Ma il cristiano “deve” proprio soffrire?

di: Andrea Lebra

Spiritualità cristiana nel mondo moderno – Per un superamento della mentalità sacrificale[1] è il titolo di un nuovo, coinvolgente e bel libro di Giovanni Ferretti,[2] il quale, negli anni scorsi, ci aveva fatto dono di due preziosi volumi di carattere teologico-filosofico,[3] aventi lo scopo di far risuonare la parola di Dio nelle parole degli uomini e delle donne d’oggi, per proporre una fede veramente avvertibile come novità e pienezza di vita anche per chi vive nel nuovo areopago secolarizzato della post-modernità.

Obiettivo del nuovo libro

In continuità con l’obiettivo perseguito di tradurre, a livello intellettuale ed esistenziale, la fede cristiana nei termini e nei modi di pensare del nostro tempo, nei sei capitoli di Spiritualità cristiana nel mondo moderno l’autore si propone – come lascia intuire il sottotitolo Per un superamento della mentalità sacrificale – di offrire degli elementi per superare, o quanto meno per utilizzare con grande accortezza critica, il nesso, massicciamente presente nella catechesi, nella predicazione, nella liturgia e nella comune prassi cristiana, tra cristianesimo e sacrificio dell’umano, tra spiritualità cristiana e mentalità sacrificale.

Sempre più avvertita è, infatti, oggi la necessità di sciogliere l’ambigua sovrapposizione della categoria  del  «sacrificio» e del «principio carità»,  inteso non solo come «il cuore della spiritualità cristiana» e «l’orizzonte ultimo di senso di tutto ciò che caratterizza il cristianesimo» (p. 34), ma anche come espressione di vera umanità in quanto «nocciolo duro di resistenza contro la crescente disumanizzazione provocata da una società ridotta a mercato, a relazioni mercantili di do ut des, che finisce per considerare l’uomo solo per le sue prestazioni di produttore o consumatore, relegando a scarti le persone che non rientrano in tali categorie» (p. 36).

Superare tale sovrapposizione è necessario «per liberare dalla convinzione – cui la storia del cristianesimo ha purtroppo dato molteplici motivi – che il cristianesimo predichi soprattutto la mortificazione della vita, propria e degli altri, invece del suo fiorire in pienezza» (p. 6). Al riguardo, è ormai da tempo in atto una riflessione nella teologia e nella spiritualità contemporanea per chiarire che cosa può essere un «vero» sacrificio cristiano.[4] Resta però molto da fare a livello di sensibilità e mentalità diffuse sia tra credenti che tra non credenti.

Modelli improponibili e bisogno moderno di spiritualità

Dopo aver ricordato che non esiste un cristianesimo che non sia incarnato culturalmente, cioè che non sia impregnato, quanto a forma di pensieri, sensibilità di valori e prassi di vita, dalle convinzioni proprie di un determinato contesto culturale, Ferretti individua tre modelli di spiritualità cristiana oggi improponibili: una spiritualità che ama gli eventi miracolistici, una spiritualità che ritiene di doversi alimentare soprattutto con visioni ed estasi, una spiritualità vittimistica, che considera strettamente congiunti santità e sacrificio dell’umano fino all’abiezione.

Si tratta di tre modelli che la cultura moderna ha messo radicalmente e irrimediabilmente in crisi. Sfatare l’identificazione di tali modelli con l’essenza della spiritualità cristiana «è tuttora un compito urgente del pensiero e della testimonianza cristiana, per fedeltà al Vangelo e per fedeltà all’uomo d’oggi, cui abbiamo il dovere di annunciare il Vangelo in linguaggio comprensibile, capace di farne emergere e riconoscere l’amabilità, in quanto promozione e non mortificazione dell’umano» (p. 21).

Per essere ricevibile dagli uomini e dalle donne del nostro tempo, la spiritualità cristiana, oltre che rivestirsi del nucleo centrale del Vangelo identificabile con il «principio carità», deve comprenderlo alla luce di alcuni valori che la mentalità moderna ritiene ormai indispensabili.

