Don Emilio Majer, il «prete del cinema»

di: Roberto Busti

ACEC - Associazione cattolica esercenti cinem

Si è spento lo scorso 2 gennaio 2018 don Emilio Majer, presidente dell’ACEC dal 1981 al 1999 e direttore del SAS (Servizio Assistenza Sale) di Bergamo dal 1965 al 2008. Una vita dedicata alla pastorale e alla comunicazione. «Come prete – raccontava – sono partito da un cinema considerato ricreazione e divertimento per scoprirne poi la componente culturale e pastorale. A Gandino, dov’ero curato nel 1945, ho cominciato col cineforum che la sala era senza vetri per via di uno scontro tra partigiani e repubblichini e la gente veniva al cinema portandosi un mattone riscaldato per non gelare».

Il «prete del cinema», come era chiamato, aveva scoperto la propria vocazione già all’oratorio di Romano, all’età di sette anni, folgorato da Bergman. Da lì in poi la passione per la settima arte non l’aveva più abbandonato. «Concepisco la mia vita di prete come comunicatore del Vangelo. Ma non posso subito parlare di Cristo e pensare di essere capito. Prendo la vita umana, faccio pre-evangelizzazione. (…) Le parabole erano cinema, perché la gente le “vedeva”, sapeva cosa facevano pescatori, pastori e contadini».

Negli anni don Emilio Majer è stato promotore dei cineforum che si sono via via diffusi nelle sale della comunità lombarde: conduceva anche quattro incontri alla settimana, a discutere di cinema di qualità in parrocchie sperdute nella nebbia o in sale di città assediate dai cinepanettoni anche a ferragosto. Con la ostinata convinzione che il cinema possa intercettare tutti gli uomini, captare il segno dei tempi, aprire al dialogo Majer amava ripetere che «se in chiesa parla solo il sacerdote nelle sale dei nostri oratori parla anche la gente. C’è dialogo, e questa è un’occasione preziosa per preevangelizzare. Molto spesso ho visto partecipare ai cineforum, anche attivamente, persone che non avevano mai messo piede in chiesa».

Di seguito il ricordo firmato da mons. Roberto Busti, vescovo emerito di Mantova e presidente dell’ACEC dal 1999 al 2014. L’impegno culturale e pastorale di don Emilio non era all’inizio facilmente catalogabile all’interno della Chiesa, anche perché chi si interessava di cinema, non tanto da una prospettiva accademica, ma in chiave squisitamente pastorale, veniva un tantino snobbato, perché si  considerava la sua attività un “pallino” personale, sottovalutandone il reale valore educativo e pastorale. Don Emilio, assieme a mons. Bonetti di Bologna, a mons. Pignatiello di Napoli e a tanti altri sacerdoti e laici impegnati nell’ACEC sono stati preti del Concilio, innamorati dell’uomo, di Gesù e della sua Chiesa. È stato un uomo del suo tempo, di cui non solo l’ACEC ma anche le associazioni di cultura cinematografica devono tantissimo.

Desidero esprimere la mia testimonianza di ex Presidente ACEC succeduto a don Emilio Majer, le cui capacità e il cui amore verso il cinema non erano frutto di una passione personale un po’ originale per quei tempi ancora sospettosi di un settore pastorale poco consueto.

L’ACEC deve molto a quest’uomo, apparentemente burbero e talvolta sbrigativo, perché ha condotto l’Associazione, che suscitava qualche perplessità di collocazione nel panorama pastorale allora diffuso, a rendersi conto delle immense possibilità di dialogo umanamente e religiosamente molto profondo e costruttivo con ciò che esprime la cultura cinematografica nei suoi aspetti più veri.

Don Emilio non si è mai lasciato scoraggiare dalle notevoli difficoltà in questo cammino, ma si è preoccupato di formare persone che hanno permesso all’ACEC di radicarsi e rimanere radicati nel cammino concreto delle comunità cristiane capaci di aprirsi ai linguaggi artistici  e insieme popolari  che fanno emergere ricchezze e miserie del nostro tempo alle quali offrire accoglienza, rispetto e dialogo per migliorare insieme questo nostro mondo.

Don Majer, con mons. Luigi Pigniatiello e altri, è parte insostituibile di quel gruppetto di sacerdoti e laici che hanno creduto in questa strada oggi ancor più concreta e aperta. A lui va la riconoscenza che si deve ha chi ha lavorato giorno per giorno senza chiedere o rincorrere riconoscimenti, lasciando però un’eredità molto ricca e ancora promettente.

+ Roberto Busti,
vescovo emerito di Mantova

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