Come tradurre il «Non ci indurre»?

di: Roberto Mela

Carissima SettimanaNews,

ho letto con interesse il resoconto fatto da padre Antonio Dall’Osto sull’entrata in vigore, nelle chiese di Francia, di una nuova traduzione del Padre Nostro che modifica la dicitura tradizionale «Non indurci in  tentazione». Secondo le mie informazioni, la nuova prassi è partita con la Prima domenica di Avvento. Recentemente anche papa Francesco, nel suo libro-intervista con don Pozza, ha qualificata come «non buona» questa traduzione.

In effetti papa Francesco ha ragione, e, per quanto riguarda l’ambiente ecclesiale di lingua italiana, la traduzione pastorale preparata dalla CEI nel 2008 – «e non abbandonarci alla tentazione» (cf. Mt 6,13a) – la ritengo sostanzialmente corretta. Essa era stata avanzata da vari biblisti italiani, Bruno Maggioni fra i primi, finché non è stata accettata dai vescovi.

Va ricordato che la nuova traduzione pastorale e liturgica della CEI non ha avuto alcun impatto sulle formula di preghiera recitata dai fedeli. I vescovi hanno chiesto di non modificare la formula popolare della preghiera, così come del resto nella preghiera dell’Ave Maria non è stata recepita la nuova traduzione CEI «Rallegrati, piena di grazia, Il Signore è con te», di Lc 1,28, che, a sua volta però, avrebbe bisogno di una revisione per quanto riguarda l’espressione «piena di grazia». Il participio perfetto passivo greco kecharitōmenē, infatti, non rimanda a una qualità propria del soggetto, caratteriale e meno che sia, ma alla recezione passiva di un’azione compiuta da un altro soggetto, nel passato, i cui effetti perdurano nel presente di chi scrive e di chi legge.

Il caso di Maria è diverso da quello di Stefano, uno dei Sette, il quale è definito da At 6,8 «pieno di grazia/plērēs charitos». In questo caso si usa l’aggettivo “pieno” (plērēs) che rimanda a una qualità considerata come inerente alla persona (anche se ricevuta dall’alto). Esso ha una forza semantica molto meno forte del participio perfetto passivo greco.

Nel caso di Maria, il verbo greco charitoō è un verbo fattitivo/trasformativo che può essere tradotto con «trasformare con la grazia/rendere graziosa-graziata». La diatesi passiva del participio rimanda all’azione del soggetto divino che l’ha compiuta nel passato, con effetti permanenti: Dio. Gli effetti permanenti sono talvolta così evidenti e vengono così efficacemente sottolineati da far tradurre legittimamente la forma verbale del perfetto greco con il tempo presente. Nel caso di Maria di Lc 1,28 si potrebbe tradurre: «Rallegrati, o tutta trasformata dalla grazia, il Signore è con te». Anche il dialogo ecumenico ne trarrebbe molto vantaggio. Sono cose conosciute in ambiti più o meno specialistici, ma stentano a trovare spazio in traduzioni ufficiali.

Per quanto riguarda la petizione presente nel Padre Nostro, riportata in forma uguale in Mt 6,13 e in Lc 11,4 e discussa in questa sede, occorre ricordare l’enorme influsso avuto dalla traduzione della Vulgata «et ne inducas nos in temptationem». Purtroppo la traduzione latina è rimasta invariata anche nella Nova Vulgata (cf. la seconda edizione tipica, Città del Vaticano 1998, ad locum).

Sostieni SettimanaNews.itEvidentemente Gesù non ha insegnato il Pater in latino o in greco. È discusso se lo abbia insegnato in aramaico (la lingua usuale della gente) o in ebraico (la lingua sacra della liturgia). Nella Chiesa del Pater a Gerusalemme, sulla cima del monte degli Ulivi, si possono leggere due lapidi, appese al muro a sinistra appena dentro il chiostro, con due tentativi di retroversione del Pater, una in aramaico e l’altra in ebraico. Il problema sembra originato dal fatto che il greco mē eisenegkēs hēmas probabilmente intende tradurre un imperativo fattitivo negativo: «fa’ sì che noi non entriamo».

