Sete

di: Marcello Matté

Si dice che la Costantini alla Moiazza sia la “ferrata dei superlativi”: per lunghezza, per esposizione, per sollecitazione tecnica e sportiva. E per bellezza.

La affrontiamo in tre. (Oggi la dedicherei a Max, che quel giorno era con noi e ha già affrontato il più superlativo dei percorsi: al cielo).

Massimo è prepotenza fisica, raccolta nelle braccia. Enzo è calcolo e concentra la generosità sulle gambe. Né l’uno né l’altro, io semplicemente faccio da navigatore e apro la fila.

La serata al rifugio Carestiato ci ha gasati. Il risveglio, una festa della natura. Un inno alla bellezza settembrina di una giornata tersa incoronata dalle Dolomiti Agordine. Un regalo della Provvidenza tanto gratuito quanto necessario, perché le almeno dieci ore previste di percorso esigono tempo stabile: indietro non si torna.

Tutto congiura al meglio. Lo spirito è carico, lo zaino meno. Sei ore dopo abbiamo completato i mille metri di dislivello e siamo in cima alla Moiazza. A un centinaio di metri sotto i tremila, lo sguardo padroneggia uno scenario “all stars”: Civetta, Marmolada, Sella, Pale di San Martino, Cristallo… vi basta? Ci basta.

Condiamo la soddisfazione cuocendo un risottino – di quelli in busta, ma qui tutto è straordinario. Il sole sta cuocendo la nostra scorza.

Cominciamo la discesa. E comincia a palesarsi un brutto errore di valutazione. La Costantini annovera tra i suoi superlativi anche quello dell’aridità: a settembre, quando non c’è più neve, trovi soltanto l’acqua che hai messo nello zaino. E noi ne abbiamo portata poca. Il risotto era delizioso, ma ci ha drenato le riserve idriche.

Ci restano almeno tre ore di sentiero quando la sete comincia a tormentarci. Avvicinandosi a valle, il tormento diventa tortura. Camminiamo su una sassara che assomiglia al greto di un torrente. Io sento il gorgoglio di acqua che scorre. Non dico niente per pudore. Sono arrivato già alle allucinazioni da deserto?

È Massimo che rompe gli indugi: «Non sentite anche voi rumore di acqua?». Confermiamo, sollevati dal timore di “disturbi della percezione” e ributtati nell’ossessione della sete. Ci guardiamo intorno ascoltando in silenzio quel suono promettente. Esploriamo la zona, nell’incertezza sulla “fonte” del rumore. Per concordare infine che ci stavamo camminando proprio sopra. L’acqua scorreva tra i sassi, sotto di noi. Impossibile da raggiungere. Scendiamo lungo la sassara, accelerando il passo nella “ovvia certezza” che poco più giù l’acqua sarebbe affiorata in superficie. Ma niente.

Arriviamo assetati – e torturati – al bivio. Decidiamo di lasciar correre l’acqua e noi corriamo verso il rifugio. «Una bottiglia d’acqua, per favore», chiediamo all’unisono come Qui Quo Qua. «Non so se è fresca. L’ho appena messa in frigorifero». «Va bene com’è» è il giudizio concorde.

E mentre bevo gratificato, assaporando quell’acqua come fosse un Sassicaia, ritorno a qualche ora e qualche sgambata prima. Camminavo sopra l’acqua ma non potevo attingerla. Deformazione professionale? Aver sete seduti sull’orlo di un pozzo (cf. Gv 4).

Dalla panchina fuori dal rifugio, bevo con gli occhi il percorso lungo la Cresta delle Masenade. Galleggia nella mente il ritornello, a me tanto caro, cantato da Mia Martini: «L’uomo non capisce, e cosa fa? Ha il mare in tasca e l’acqua va a cercar» (Preghiera).

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Un commento

  1. Patrizia Pane 20 marzo 2017

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