Un primo valore è l’autenticità di vita che rimanda ad una vita cristiana che non può essere ridotta a formule di fede, a riti liturgici, a norme morali, a pratiche religiose, senza che vi corrisponda la sostanza dell’esperienza vissuta dell’amore di Dio.

Per essere in grado di rispondere alle esigenze degli uomini e delle donne di oggi, la spiritualità va poi praticata nella vita quotidiana (o «vita comune»); non è riservata solo ad alcuni e non coinvolge solo particolari situazioni; è in grado di interpellare tutte le persone, dotate di uguale dignità, nella loro concreta e ordinaria condizione di vita; è orientata, con particolare attenzione a chi è più nel bisogno, a vivere e a dare vita, quale risposta all’amore di Dio datore e «amante della vita» (Sap 11,26).

Inoltre, quella di cui oggi si sente l’esigenza è una spiritualità  caratterizzata da riflessività critica. Cioè una spiritualità consapevole, illuminata e scelta per convinzione personale. «La riflessività critica che si richiede alla spiritualità cristiana non è necessariamente quella propria  della scienza filosofica o teologica in senso stretto, ma quella di una normale intelligenza umana, che cerca di capire, si interroga, si pone domande, è pronta a mettersi in questione, si confronta con altri, cerca di farsi una convinzione personale e giungere a una libera adesione di fede» (p. 31).

Soprattutto, quella di cui oggi si avverte un grande bisogno è una spiritualità che sia fonte di pienezza di vita che viene dall’amore che incondizionatamente vuole il bene di chi è amato. «Una spiritualità cristiana vissuta come mortificazione della vita, pratica del sacrificio della vita, umiliazione o abiezione della vita, rinuncia alla vita, visti come valori in sé graditi a Dio, non può che risultare incomprensibile e suscitare rigetto nella nostra cultura» (p. 34).

Superare la categoria e la mentalità sacrificale

Probabilmente il vocabolario sacrificale non è del tutto eliminabile nel cristianesimo, a motivo della sua presenza non solo nel Nuovo Testamento, ma anche nella liturgia e nella soteriologia cristiana. Esso, però, va trattato con molta precauzione e accorte precisazioni «per non slittare nella concezione del sacrificio per il sacrificio o nella visione teologico-mercantile dei meriti che acquistiamo con i sacrifici o le mortificazioni in quanto tali» (p. 76-77).

In ogni caso, la spiritualità cristiana deve distaccarsi dalla mentalità sacrificale. Lo deve fare perché, alla luce della categoria salvifica della misericordia, secondo il detto di Gesù «misericordia io voglio e non sacrificio» ripreso dal profeta Osea (6.6) e che ritorna due volte nel vangelo di Matteo (9,14 e 12,7), «la Carità del Dio di Gesù non vuole sacrificare nessuno, non si compiace del sacrificio di nessuno, non vuole la mortificazione e l’umiliazione di nessuno. Essa è desiderio di vita e di gioia per tutti, di abbondanza di vita per tutti» (p. 37).  «Resta inoppugnabile che Gesù mai subordina l’annuncio della remissione dei peccati a una qualche pratica di culto espiatorio sacrificale, ma la presenta sempre come un atto di amore misericordioso del tutto gratuito di Dio, che provoca bensì la conversione, ma non trova nella conversione il suo presupposto» (p. 113).

Nel fare riferimento alla critica contemporaneo al sacrificio, Ferretti illustra ampiamente, condividendole, le convinzioni del filosofo Roberto Mancini che, in numerosi e pregevoli suoi scritti, giustifica la critica al sacrificio con motivazioni evangeliche. Nel suo nucleo evangelico originario e nella stessa vicenda della croce di Cristo, il cristianesimo è profondamente antisacrificale. Alla categoria religiosa del sacrificio radicalmente desacralizzata dai Vangeli va preferita la categoria salvifica della misericordia e la logica dell’oblatività gratuita dell’amore non va confusa con la logica sacrificale. «Il Dio di Gesù Cristo non è il Dio del castigo o della richiesta di un adeguato risarcimento in termini di sofferenza per ottenere il perdono. È il Dio dell’amore misericordioso che, offrendo per primo e incondizionatamente il perdono, suscita e rende possibile la conversione del peccatore, e quindi la sua salvezza, la sua piena realizzazione umana» (p. 158-159).