L’entrarci è cosa dell’uomo – come ha ricordato papa Francesco –, ma preghiamo che Dio nostro Padre non ci abbandoni proprio in quel momento e in quella situazione, l’ambiente mefitico e mortale del peccato. Il termine peirasmos – senza articolo determinativo ma non per questo non ben inteso e preciso nella mente dell’autore come «la tentazione» e non una tentazione qualsiasi – può essere tradotto come «prova» o come «tentazione».

Si ricordino a questo proposito due passi del Nuovo Testamento di importanza capitale:

1) Gc 1,13: «Nessuno, quando è tentato (mēdeis peirazomenos), dica: “Sono tentato da Dio” (apo Theou peirazomai); perché Dio non può essere tentato al male (apeirastos estin kakōn) ed egli non tenta nessuno (peirazei de autos oudena)» (trad. CEI).

2) 1Cor 10,13: «Nessuna tentazione (peirasmos), superiore alle forze umane (ei mē anthrōpinos), vi ha sorpresi; Dio infatti è degno di fede e non permetterà (ouk easei) che siate tentati (peirasthēnai) oltre le vostre forze ma, insieme con la tentazione (syn tōi peirasmōi), vi darà (poiēsei) anche il modo di uscirne (tēn ekbasin) per poterla sostenere (tou dynasthai hypernenkein)».

Il Signore può “permettere” (easei) delle prove che facciano emergere, come cartina di tornasole, il grado di qualità della fede del credente; una prova attraverso il crogiolo, una prova che è una verifica, affine al dokimazein (“provare, testare”). Si veda Dt 8,2: «Ricòrdati di tutto il cammino che il Signore, tuo Dio, ti ha fatto percorrere in questi quarant’anni nel deserto, per umiliarti e metterti alla prova (ebr. nissāh; gr. della LXX: hōpos… ekpeirasēi se), per sapere quello che avevi nel cuore, se tu avresti osservato o no i suoi comandi».

Come credenti possiamo chiedere che il Signore ci eviti le prove (specie nel campo della fede), ma non possiamo pretendere che egli non ci faccia mai incontrare le prove della vita (anche quelle riguardanti la fede) che verificano (e fanno maturare) lo stato della nostra totale fiducia e abbandono in lui.

Chi tenta direttamente al male è solo Satana – l’Avversario, il Diavolo – il Divisore. In lui non c’è verità ed egli è padre della menzogna (cf. Gv 8,44; Gen 3 la sua catechesi negativa e menzognera su Dio e i suoi comandi).

Il peirasmos di cui si parla nel Pater, chiedendo al Padre di «non condurci dentro (di esso)», non sembra rinviare alle “prove” e alle “tentazioni” “quotidiane”, “di piccolo taglio” (se così si può dire). Molti autori pensano che qui ci si riferisca alla tentazione escatologica, finale, decisiva del venir meno nella fede, nell’apostasia. Il Pater è una preghiera a forte tinta escatologica, non una banale preghiera ridotta a “formula”.

L’immagine sottostante alla petizione del Pater in questione potrebbe essere parafrasata forse nel modo seguente: «Ti chiediamo, Padre, di far in modo di non permettere che noi entriamo dentro una situazione di prova sovrumana o di tentazione al male avanzata dall’Avversario che, come in una camera oscura, un ambiente chiuso, una camera senza porte e finestre ci impedisca di venirne fuori perché tu ci abbandoni in essa, facendoci venire meno il tuo aiuto».

E, come dice papa Francesco, Dio non fa mai mancare il suo aiuto…

Restiamo tutti, evidentemente, in attesa della nuova edizione del Messale (dove speriamo rimanga il «per tutti» nella consacrazione eucaristica). Siamo fiduciosi nel fatto che le nuove norme emanate da papa Francesco possano snellire l’iter procedurale, azzerando un deplorevole ritardo.

Grazie dell’ottimo servizio di SettimanaNews.

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