Il clero a Padova dopo il Tridentino

di: Paola Zampieri

Stefano Dal Santo, Il clero nella Diocesi di Padova attraverso le visite pastorali post-tridentine

Con l’opera Il clero nella Diocesi di Padova attraverso le visite pastorali post-tridentine (1563-1594), Stefano Dal Santo – presbitero della diocesi di Padova, docente di storia della chiesa alla Facoltà teologica e segretario dell’Istituto per la storia ecclesiastica padovana – ha affrontato per la prima volta con metodo critico la realtà del clero padovano nei tre decenni successivi al Concilio di Trento, quelli in cui s’iniziò l’applicazione dei suoi decreti di riforma.

La ricerca, durata oltre dieci anni, ha restituito un quadro vivissimo, articolato, problematico, di una realtà sociale ed ecclesiale in pieno divenire, colta in una stagione fondamentale della sua storia.

L’autore ha incrociato e messo in dialogo migliaia di documenti, giungendo a descrivere compiutamente la situazione del clero nella diocesi di Padova nei trent’anni immediatamente successivi al Concilio di Trento, e a dar conto del rinnovamento della vita della Chiesa voluto dal Tridentino, cogliendone successi e limiti.

«Il Concilio di Trento (1545-63) è intervenuto non solo per chiarire la dottrina cattolica in risposta alle contestazioni provenienti dalla Riforma protestante, ma anche per riformare la vita della chiesa sul versante pastorale – spiega Stefano Dal Santo –. Il trentennio successivo al Concilio è un periodo fondamentale, nel quale i verbali delle visite pastorali, che riprendono proprio per impulso del Concilio, da un lato descrivono ciò che i visitatori vedono (una realtà ai loro occhi non ancora “riformata”, sul piano della formazione, dell’azione pastorale e della vita morale), ma danno pure conto degli interventi correttivi disposti dall’autorità diocesana: viene utilizzata, cioè, l’arma del “disciplinamento” su una pastorale che conosceva molti abusi, contraddizioni e fatiche».

«Dai resoconti delle visite – afferma Dal Santo – emergono alcuni tratti caratterizzanti la situazione del clero del tempo. Ad esempio, appena dopo il Concilio il 70 per cento dei parroci risultava non residente nelle parrocchie, quindi non impegnato in alcuna forma di servizio pastorale, ed era un fatto diffuso in una società in cui il sacerdozio era scelta di un mestiere piuttosto che di vita; dopo un trentennio di visite, di riforme e di pene rigide e certe (fino alla scomunica) per i sacerdoti “non residenti”, il dato cala al 3,5 per cento. L’istituzione della figura del vicario foraneo (1572), una sorta di “controllore” dei parroci nel territorio, l’apertura dei seminari (a Padova nel 1569) e la presenza di alcune figure importanti di vescovi (fra cui Nicolò Ormaneto, collaboratore di Carlo Borromeo a Milano, e Federico I Corner, che ebbe come vicario visitatore Nicolò Galiero, pure stretto collaboratore di san Carlo) contribuirono a disciplinare la vita morale del clero e cominciarono a plasmare, certo molto lentamente, la figura del sacerdote “pastore d’anime”, presente e operante nella parrocchia, come siamo abituati a considerarlo oggi. Ma le fonti storiche ci segnalano anche la presenza nel clero e nei fedeli di una mentalità diversa rispetto ad oggi, segnata da altre urgenze e osservata da punti di vista spesso lontani dai nostri…».

L’opera ha vinto la 32ª edizione del Premio Brunacci 2017.

Stefano Dal Santo, Il clero nella Diocesi di Padova attraverso le visite pastorali post-tridentine (1563-1594) (Fonti e ricerche di storia ecclesiastica padovana, 39), Istituto per la storia ecclesiastica padovana, Padova 2016, 2 volumi, pp. 1150, € 75,00.

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