Cattiva fede

di: Ken Follett

cattiva fedePubblichiamo alcuni passaggi dal volume di Ken Follett, Cattiva fede – Bad Faith. Traduzione e prefazione di Alessandro Zaccuri. Con il testo inglese, Collana «Lampi», EDB, Bologna 2017, pp. 80. 9788810567586. Disponibile anche in una doppia versione e-book: italiano-inglese e soltanto inglese. Ken Follett è uno dei più famosi giallisti britannici della storia. Nato a Cardiff (Galles) nel 1949, scrivere romanzi è per lui inizialmente un hobby, finché nel 1978 La cruna dell’ago lo rende celebre in tutto il mondo. Non ha mai fatto mistero della sua avversità per il cristianesimo. Nel 2010 fu firmatario, assieme ad altre 54 figure pubbliche, della lettera aperta al The Guardian contro la visita di stato di Benedetto XVI nel Regno Unito.

Ero nato nei Confratelli della Verità Necessaria, che pren­devano nome dalla nostra rivista, Needed Truth, «La Verità Necessaria». (…)

In casa non avevamo televisore, né radio o giradischi. Erano tutte cose «mondane», termine che per noi rive­stiva grande importanza. Mi sentivo spesso dire: «Non siamo cittadini di que­sto mondo», un’espressione che ripren­de la Lettera di Paolo ai Filippesi, do­ve si legge: «La nostra cittadinanza in­fatti è nei cieli».[1] (…) La Congregazione prestava più attenzione alle futili regole di Paolo che non alla magnanima saggezza di Gesù.

Un’altra brutta parola era «piacere». Non si frequentavano teatri, concerti o eventi sportivi. (…)

Non avevo l’anima di un puritano e cominciai a disobbedire non appena fui abbastanza grande da sapermela cavare. Mi piacevano i film, mi piaceva an­dare a ballare il sabato sera, mi piace­vano le sigarette (il tabacco era proibi­to in quanto concupiscenza della carne). Comprai una chitarra e non la usa­vo per suonare inni sacri.

Sbarazzarsi dell’aspetto dottrinale era più complicato. Da ragazzino con­tinuavo a credere che le verità della Bib­bia andassero prese alla lettera. Tutti, in famiglia, la leggevamo ogni giorno.

Questa attività non mi danneggiò af­fatto. La versione della Bibbia di re Gia­como si deve in gran parte a William Tyndale, uno dei maggiori prosatori inglesi di tutti i tempi. Semmai, avrei fat­to meglio a leggerla per intero una se­conda volta.

I miei genitori leggevano anche il Times e il Reader’s Digest. E fu mio padre a commettere l’errore fatale di ordinare per posta Il grande atlante del Reader’s Digest.[2] Leggevo qualsiasi foglio stampato che entrasse in casa (penso che da giovani lo facciano tutti gli scrittori) e, quando mi accomodai davanti all’intro­duzione dell’atlante, venni a conoscen­za della teoria della deriva, secondo la quale i continenti sono come le tessere di un puzzle che lentamente, nel corso di milioni di anni, si allontanano l’una dall’altra. Così, grazie al Reader’s Digest, iniziai a mettere in dubbio la Bibbia. (…)

Guidati da un sovrintendente, un gruppo di adolescenti della nostra as­semblea cominciò a visitare un ricove­ro per anziani una volta alla settimana, il mercoledì sera. Giocavamo a scacchi con i residenti, li ascoltavamo raccontare dei vecchi tempi. Gli anziani ci apriva­no la mente e noi forse portavamo un po’ di luce nelle loro vite. Incredibil­mente, questa attività fu ritenuta dagli altri sovrintendenti un esempio di «gio­go ineguale» e venne perciò proibita. All’epoca avevo sedici anni ed ero per­fettamente in grado di capire che si trat­tava di una totale assurdità. Lasciai la Congregazione e non tornai mai più.

Ero ancora cristiano: un cristiano tor­mentato. In quel periodo dovevo deci­dere che cosa studiare all’università. Scelsi filosofia, nella speranza che potesse aiutarmi a superare i miei dubbi sull’esistenza di Dio.

