Eresie del cattolicesimo odierno

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eresie cattolicesimo

Il titolo, decisamente provocatorio, aveva attirato, al momento dell’uscita, la mia attenzione in libreria. Dopo aver letto a pagina 5 che il saggio era dedicato dall’autore ad amici credenti e non credenti che lo hanno aiutato ad interrogarsi senza paura per ripensare e purificare la sua fede, sempre distorta quando si cerca di «tradurla nelle nostre povere parole umane», non ho avuto dubbi nell’acquistarlo, con l’intenzione di leggerlo quanto prima. Rimasto per parecchi mesi dietro la fila di altri volumi del mio (disordinato) studio, solo in questi giorni di forzato isolamento domiciliare da pandemia mi è stato possibile portarlo alla luce e leggerlo con grande interesse.

Sto parlando del libro Eresie attuali del cattolicesimo, edito in Spagna nel 2013 e pubblicato lo scorso anno in italiano dalle Edizioni Dehoniane di Bologna, di Josè Ignatio Gonzàlez Faus, gesuita e docente emerito di teologia sistematica alla Facoltà di Teologia della Catalogna (Barcellona) e all’Università Centroamericana di El Salvador, autore, sempre presso EDB (prima edizione 1995, edizione economica 2012), di I poveri, vicari di Cristo, una ricca e illuminante antologia di testi della tradizione cristiana sulla dignità dei poveri nella Chiesa.

Le “eresie” prese in considerazione sono quelle che la tradizione teologica considera “materiali” o “inconsce”, distinguendole da quelle formali che si traducono in negazioni consapevoli e deliberate di aspetti fondamentali del messaggio cristiano.

Il libro – scrive l’autore nell’Introduzione – «non intende accusare direttamente nessuno di eresia» (p. 13). Esso vuol essere piuttosto una “confessione” e le eresie da smontare sono quelle che lui, teologo, ha scoperto in se stesso, avendo avuto «l’immensa fortuna di stare molto in contatto con le fonti cristiane» e di dialogare con i suoi fratelli nella fede. «Penso che questa immensa fortuna mi obblighi a cercare di fare un servizio ai miei fratelli di oggi che non sono stati così fortunati, e che così tanto e spesso discutono intorno alla propria fede» (p. 15).

Dieci sono le eresie inconsce e inconsapevoli che il teologo spagnolo scorge nel cattolicesimo contemporaneo e che «possono distruggere l’identità cristiana» (p. 16): tutte – a me pare – piuttosto diffuse, con modalità forse neppure tanto inconsce e inconsapevoli, nelle nostre comunità e nella mentalità dei credenti.

Il monofisismo e l’apollinarismo latenti

La fede cristiana è fondata su un’affermazione paradossale: Dio, che nessuno ha mai visto (Gv 1,18), si è umanizzato nella storia, nella vita e nelle azioni di quell’ebreo che è stato Gesù di Nazaret, vero Dio e vero Uomo, la cui esistenza nella Palestina del primo secolo può essere affermata con certezza grazie ai dati abbondanti e sicuri che possediamo e che si riferiscono a quello che ha fatto e insegnato.

È piuttosto diffusa tuttavia la visione che concepisce solo la divinità di Gesù a scapito della sua umanità, che porta i segni della sofferenza, dei limiti e della morte, con la conseguente spogliazione – come attesta la lettera ai Filippesi 2,7 – della sua condizione divina (p. 26)

È una concezione che può assumere la forma di un monofisismo latente (p. 18): in Gesù la natura umana viene assorbita nella natura divina fino a scomparire in essa, come una goccia di vino che cade nell’immensità dell’oceano (p. 18, nota 3). Ma questa visione potrebbe anche assumere la forma di un apollinarismo latente: Gesù è stato, sì, una persona in carne ed ossa, come qualsiasi altro essere umano, ma non aveva una struttura psicologica umana come la nostra, soggetta, quindi, alla fragilità, all’angoscia, alla paura o al senso di fallimento (p. 19).

Ignorare i poveri

Come ricordava nel secondo secolo Ignazio di Antiochia ai cristiani della Chiesa di Smirne, chi non crede che Gesù sia venuto nella carne e sia stato condannato a morte «non si cura della carità, né della vedova, né dell’orfano, né dell’oppresso, né di chi è prigioniero o libero, né di chi ha fame o sete».

Eresie attuali del cattolicesimo«L’eresia precedente – scrive Josè Ignatio Gonzàlez Faus – ci porta, quindi, in maniera quasi automatica a quest’altra»: negare l’eminente dignità dei poveri nella Chiesa (pp. 33-34).

La Chiesa è fedele a Cristo nella misura in cui è fedele ai poveri (p. 34). I poveri, infatti, come disse il 23 agosto 1968 Paolo VI ai campesinos colombiani (p. 41), sono un segno, un’immagine, un mistero della presenza di Cristo. In essi la tradizione della Chiesa – sono ancora parole di Paolo VI – riconosce il sacramento di Cristo in perfetta corrispondenza analogica e mistica con il sacramento dell’eucaristia.

