Attraverso la notte…

di: Jo Koopman

copertinaPubblichiamo un estratto del diario inedito dell’ebreo olandese Jo Koopman, tradotto dal neerlandese e pubblicato dalle EDB (Jo Koopman, La notte di Auschwitz, EDB, Bologna 2017). Jo(zeph) Koopman nasce ad Amsterdam nel 1906 da genitori ebrei osservanti di modesta condizione. Dopo lo scoppio della seconda guerra mondiale, il padre, denunciato da una vicina di casa, viene  arrestato e deportato ad Auschwitz con la moglie. Muoiono nelle camere a gas. Jo si trasferisce sotto falsa identità a Eindhoven, entra nella resistenza clandestina, fabbrica falsi documenti d’identità e reperisce nascondigli per i ricercati. Riconosciuto e denunciato viene arrestato nel luglio del 1944 e inviato al campo di transito di Westerbork. Il 3 settembre sale nell’ultimo convoglio per Auschwitz. Nel momento della ritirata dei tedeschi, trovandosi nell’ospedale del campo, non si accoda alle marce forzate dei prigionieri. Assiste così alla liberazione del lager da parte dei russi il 27 gennaio 1945. Dei centoquarantamila ebrei che l’Olanda contava prima della guerra, oltre centomila persero la vita.

Auschwitz

L’avanzare della guerra si faceva drammatico. Il 12 gennaio, un venerdì, i russi avevano iniziato la grande offensiva. Il 14 Jacques venne a portarmi un po’ di pane che aveva conquistato a fatica, dato che nell’ospedale la fame regnava più che nel resto del lager. Raccontò che le SS erano molto nervose e che era pronto un piano di evacuazione. Non sapevamo nel salutarci che il nostro era un addio, fu infatti l’ultima volta che lo vidi.

La notte di mercoledì 17, cinque giorni soltanto dall’offensiva, fui svegliato da grida insolite. Uscii per vedere e sull’ingresso incrociai una SS che mi urlò dietro qualcosa, ma che aveva evidentemente ben altro a cui pensare. In un attimo mi resi così conto che l’impalcatura che governava il lager era crollata. Mi assalì un’ondata di commozione: eravamo, grazie a Dio, alla svolta risolutiva.

All’una le luci si accesero, i medici entrarono nella corsia per riferirci che il campo sarebbe stato sgomberato; si prevedeva una marcia di duecento chilometri da percorrere in quattro giorni, forse nell’intenzione di raggiungere Breslavia. Dissero che ci avrebbero fornito cibo e indumenti e che chi non era in grado sarebbe stato ucciso. Si mettevano i malati in condizione di partecipare alla marcia, ma quelli che non erano in grado di farlo potevano restare, non sarebbe stato loro torto un capello.

Dei diciottomila prigionieri evacuati dal lager, diciassettemila trovarono in quella marcia la morte. Si valutano sui duecentocinquantamila i prigionieri evacuati da Auschwitz, Birkenau, Sosnowitz, Gleiwitz I e II, Blechhammer, Trzebnica e da altri campi. Pensiamo commossi alle proporzioni enormi del massacro che precedette l’arrivo dei russi: decine di migliaia i corpi abbandonati nella neve poi trovati ai bordi delle strade. Un’evacuazione questa diversa dalle altre perché i tedeschi erano stati presi dall’ansia. Nelle vicinanze del lager avevano appostato mitragliatrici puntandole contro le file lunghissime dei prigionieri. Chi si era preparato in qualche modo a un trasferimento simile a quelli consueti non poté salvarsi: un uomo sottoalimentato non è in grado di percorrere a piedi cinquanta chilometri al giorno con una temperatura vicino ai meno trenta gradi. Soltanto chi aveva una salute e una costituzione di ferro poté raggiungere i convogli ferroviari. Ma anche arrivati lì la loro marcia dolorosa non trovò fine: senza ricevere nemmeno qualche provvista, furono fatti salire su carri lasciati aperti. Un piccolo numero di questi arrivò vivo a destinazione ma non trovarono posto in lager ormai strapieni e furono trascinati gelati, sporchi e affamati da un campo all’altro.

Ho poi conosciuto in Olanda un compagno di prigionia sopravvissuto a quella dolorosa marcia e il suo racconto supera tutto quello che si può sentire sul disprezzo da parte dei tedeschi per la vita umana. A quella evacuazione sopravvisse non più del due percento dei prigionieri. Chi aveva scelto di restare nel lager aveva previsto che tutto ciò potesse accadere. Non che ci sentissimo al sicuro per il ricordo delle promesse che il Lagerführer ci aveva fatto ma, ritenendo di essere in ogni caso destinati a morire, pensavamo che era meglio se succedeva nel nostro letto.

Auschwitz

Prigionieri rimasti nel lager attendono la liberazione (27 gennaio 1945)

Il 19 gennaio, un venerdì, una settimana esatta dall’inizio dell’offensiva, il lager era stato ormai completamente vuotato e restavano soltanto meno di mille ammalati. C’erano ancora due medici, ligi al principio che «dove ci sono dei malati devono esserci dei medici». Non c’era più sorveglianza; l’alimentazione idrica e quella elettrica erano state fatte saltare. Potevamo davvero credere che ci avrebbero lasciati in pace?