Senso cristiano della croce

La categoria del sacrificio, adeguatamente disambiguata, non è l’unica o la principale categoria per esprimere, ad esempio, il senso della croce di Cristo e dell’eucaristia che ne fa memoria, dal momento che, per la croce, si può utilizzare le categorie di martirio, dono, perdono e autodonazione d’amore. E per l’eucaristia nel Nuovo Testamento sono rinvenibili le categorie di memoriale, di banchetto, di ringraziamento, di lode, di vicendevole servizio, nonché di comunione fraterna e sororale.

Per quanto riguarda il valore salvifico della croce di Cristo Ferretti cita il poderoso volume del docente emerito  di patrologia presso la Facoltà teologica dell’Italia settentrionale (sezioni di Torino e Milano)  Pier Angelo Gramaglia, Sacerdozio e sacrificio,[5] che propone di lasciar cadere la categoria del sacrificio a favore di quella dell’auto-oblazione della propria vita. La croce di Cristo, dunque, come espressione dell’amore più grande.

Sempre con riferimento al valore salvifico della croce di Cristo, Ferretti dialoga con il teologo fiorentino Severino Dianich che, ripensando al senso salvifico della croce di Cristo nel suo libro Il Messia sconfitto,[6]  «non ha timore di sfatare stereotipi o criticare posizioni teologiche tradizionali che spesso si ripetono per inerzia intellettuale senza avvertirne tutti i limiti» (p. 145). Il senso della morte di Gesù va colto non nell’idea repellente che, per salvarci dai nostri mali, Dio avrebbe preteso la morte del suo Figlio, ma alla luce, oltre che della risurrezione, della sua vita intera che confliggeva profondamente con la mentalità e la prassi dell’aristocrazia politico-religiosa del tempo.

Un libro di grande utilità
per ripensare la fede nello spazio pubblico secolare

Un’opera, dunque, quella di Giovanni Ferretti, che, dal suo status di presbitero e di cultore della scienza filosofica e teologica, trae arricchimento e stimoli per offrire un risultato di straordinario interesse,  che parla al nostro cuore. Richiede una lettura attenta e intelligente. In essa sono percepibili concetti, sensibilità e attese che, come in un piacevole incontro, entrano in proficuo dialogo con chi avverte l’esigenza di ripensare la fede cristiana nello spazio pubblico secolare.

Nel suo argomentare, spesso Ferretti cita il magistero di papa Francesco. E ci promette che il suo prossimo libro avrà come tema la spiritualità che ci viene proposta da Francesco nell’Evangelii gaudium (p. 29, nota n. 19). Ne attendo con impazienza l’uscita, perché certamente mi sarà di grande aiuto per continuare a riflettere su un tema che avverto essere cruciale per la credibilità del messaggio cristiano nel mondo di oggi.


[1] Cittadella Editrice, Assisi settembre 2016
[2] Presbitero della chiesa di Torino, già docente di filosofia e teologia alla Facoltà teologica dell’Italia settentrionale (sezioni di Torino e Milano) e professore emerito di filosofia teoretica all’Università degli studi di Macerata, dove ha insegnato per 32 anni.
[3] Essere cristiani oggi. Il “nostro” cristianesimo nel moderno mondo secolare, Elledici, Leumann-Torino 2011 e Il grande compito. Tradurre la fede nello spazio pubblico secolare, Cittadella Editrice, Assisi 2013.
[4] Cf. il n. 4 del 2013 della rivista internazionale di teologia Concilium sul tema “L’ambivalenza del sacrificio”.
[5] Torino 2009, pubblicato in proprio (Savigliano: Tipografia saviglianese).
[6] Uscito in seconda edizione nel 2016 da Cittadella Editrice, dopo aver avuto negli anni scorsi  ben tre edizioni presso Piemme.

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