Ma vi è di più. Il titolo classico di “vicario di Cristo”, che Innocenzo III nel XII secolo riservò al papa, veniva in precedenza attribuito ai poveri. Ce lo testimonia una lettera indirizzata a Ralph de Warneville, vescovo di Liseux, da Pierre de Blois, uomo di stato e teologo, che fu cancelliere del vescovo di Canterbury e visse nel XII secolo tra la Francia e l’Inghilterra: «Il povero è il vicario di Cristo. E così come il Signore si duole di vedersi rifiutato e disprezzato nel povero, allo stesso modo lo rallegra il fatto di essere accolto nel povero» (p. 41, nota 7).

È un messaggio così chiaro, eloquente ed esigente, che nessuna ermeneutica ecclesiale ne può ridimensionare la portata.

La falsificazione della croce di Cristo

Pensare che sia Dio a mandare la sofferenza e la morte perché ci vuol bene è una bestemmia. L’idea che la croce di Cristo sia la soddisfazione infinita offerta a Dio per placare la sua collera causata dal peccato degli umani è qualcosa di mostruoso (p. 53). Dobbiamo essere grati all’indagine critica neotestamentaria per aver chiarito che la morte di Gesù non è una necessità metafisica della giustizia di Dio, ma la conseguenza delle sue scelte di vita (p. 69).

Gesù ha eliminato la faccia numinosa tremenda e violenta di Dio e ne ha messo in piena luce l’esclusiva faccia di amore, di benevolenza e di misericordia (p. 53). La giustizia del Dio rivelato da Gesù di Nazaret è la giustizia dell’amore, non la giustizia del dio spietato. Dio non vuole la morte del malvagio; vuole che egli viva in pienezza e si converta (p. 57). «Il dolore che vale è quello che è frutto di un amore così grande da non lasciarsi intimorire, né si tira indietro di fronte alle conseguenze della sua scelta di amare in maniera radicale», come ha fatto Gesù (p. 66).

La “cena del Signore” senza comunione e senza gioia

Una delle distorsioni più frequenti dell’eucaristia consiste nel separare completamente la materia (pane e vino) dal gesto (condivisione). Spezzare e distribuire il pane significa condividere i bisogni degli uomini e delle donne (di cui il pane è un simbolo primario). Passarsi la coppa tra fratelli e sorelle nella stessa fede è comunicarsi vicendevolmente la gioia (di cui il vino e un altro simbolo umano ancestrale) dell’essere figli e figlie del Padre celeste.

Uniti insieme, condivisione dei bisogni e comunicazione della gioia sono i gesti della solidarietà suprema. «E nel compimento di questi gesti ci viene data la garanzia di una presenza reale del Risorto nella nostra storia oscura» (p. 78).

«La funzione dell’eucaristia è eucaristizzare la Chiesa perché questa, a sua volta, sia capace di eucaristizzare il mondo» (p. 82), spingendo ogni credente a farsi pane spezzato e condiviso per gli altri e dunque anche ad impegnarsi per un mondo più giusto e fraterno (p. 79).

La separazione tra fede e vita

«La fede cristiana viene deturpata quando la si trasforma in una dottrina teorica o in una religione rituale» (p. 93) e degenera in una gnosi (p. 95). Il suo più sicuro alimento sta nel come viviamo la nostra vita per contribuire a trasformare il mondo secondo le coordinate del Regno di Dio (p. 99 e 101). La dissociazione, che si constata in molti cristiani, tra la fede che professano e la loro vita quotidiana, va annoverata tra i più gravi errori del nostro tempo (p. 94). La fede non può mai essere una questione solo mentale: essa richiede di essere trasformata in testimonianza di vita.

«Non chiunque mi dice: “Signore, Signore”, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli» (Mt 7,21). Come ci ricorda il n. 19 della Gaudium et spes, anche nella genesi dell’ateismo non poco possono contribuire i credenti nella misura in cui presentano false immagini di Dio a causa dei difetti e delle incoerenze della loro vita religiosa, morale e sociale (pp. 94-95).

Si può servire Dio e il denaro?

È impossibile servire Dio e il denaro: occorre scegliere tra l’uno e l’altro (Lc 16,13). L’avidità del denaro è idolatria (Col 3,5) e radice di tutti i mali (1Tim 6,10). Ne consegue che il denaro, avversario di Dio, è un idolo al quale viene reso troppo spesso un culto sacrilego (p. 122).

La distanza tra il Vangelo e il cattolicesimo odierno in tutto ciò che riguarda il tema dei ricchi e dei poveri non evidenzia solo uno scandalo (come può essere quello mostruoso della pedofilia), bensì denota «una visione teologica che può deturpare nientemeno che l’identità del Dio biblico».

