Cristianesimo, la malattia dell’eurocentrismo

di:

carlo magno

Che ci piaccia o no, il cristianesimo ha a che fare con l’Europa. Pensiamo, come esempio, al nostro calendario gregoriano.

Lasciamo decidere ai numerosi interlocutori laici, integristi, fedeli cattolici, fedeli molto piú cattolici degli altri e nuova destra populista, se si tratta delle radici cristiane dell’Europa oppure della sovrapposizione cristiana alle sue radici politeiste, e, ancora, se assistiamo all’indebita e opportunistica appropriazione della tradizione cristiana, a risorgenti fondamentalismi oppure a mai dimenticati integrismi.

Che lo vogliamo o no, il cristianesimo, in tutte le sue versioni, non solo appartiene all’Europa, ma ne ha costituito, per molto tempo – e in una forma sfumata anche oggi – il fondamento identitario eurocentrico.

È la conquista del Nuovo Mondo che, con indiscutibile chiarezza, ci rivela, attraverso i genocidi coloniali cattolici e protestanti, il mito inventato dagli europei di una universalità che nasce dalla Scrittura, si alimenta dell’Essere greco e del diritto romano, per confermarsi con l’imposizione della razionalità illuminista.

Incontriamo nella filosofia tedesca gli ideologi di ogni suprematismo: Kant, Hegel e, piú recentemente Husserl, sono gli artefici del mito eurocentrico, che non riesce a occultare il suo costitutivo razzismo e la sua indiscutibile superiorità. L’Europa giudica severamente il passato e il presente dei ritardi e sottosviluppi di quel resto del mondo che essa stessa ha creato con la “razionalità’ capitalista: preconcetti che, indirettamente, ispireranno il delirio tutto occidentale ed eurocentrico dell’antisemitismo e dell’anti-orientalismo nazista. E che, forse, aiutano a capire la difficoltà occidentale nei rapporti con i musulmani.

Insomma, il cristianesimo è costitutivamente legato alla storia e al destino della civilizzazione occidentale. Nonostante le tensioni e le dialettiche che hanno caratterizzato le varie stagioni di questa storia, si tratta di un’unica storia e, oggi, di una unica crisi.

Una delle chiavi che ci aprono alla comprensione di questa strana e spesso conflittuale simbiosi, è la ricerca di libertà e di garanzie istituzionali che ha irretito soprattutto – ma non solo – la Chiesa cattolica nella logica dei poteri politici nazionali, spesso privilegiando sistemi conservatori, come nei recenti casi esemplari di Spagna e Portogallo.

Da notare che questa strategia è ancora presente nel nostro tempo: dall’altro ieri con l’Ostpolitik del card. Casaroli e oggi con i discutibili dialoghi tra Vaticano e governo cinese.

Ma c’è dell’altro. Credo che ci sia un’ipotesi che, svelando un’opzione iniziale, ci aiuta a capire le diverse stagioni dell’alleanza e della dialettica trono-altare: si tratta soprattutto della conversione, nei primi secoli dell’era cristiana, di un movimento religioso orientale e semita alla filosofia greca e all’antropologia indoeuropea.

È questa operazione sincretica che, certamente, ha creato un terreno ideologico comune tra Chiesa e Occidente. Così, incontriamo il dualismo metafisico della filosofia greca sia nella teologia cristiana e, ben prima dei deliri neoscolastici, sia nei fondamenti della scienza e della tecnica, ancora pilotate dall’analitica aristotelica.

Oggi l’Occidente eurocentrico si trova immerso negli esiti fallimentari della civilizzazione che presuntuosamente ha creato. Tutto crolla, a cominciare dal pianeta Terra, ferito a morte dalla “razionalità” capitalista.

E anche le istituzioni cristiane sono travolte da questa crisi, un terremoto antropologico, che mette in discussione radicale il nascere, il generare, il morire, la libertà: insomma, spiritualità, confessioni e religioni; gerarchie e obbedienze; valori sociali e tradizioni politiche; la concezione del tempo e il senso della storia.

Che fare? Credo che sia ancora possibile salvarsi dall’Occidente. Ritorno alla Parola di Gesù di Nazareth, che è da sempre orientale e semitica, ma in opposizione radicale al Tempio, oltre che all’Impero: «Ma Gesù, chiamatili a sé, disse: I capi delle nazioni, voi lo sapete, dominano su di esse e i grandi esercitano su di esse il potere. Non così dovrà essere tra voi; ma colui che vorrà diventare grande tra voi, si farà vostro servo, e colui che vorrà essere il primo tra voi, si farà vostro schiavo; appunto come il Figlio dell’uomo, che non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la sua vita in riscatto per molti» (Mt 20,25-28).

«Sembra proprio che la rivoluzione sia impossibile – avrebbe detto Pierre Clastres –, ma vivo ogni giorno per renderla possibile». È il sogno sovversivo della prima Chiesa, quella dei martiri. Ed è il sogno sovversivo della seconda Chiesa ribelle contro lo status quo: quella degli abba e delle amma del deserto.

 

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