Aime: Il potere e i suoi luoghi

di: Lorenzo Prezzi (a cura)

potere

In occasione dell’uscita in libreria del volume di Oreste Aime, I camaleonti. Nuovi luoghi del potere (ed. Marietti 1820) abbiamo chiesto all’autore di illustrare le metamorfosi pervasive del potere oggi. Fino alla domanda di Francesco sul paradigma tecnocratico.

– Professor Aime, dove si colloca oggi il potere? Siamo abituati a cercarlo nella sfera politica, militare e imprenditoriale, ma è ancora così?

Come tutte le cose, anche il potere sta vivendo trasformazioni importanti, a partire dagli anni Ottanta del Novecento. La “metamorfosi del mondo”, come la chiama Ulrich Beck, investe tutti gli aspetti della vita personale e sociale, non escluso il potere. Con gli anni Ottanta, la caduta del muro di Berlino e l’imporsi del neoliberismo, i luoghi del potere non sono più gli stessi.

Nelle società tradizionali i nobili e i militari esercitavano il controllo sulla società e sui rapporti tra popoli e nazioni; ad essi, con le rivoluzioni politiche (inglese, americana, francese) e le prime due rivoluzioni industriali, s’è aggiunta la borghesia, in particolare quella imprenditoriale, fino a costituirsi nella classe politica dominante, anche nelle società democratiche e a suffragio universale.

Una lettura più attenta della modernità, come quella introdotta da Michel Foucault, ci ha fatto percepire che il potere – un’azione in risposta ad un’azione – si impostava e si esercitava anche in altri luoghi, dalla scuola alle caserme e agli ospedali, in tutto il tessuto sociale.

Questa lettura più in profondità degli assetti delle società moderne non smentisce gli altri livelli ricordati che, fino a tempi recenti, si sono distribuiti il potere.

Tecnocrazia

Perché, a suo giudizio, è nella congiunzione tra finanza e tecnica uno dei principali luoghi del potere contemporaneo?

La rivoluzione informatica, che è alla base del regime di globalizzazione in cui siamo stati introdotti a partire dagli anni 80 e 90 del Novecento, ha spostato l’asse del potere, senza far scomparire gli agenti tradizionali, ma privandoli di una consistente forza.

La figura dello Stato moderno, fonte di sicurezza e identità, è stata messa in discussione da un potere economico finanziario divenuto transnazionale. Questi agenti non rispondono più alle autorità statali; anzi spesso sono essi a determinare gli orientamenti di politica non solo economica degli stati. In ogni caso, tendono a sottrarsi al controllo politico e ci riescono abbastanza bene.

Più difficile dar conto della potenza del sistema tecnico, che la Laudato si’ di Francesco esamina sotto il nome di tecnocrazia. La tecnica non persegue il sapere ma il potere; c’è chi ha indicato nella volontà di potenza la sua essenza. Nel suo caso il sapere diventa mezzo di potere, il cui incremento diventa l’unico criterio di valore adottato. Se la politica è sempre stata volta alla conquista e alla gestione del potere, la tecno-crazia ne diventa, al tempo stesso, il mezzo e il modello. Non è una trasformazione di poco conto. La guerra informatica, diffusa e invisibile, ne è un sintomo.

Il denaro vuole moltiplicarsi e la tecnica espandere la sua potenza. Finanza e tecnica condividono pertanto la tensione alla crescita senza limiti. Che effetti produce tutto questo sulla vita sociale?

L’alleanza di finanza e di tecnica è resa possibile da un tratto che hanno in comune: la crescita senza misura. Per certi versi non è un fatto nuovo. L’idea o il sogno di un progresso illimitato attraversa la società moderna e quella industriale. La crescita, tipica degli ultimi due secoli, le è consustanziale.

È indubitabile però che dagli anni Sessanta del 900 questa crescita è diventata esponenziale, trovando nella rivoluzione informatica il suo volano. Non è difficile elencare i risultati positivi di questa trasformazione (l’immenso sgravio, direbbe Peter Sloterdijk).

Siamo un po’ meno consapevoli di ciò che giorno per giorno dimentichiamo o perdiamo. Il fenomeno è rintracciabile soprattutto nelle ultime generazioni cosiddette digitali e un caso emblematico è la diminuita capacità di attenzione, peraltro estesa anche alle precedenti generazioni. Questa perdita ha anche a che fare con la nuova disposizione del potere, che si concentra sull’attimo e sull’impatto del suo intervento, tendendo a cancellare le tracce mnemoniche e le reazioni critiche.

L’anima e il potere

In un contesto in cui progresso e potenza si assemblano, che forma assume il sogno moderno?

I tratti di questo “sogno” sono molti e anche contraddittori.

C’è un sogno utopico che fa della tecnica la chiave del futuro. Alcuni stanno elaborando le tesi del post-umanesimo e del trans-umanesimo che mira a creare il simbionte, l’uomo-macchina dai poteri sempre più intensi e estesi. Una qualche ricerca di immortalità (digitale) attraversa questa utopia. In termini religiosi, la tecnica è vissuta come la salvezza.

Ci sono anche previsioni distopiche. La società dei rischi, in particolare quello ecologico e quello digitale, è già la nostra condizione quotidiana. Il sogno in questo caso si può capovolgere in incubo. Ma – ammonisce Beck –, più il rischio è grande, meno è visibile. Non mancano tuttavia forme di consapevolezza critica, che cercano vie alternative.

A suo giudizio, è più logorante ambire al potere senza riuscirvi o gestirlo e conservarlo?

In questa domanda risuona forse la famosa battuta cinica di Giulio Andreotti: Il potere logora chi non ce l’ha. La domanda andrebbe rivolta non tanto a me, quanto a chi pratica i luoghi del potere, in tutte le sue forme. Senza potere non ci sarebbe alcuna impresa umana; proprio per questa sua centralità e grandezza si espone a tutte le manipolazioni possibili. Il secolo che abbiamo alle spalle è lì a ricordarcelo, anche se la memoria è davvero corta. Una riflessione filosofica e teologica lavora sul concetto ed è “impotente” nella gestione del potere. Lo si sa dai tempi di Platone e delle sue disavventure.

Su queste cose ci informano maggiormente la cronaca e la fiction, entrambe in affanno su questi temi in questo momento di rapido e labirintico mutamento. Il controllo dell’informazione è un momento strategico fondamentale nella società del rischio.

Un secolo fa Henri Bergson di fronte a problemi simili invocava un “supplemento d’anima”. È forse il contributo delle religioni, come ricorda l’ultimo capitolo della Laudato si’. È quello che stanno facendo?

camaleonti

Oreste Aime, I camaleonti. Nuovi luoghi del potere, Collana «I melograni», Marietti 1820, Bologna 2018, pp. 120, € 10,00. 9788821110061


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