Lo fece senz’altro. All’University Col­lege di Londra la luce spietata della fi­losofia del linguaggio prese a splende­re sulle idee di Platone, Cartesio, Marx e Wittgenstein. Non si discuteva molto di religione, ma in privato mi misi a esa­minare le convinzioni religiose sulla ba­se di criteri logici. Nessun dato di fede superò mai la prova. Al momento della laurea ero diventato ateo.

Un ateo arrabbiato, anzi. Sentivo di essere stato ingannato. Rimpiangevo le ore sprecate negli «incontri», l’infanzia senza cinema né televisione, il divieto di entrare nei Boy Scout. Più che altro, mi faceva infuriare il fatto di aver prestato fede alla robaccia in cui ero stato cre­sciuto. Nulla è più esasperante della ri­velazione della propria passata stupidità.

Ero persuaso, inoltre, che avessero cercato di defraudarmi. La capacità di prendere decisioni morali è una com­ponente essenziale di ciò che essere umani comporta. È un elemento su cui la maggior parte delle persone non può che concordare, ma che implica una conseguenza, come ben sapevano gli esistenzialisti: se demandi la responsa­bilità morale a un’altra autorità (la Bib­bia, oppure un prete, o il papa), puoi anche semplificarti la vita, ma perdi una parte di umanità. Sartre definisce questo procedimento mauvaide foi, os­sia «cattiva fede», «malafede», o «au­toinganno».[3]

La filosofia si è rivelata l’inizio, non la fine del mio viaggio. Mi torna in men­te la famosa frase di Picasso: «Ho im­piegato quattro anni per imparare a dipingere come Raffaello e una vita inte­ra per imparare a dipingere come un bambino». A me sono bastati tre anni per diventare ateo, ma ho speso il resto della vita per ritrovare, grazie a un improbabile girotondo, una qualche forma di spiritualità. (…)

Adesso mi considero un ateo non pra­ticante. Continuo a non credere in Dio e non faccio mai la comunione. Ma an­dare in chiesa mi piace. I vespri cantati sono la mia funzione preferita.

A mezzo secolo di distanza dalla mia fuga dalla Congregazione, oggi sono di nuovo uno che va in chiesa, non rego­larmente, ma neppure in modo troppo discontinuo. (…)

Perché ci vado? L’architettura, la mu­sica, le parole della Bibbia di re Giaco­mo, e il senso di condividere qualcosa con chi mi sta accanto: tutto questo con­ta. Quel che ne deriva, per me, è un sen­timento di pace spirituale. Andare in chiesa consola la mia anima. E, come alla fine sono riuscito a comprendere, questo è esattamente ciò che si suppo­ne debba fare. Quanto tempo ci occor­re, spesso, per capire le verità più sem­plici.


Note a cura del traduttore

[1] Lettera ai Filippesi 3,20: le citazioni bibliche sono ri­portate secondo La Sacra Bibbia tradotta in lingua italiana e commentata da Giovanni Diodati, a cura di Michele Ran­chetti e Milka Ventura Avanzinelli, Mondadori, Milano 1999: benché maturata in condizioni storiche molto differenti, la versione della Scrittura pubblicata dal calvinista Diodati a Gi­nevra nel 1607 è quella che nel nostro ambito linguistico più si avvicina alla King James Bible, la «Bibbia di re Giacomo» che dal 1611 rappresenta il testo ufficiale della Chiesa an­glicana e, per estensione, delle varie denominazioni prote­stanti anglofone.
[2] Si tratta della stessa opera diffusa in Italia come Il grande atlante di Selezione, Selezione dal Reader’s Digest, Milano 1961 (ed. or. The Reader’s Digest Great World Atlas, 1961).
[3] La nozione sartriana di mauvaise foi è solitamente resa in italiano con il termine «malafede», che ha una connotazione ancora più negativa del corrispettivo inglese bad faith, adoperato da Ken Follett anche per il titolo della sua testimonianza autobiografica. Nella traduzione si è preferito introdurre la variante «cattiva fede», meno perentoria e più rispondente all’intonazione complessiva del memoir.

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