Dio è il Dio dei poveri, lo si conosce non a livello speculativo, ma praticando la giustizia e la solidarietà. Come si legge nel libro di Giuditta 9,11, egli è il Dio degli umili, il soccorritore dei piccoli, il rifugio dei deboli, il protettore degli sfiduciati, il salvatore dei disperati (p. 119).

Credere nella Chiesa dimenticando che solo in Dio si può credere

La Chiesa non è una realtà nella quale il cristiano crede, così come crede “in” Dio, “in” Gesù Cristo e “nello” Spirito Santo. La Chiesa non è Dio, né Gesù Cristo, né lo Spirito Santo: essa è una realtà che il cristiano crede, cioè una realtà di cui accetta l’esistenza (p. 141).

Nella Chiesa, infatti, come avviene in una grande famiglia, si viene accolti e si impara a vivere da credenti e da discepoli del Signore Gesù che, grazie allo Spirito, ci ha rivelato il volto di Dio. La Chiesa non è un idolo da adorare, ma una realtà per la quale il cristiano prega perché sia sempre testimonianza viva di verità e di libertà (p. 144).

Nessuna divinizzazione o idolatria (p. 150) della Chiesa. Nessun tentativo di collocarla al di sopra della Parola di Dio (p. 151), al cui solo servizio essa deve porsi con umiltà e coraggio.

Monofisismo ecclesiologico e divinizzazione del papa

Nel Vangelo di Matteo leggiamo: «Ma voi non fatevi chiamare rabbì, perché uno solo è il vostro Maestro e voi siete tutti fratelli. E non chiamate padre nessuno di voi sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello celeste. E non fatevi chiamare maestri, perché uno solo è il vostro Maestro, il Cristo. Il più grande tra voi sia vostro servo» (Mt 23,9-12).

Nonostante la chiarezza di questa pagina evangelica siamo tranquillamente abituati a chiamare il papa “santo padre” o “santità”. E l’unico titolo, degno del successore di Pietro, che è quello di “servo dei servi di Dio”, pur riportato nell’annuario pontificio, non viene mai usato (p. 165).

È possibile che domini in molte mentalità una sorta di «monofisismo ecclesiologico» (p. 170) che vorrebbe attribuire alla figura del papa una sacralità che lo renda estraneo alla dimensione umana (p. 173).

Clericalismo

Il Nuovo Testamento e la tradizione ecclesiale primitiva non erano affatto clericali. Perché dovremmo esserlo noi? (p. 191).

Per contribuire a non esserlo l’autore cita alcuni paragrafi del decreto Presbyterorum ordinis sul ministero e la vita dei presbiteri. Ed evidenza alcuni dei compiti estremamente importanti loro affidati, i quali, se tradotti in stili di vita e scelte pastorali, potrebbero costituire un vero antidoto al clericalismo.

Eccoli elencati: riunire la famiglia di Dio come famiglia viva e unita e condurla al Padre per mezzo di Cristo nello Spirito Santo; avere con tutti rapporti improntati alla più delicata bontà; mettersi a servizio di tutti, ma in modo speciale dei poveri e dei più deboli; curare la formazione della comunità cristiana; essere consapevoli della poca utilità anche delle cerimonie più belle se non sono volte ad educare uomini e donne alla maturità cristiana; ascoltare il parere dei laici, giovandosi della loro esperienza e competenza nei vari campi dell’attività umana; curare la propria preparazione teologica e la propria cultura, in modo da essere in condizione di sostenere con buoni risultati il dialogo con gli uomini e le donne del loro tempo (pp. 205-206).

Oblio dello Spirito Santo

L’ultima “eresia” che, in qualche modo, riassume tutte le altre, è costituita dall’oblio dello Spirito Santo, che ha caratterizzato la tradizione teologica occidentale (p. 30), ma che interessa – annota il teologo spagnolo – «tantissimi cristiani per i quali sarebbe molto valida la frase degli Atti degli apostoli (19,2): Non abbiamo nemmeno sentito dire che ci sia uno Spirito Santo» (p. 207).

Lo Spirito è lo stile di Dio: unità nella pluralità, libertà nell’obbedienza, leggerezza nella gravità, presenza nell’assenza, profondità nell’interiorità (pp. 209-210).

Esso soffia non solo dove vuole, ma anche come vuole. «Forse è per questo che una gran parte del cattolicesimo odierno preferisce la bonaccia con la quale non si va avanti, o le porte chiuse per la paura, come fecero gli apostoli» (p. 208).

«Lo Spirito insegna a vivere teologicamente nella sequela creativa di Gesù» per rendere presente e far crescere nel mondo il Regno di Dio (p. 214).

José Ignacio González Faus, Eresie attuali del cattolicesimo, coll. Lapislazzuli, EDB, Bologna 2019, pag. 244, ISBN 9788810559406.

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