chi era Toribio? Papa Benedetto XIV lo paragonò a san Carlo Borromeo e lo definì «instancabile messaggero d’amore». Toribio nacque in Spagna nel 1538. I suoi studi si indirizzarono verso il diritto. Per due anni fu anche giudice del Tribunale dell’Inquisizione, carica che esercitò con grande equilibrio e umanità. L’imperatore Filippo II, sapendo che nel nuovo mondo gli indios erano spesso sfruttati fino a morte volle un cambiamento di linea e scelse come vescovo di Ciudad de los Reyes (l’odierna Lima) Toribio, che era ancora laico. In due anni egli ricevette gli ordini minori, il presbiterato e l’episcopato. Coscienziosamente, prima di partire, studiò accuratamente i problemi da affrontare. La realtà che gli si presentò nel 1581 era drammatica: la popolazione autoctona era ridotta in condizioni di impoverimento materiale, culturale e umano, mentre i discendenti dei primi conquistatori erano gelosi dei loro privilegi. Toribio aveva il temperamento del grande riformatore. Anzitutto nutriva grande amore e rispetto per gli indios. Per questo studiò la loro lingua, il quéchua, e impose ai sacerdoti in cura d’anime di studiarla. Convocò, poi, un concilio generale per l’America Latina a Lima, due concili provinciali e dodici sinodi diocesani. Queste riunioni gli servivano per riformare l’amministrazione e i costumi, favorire e coordinare lo scambio di esperienze missionarie e pastorali. L’arcivescovo poi fu quasi sempre in visita nella sua vastissima diocesi. Fondò il seminario di Lima, fece pubblicare un catechismo in lingua quéchua e raccomandò ai parroci di preoccuparsi perché le case degli indios avessero tavole per mangiare e letti per dormire. Toribio scrisse anche un Libro de las visitas che rivelava una mente pianificatrice di ampie vedute. Sfinito dai viaggi e dagli altri impegni del governo pastorale, Toribio morì nel 1606.

image_pdfimage_print
Facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedintumblrmail

Lascia un commento

UA-73375918-1

Navigando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie. Clicca per avere maggiori informazioni.

Questo sito utilizza i cookie di servizio ed analisi per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Cliccando su "Accetto", acconsenti al loro utilizzo.

Chiudi