Intorno al campo restavano le postazioni militari tedesche sulle sponde amene del Sola, un piccolo fiume, e da lì sparavano sugli estranei. Fuggire non era possibile. Il fronte passava ora per tutta questa zona; arrivavano fino a noi i colpi dell’artiglieria pesante russa alternati a quelli di una batteria tedesca nelle immediate vicinanze del lager. Potevamo fare assegnazione soltanto su noi stessi. Senza timore di essere smentito posso affermare che sono stati allora gli olandesi a salvare il campo, smentendo le dicerie che ci bollavano come pigri e maldestri. Forzammo i magazzini degli alimentari e trasportammo nell’ospedale le provviste delle SS: grandi quantità di riso, zucchero, pasta, farina, carne in scatola, pesce, marmellata, burro e altro ancora; macellammo e cucinammo tre maiali. Questo ricco bottino fu immagazzinato nell’infermeria, a disposizione di tutti, diversamente da quanto facevano parecchi ungheresi e polacchi. Queste razzie non erano prive di rischi: i soldati tedeschi non avevano più ricevuto rifornimenti e attingevano anche loro volentieri a quelle vettovaglie; accadde così che un uomo dei nostri fu ucciso in uno scontro e un altro rimase ferito. Praticando un buco nel ghiaccio di una vasca, ci rifornivamo di acqua, altri organizzavano i servizi necessari. Non dico che gli olandesi fossero allora i soli a darsi da fare, ma affermo che tutti gli olandesi partecipavano ai lavori.

L’atteggiamento nei confronti degli olandesi risultò così mutato: un giorno ero per farmi medicare nella Ambulans e il dottor Steinberg, un francese di origini polacche, che prima non voleva sentir parlare degli olandesi, chiese perché non mi fossi rasato. Risposi che, dopo due notti di guardia, avevo dormito e il dottore commentò: «Ecco un altro olandese che lavora anche con una mano ferita». L’altro medico presente commentò allora: «Una novità! Gli olandesi sono il nuovo amore del dottor Steinberg».

I russi si facevano aspettare, la tensione cresceva di giorno in giorno. Enormi le difficoltà nel lager: c’era acqua appena a sufficienza per cucinare, ma avevamo cibo di ottima qualità, e il lusso di disporre di pane, burro, marmellata. Si presentarono casi di disturbi allo stomaco perché qualcuno aveva ecceduto nel mangiare; non c’era però acqua e eravamo tormentati dalla sete. Per assicurare a un migliaio di uomini una razione giornaliera di un quarto di litro di tè dovevamo trasportare con dei secchi, per un viottolo coperto di neve, duecentocinquanta litri d’acqua. Pativano per la sete specialmente gli ammalati febbricitanti. I medici compivano miracoli, operavano di continuo. Di quelle giornate ricordo specialmente le notti: troppo agitati per poter dormire, i malati avvertivano ogni minimo rumore, chiedevano da bere o un aiuto per urinare. Per due di loro, morenti ormai, avevo spremuto qualche fondo di caffè nella speranza di alleviare un poco la loro sofferenza. Erano anche angosciati dal fatto che non c’era la luce.

Mi sentii chiamare: «Kaufmann, Kaufmann, arrivano dei carri armati?». Vidi allora che avanzavano sulla strada coperta di neve. «Dove si dirigono?» «Verso Est, verso Cracovia, non mi sembra che vengano a liberare noi».

Cercavo di dare a quei malati un po’ di coraggio: ricordavo loro che si avvertiva ogni giorno più distintamente il rimbombare dei colpi sparati dai russi. Ero come loro anch’io convinto che era venuto il momento di fronteggiare e superare quello che era un passaggio risolutivo.

Mercoledì la squadra che ci procurava l’acqua fece ritorno avvertendoci che il giorno dopo ci avrebbero trasferiti e che i tedeschi erano passati al contrattacco, cosa che non mi sorprese. Giovedì fecero la loro apparizione settanta uomini delle SS, dotati di armi pesanti, mitragliatrici e bombe a mano; ci diedero un’ora di tempo per prepararci e radunarci all’ingresso principale. «È la fine», pensammo.

Avevo cercato nel magazzino indumenti e scarpe, ma non avevo trovato niente che fosse utilizzabile. Feci ritorno con difficoltà all’infermeria, dove avevo un amico malato che non poteva alzarsi. Ci stavamo consultando sul da farsi quando ritornarono gli ammalati, rimandati lì dalle SS con la scusa dell’allarme aereo e con l’ordine di tenersi pronti. Senza spogliarsi si rimisero a letto. Si era intanto fatto buio; non osavamo accendere le candele e avevamo soltanto il fioco chiarore della grande stufa di maiolica per illuminare debolmente la stanza. Fu quella probabilmente la notte più terribile passata nel lager.

Stavano bombardando l’aeroporto, risuonavano i colpi, gli ammalati imploravano un po’ d’acqua; un francese chiese al medico di farlo morire. Mi feci strada a tentoni e raggiunsi quegli ammalati che ancora potevo aiutare; sentivamo intanto che i carri armati si avvicinavano, dirigendosi ora a ovest, verso Katowice e questo ci ridiede speranza. Venerdì i colpi risuonavano più vicini; le SS erano fuggite, ma i russi non si vedevano ancora. La notte passò come la precedente, con il medico chino sul francese ammalato. Sul fare del giorno gli spari e le raffiche delle mitragliatrici ricominciarono: arrivavano i nostri salvatori.

Jo Koopman

Jo Koopman e la moglie Ali dopo la fine della guerra

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Un commento

  1. Patrizia Pane 31 gennaio 2018

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