Davvero “il Vangelo parla subito a tutti”?

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Questa lettera è stata inviata privatamente al destinatario (autore dell’articolo che viene citato nel testo, comparso nel novembre scorso su un settimanale diocesano) ma non ha ottenuto risposta. Con questa pubblicazione non si vuole accendere una polemica personale, ma porre qualche questione circa un atteggiamento che nella pastorale ordinaria ci sembra oggi fin troppo diffuso.

Caro don ****,

abbiamo letto il tuo intervento sul settimanale diocesano e abbiamo deciso di risponderti personalmente, perché quanto scrivi ci ha lasciati perplessi. E anche un po’ addolorati.

Perplessi, perché il Vangelo è pieno di scene in cui i discepoli non capiscono quel che Gesù dice, e Gesù deve spiegarsi, perché non tutto è immediatamente comprensibile. I discepoli di Emmaus, che pure conoscevano le Scritture, hanno bisogno di farsele spiegare. L’eunuco della regina chiede a Filippo di chiarirgli quello che sta leggendo. La storia della Chiesa è fatta anche di maestri e di allievi, e persino Lutero, per il quale dalla Scrittura derivava la fede che salva, tradusse il testo nella lingua del popolo, perché leggendo un testo incomprensibile la fede non sarebbe andata lontana.

Tu scrivi invece che è meglio «non farla troppo difficile», che «il Vangelo parla subito a tutti». Non è sempre vero. Parla nella misura in cui siamo capaci di ascoltare. È vero che lo Spirito ci raggiunge anche, soffiando come e dove vuole, attraverso i pertugi e le fessure, ma ci chiediamo cosa ci sia di virtuoso nel non impegnarsi ad aprire in noi stessi e negli altri passaggi più grandi, dove dare allo Spirito nuove occasioni di soffiare.

Tu teorizzi che un corso biblico è «buona cosa, ma non necessaria»: e siamo d’accordo. Così come siamo d’accordo nel ricordare al ragazzo chino tutto il giorno sui libri che esiste anche un mondo reale con cui ci si deve relazionare; così come siamo d’accordo nel raccomandare al coniuge di non esaurirsi nel lavoro ma di dare anche spazio alla relazione con il partner. Ma non tutti i ragazzi passano la giornata a studiare e non tutti gli adulti sono onestamente impegnati nel lavoro: un appello indistinto rischia di legittimare pigrizia e disimpegno. Dire che un corso biblico è «buona cosa, ma non necessaria» avrebbe senso se i cattolici della nostra diocesi si affannassero per iscriversi a corsi biblici e scuole di teologia, o giudicassero la qualità propria e del prossimo solo dal grado accademico raggiunto. Così non è.

Dire «conta di più il cuore» asseconda la tendenza, già ampiamente diffusa, a pensare di sapere già tutto quel che c’è da sapere. Se lo si pensa in fisica, in medicina, in meteorologia o in economia, immagina se non lo si pensa di fronte alla Bibbia (a maggior ragione se sono i nostri pastori a confermarcelo).

Scrivi poi, citando il vescovo: «La Parola di Dio è rivolta a tutti, non solo ai laureati». E noi ci chiediamo cosa abbiano fatto di male i laureati per essere additati come una categoria a parte, quasi un corpo estraneo rispetto al popolo di Dio. «Non occorre capire tutto e sapere tutto», certo: ma chi non usa tutto se stesso per capire la Parola, non è come chi seppellisce il talento? Non è qualcosa di cui ci verrà chiesto conto?

Scrivi che la Parola di Dio «non è una cosa complicata, è il diavolo che la complica»: se complicare vuol dire rendere incomprensibile, non c’è dubbio; ma abbiamo l’impressione che il diavolo ci faccia vedere complicato quel che è solamente complesso, vale a dire articolato e ricco di relazioni; una complessità che chiede impegno, ma che permette di trarre ogni giorno nel nostro tesoro cose nuove e cose antiche.

Il nostro dolore – se il termine non ti sembra eccessivo – deriva dal fatto che come singoli e come coppia abbiamo avuto la fortuna di scoprire, o almeno di intuire, la ricchezza che può derivare da una lettura approfondita della Parola di Dio. Ricordiamo con riconoscenza e perfino con commozione le lezioni di don **** o altre occasioni in cui qualcuno ci ha aperto spazi di comprensione della Parola che a una prima lettura erano rimasti nascosti. Ci siamo chiesti e ci chiediamo cosa possiamo fare per comunicare ad altri tutto questo. Ci siamo anche chiesti come mai persone preparate, che hanno il dono di farsi ascoltare con gioia e attenzione, che non molti anni fa giravano le parrocchie per aprire lo scrigno della parola di Dio, ora riempiono teatri parlando di altri argomenti.

Sembra invece davvero che tutti siano d’accordo con te: saperne di più non è necessario. Dedicare tempo a studiare la Parola non serve, Dio ci parla lo stesso. Sarà. Ci permettiamo comunque di sognare una Chiesa nella quale la liturgia domenicale non serve solo a coinvolgere emotivamente o a elargire qualche storiella zen, ma fa assaporare il gusto della Parola, fa venire voglia di conoscerla meglio, iniziando lì, in quei pochi minuti, a chiarire alcune questioni che possono incuriosire e destare in chi ascolta la voglia di continuare ad approfondire. Una Chiesa che invita non solo a leggere la pagina ma a studiarla, non solo a meditarla ma anche a chiedere aiuto a chi ne sa un po’ di più. Una Chiesa che invita con energia a sfruttare tutte le occasioni possibili per conoscerla e che dunque fa riempire seminari, corsi superiori, istituti, scuole di formazione. Comunità che chiedono e anzi pretendono dai propri pastori quel pane senza il quale non possiamo vivere. Perché lì davvero si può trovare la Buona Notizia. Tanto più buona e gioiosa quanto meglio la si conosce… Altrimenti non solo la Parola di Dio, ma il senso stesso delle cose ci sarà precluso.

Citi l’Apocalisse: «Ecco, sto alla porta e busso». Qualche capitolo più avanti appare il libro sigillato e Giovanni piange, «perché non si trovava nessuno degno di aprire il libro e di leggerlo». Nessuno «né in cielo, né in terra, né sotto terra era in grado di aprire il libro e di leggerlo». È la stessa Persona, quella che sta alla porta e bussa e quella che è degna di aprire il Libro. Lasciamo ce che lo apra. Altrimenti le «espunzioni» di cui tu parli – le dimenticanze di parti dalla Parola di Dio che tu temi – saranno ancora più gravi e numerose.

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