Trasfigurato dagli occhi

di: Marcello Matté

Quanti giorni mancavano alla sua liberazione? Eugenio concluse che erano comunque troppi per lasciare che il carcere se li rubasse senza restituirgli niente. Fin tanto che non avessero accettato la sua richiesta di poter svolgere un lavoro retribuito, si sarebbe impegnato in qualche attività che gli potesse dare piacere mentre aggiungeva un brevetto alle sue competenze. Si riteneva piuttosto capace, e questo gli faceva pesare ancor più la condanna a restarsene confinato nella stolida inattività di una cella.

Riandò coi ricordi alla sua prima mostra, ancora ragazzo. I complimenti erano stati generosi e lo avevano spinto nel mondo – non sempre poetico – dell’arte. Era stato il suo business. E poi il suo guaio. Fino a portarlo in carcere. Perché non fare ora della propria colpa lo spunto del proprio riscatto?

L’occasione di un corso di iconografia lo raggiungeva proprio in quei giorni. Non capiva come comporre in coerenza l’iconografia religiosa con la sua distanza da quel mondo di volti belli e ispirati. Ma così lontani, non solo nel tempo. I “santini” erano stati la passione infantile di una raccolta, ma poi il suo “culto” adulto per le icone aveva contemplato soltanto gli aspetti venali del commercio.

Dopo le prime lezioni di tecnica iconografica che – si sa – sono un sommario di teologia, era arrivato il primo esercizio pratico. Dipingere un volto di Cristo. Avrebbe dovuto svelare la drammaticità composta della passione trasfigurata nella speranza della risurrezione.

Per ragioni intime, solo a lui conosciute, decise di cominciare dagli occhi. E lì si arrestò. Le regole grammaticali dell’iconografia avrebbero dovuto aiutarlo. Quegli occhi, invece, lo inchiodavano. Più del Cristo alla croce.

Non riusciva a procedere oltre. Si sentiva guardato dentro da quegli occhi come se non li avesse dipinti lui stesso. Come se fossero opera della mano di un Altro. Quello sguardo gli incuteva timore, come un rimprovero. Misto a compassione, benevolenza, “vocazione”. Amore.

L’insegnante intuiva il tormento che stava tenendo fermo Eugenio da più lezioni su quegli occhi. Non si accanì sull’approccio eterodosso al lavoro e lo incoraggiò a navigare sui marosi silenti che lo stavano scuotendo. Stava dando vita a quegli occhi che gli stavano dando vita.

Quando infine Eugenio si sentì catturato e vinto da quello sguardo, completare l’icona gli venne di getto. La figura del Cristo lo aveva trasfigurato. E siglò la sua (?) opera – contro ogni regola – con un «Amen».

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Un commento

  1. Patrizia Pane 13 marzo 2017

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