«Kong: Skull Island». Ritorna la grande scimmia

di: Andrea Franzoni

Kong: Skull Island (scena)

«Oggi sull’orlo dell’abisso, allo scadere del tempo abbiamo scelto di credere l’uno nell’altro, oggi affrontiamo i mostri alle nostre porte, oggi noi scongiuriamo l’apocalisse!». Sono parole pronunciate da uno dei protagonisti di Pacific Rim (2013), disaster-movie del regista messicano Guillermo del Toro. Nel film l’umanità deve affrontare la battaglia contro i Kaiju (mostri giganteschi provenienti da un’altra dimensione tramite un varco apertosi nel mezzo del Pacifico) a bordo degli Jaeger, imponenti robot da combattimento.

Con il suo film, Del Toro rileggeva il tema del mostro apocalittico della tradizione biblica, la bestia venuta dal mare nel giorno del giudizio: il Leviatano. Ma Pacific Rim è solo uno dei i tanti film che, tra il XX e il XXI secolo, hanno giocato con la figura del mostro biblico, simbolo del male che minaccia l’umanità nonostante le sue conquiste tecnologiche. Al centro di questo genere di produzioni si trova la relazione tra il mostro, solitamente gigantesco (e magari venuto da un modo perduto e antichissimo, come King Kong), e la metropoli, simbolo archetipo dell’ordine, del bisogno umano di fissare quei limiti che invece il mostro, con la sua deformità e il suo eccesso, mette in discussione.[1]

Il Leviatano nella tradizione biblica è un simbolo del caos primordiale, un’icona dell’Abisso – Tehom – il vasto vuoto che precede la creazione. Rappresenta le forze che Dio ha domato quando ha plasmato il mondo, ma che sono ancora latenti e minacciano di inghiottire l’intera creazione alla fine dei tempi. Più che il male morale, il mostro incarna l’obiezione circa la nostra capacità di mantenere il mondo abitabile. Sconfiggere il mostro significa ristabilire l’ordine, dare un senso alla realtà; perdere significa invece sprofondare nel nulla.

Da New York (1933) a Skull Island (2017)

Tra i grandi mostri del cinema, un posto di prim’ordine è occupato certamente da King Kong, “la grande scimmia” che inaugurò il genere dei moster-movie agli inizi del Novecento. Figura grandiosa e tragica in cui Alberto Abruzzese vedeva già profeticamente abbozzata la catastrofe che colpirà il cuore di Manhattan nel 2001. «Kong precipita dall’Empire State Building, il grattacielo più alto del mondo, e celebra il suo lutto nella metropoli più potente della terra».[2] La pellicola, ispirata al libro di Edgar Wallace, nella versione originale del 1933 rifletteva sulla possibilità di una nuova era barbarica dopo il crollo della borsa del 1929. Allo stesso modo, nel 2005, l’ambizioso remake della pellicola ad opera di Peter Jackson si collocava profeticamente alle soglie della crisi economica avviatasi in America nel 2007.

Dall’inizio di marzo 2017 è nelle sale Kong. Skull Island, di Jordan Vogt-Roberts.[3] Pellicola che è tanto un grande giocattolo video-ludico quanto una riflessione colta sulla modernità e, al contempo, rilettura del mito stesso di Kong. Dal punto di vista cronologico non siamo più nel 1933 ma nel 1973 e l’America ha dato il via al ritiro delle sue truppe dal Vietnam. Un’agenzia governativa segreta riunisce un team di scienziati, affiancati da uno squadrone di elicotteristi di rientro dal Vietnam, per esplorare un’isola fino ad allora ignota, chiamata Isola del Teschio, una «terra dove Dio non ha finito la sua creazione». Rivisto è anche lo svolgimento della vicenda, che si concentra unicamente sull’isola e non più a New York come nell’ultima parte del film originale. Ed è ridimensionato il ruolo della donna – qui la fotoreporter pacifista Mason Weaver – e del suo rapporto con il mostro, non più centrale nell’economia del film. Lo stesso Kong poi, nella pellicola di Roberts, non è più un sovrano vecchio e stanco ma è «ancora giovane e deve crescere». È il guardiano dell’isola, adorato come un dio dagli indigeni poiché li protegge da mostri primordiali che vivono sottoterra e che hanno sterminato la sua famiglia.

Kong: Skull Island (scena)

Tom Hiddleston e Brie Larson in una scena del film

La modernità di un mito

King Kong ha inaugurato la tradizione dei mostri giganti al cinema, ma è anche la più anomala tra queste creazioni dell’immaginario. A differenza del Leviatano e delle sue innumerevoli incarnazioni cinematografiche, Kong è un primate e dunque il mostro che più di ogni altro si avvicina all’uomo, esteticamente e geneticamente. La fortuna di questo mito dell’immaginario contemporaneo è da attribuire, infatti, ai suoi tratti moderni: “conflitto natura-progresso, uomo civilizzato-uomo primitivo, […] ordine e disordine, desiderio e tecnologia, estetica e guerra. Una figura di lunga durata proprio per la quantità e qualità degli ingredienti che vestono la pelle contemporanea del suo segreto originario, della sua misteriosa sacralità: sovranità della bestia e bestialità della volontà di potenza”.[4]

Questo nuovo film su Kong non è una semplice narrazione d’intrattenimento ma una vera e propria epica. Un viaggio verso la dimensione più intima e forse terrificante della modernità. Se il film del ‘33 conteneva alcuni elementi di distacco da quella ripresa del mostro apocalittico che sarà invece tipica del Novecento e poi del nostro secolo, ancora di più il reboot di Roberts prende le distanze dal mostro apocalittico che viene dal mare, alieno e fuori di noi, a tratti sovrannaturale e trascendente. Kong è dentro di noi, ci ha preceduto sulla via dell’evoluzione e qualcosa di lui è rimasto nell’uomo.

Nel film c’è una sequenza altamente simbolica. Elicotteri da combattimento volano verso il tramonto sull’Isola del Teschio, mentre nel cerchio rosso del sole si staglia la colossale figura nera di Kong. Chi è la grande scimmia alla quale va incontro l’uomo: difensore, re, distruttore? Un mito che allude a norme represse e dimenticate ma che si candida, allo stesso tempo, al nostro più vicino e inquietante futuro.


[1] Ho sviluppato questo tema in A. Franzoni, I mostri alle porte. Industria culturale e creazione del nemico, https://www.rivistailmulino.it/item/3033

[2] A. Abruzzese, La grande scimmia. Mostri vampiri automi mutanti. L’immaginario collettivo dalla letteratura al cinema e all’informazione, Luca Sossella Editore, Padova-Roma 2007, 9.

[3] È il reboot del franchise di King Kong e secondo capitolo della serie iniziata con Godzilla (2014) e che proseguirà con Godzilla: King of Monsters (2019) e Godzilla vs. Kong (2020).

[4] Dalla Prefazione di A. Abruzzese in G. Russo, King Kong. La “Grande Scimmia” dal cinema al mito e ritorno, Tunué, Latina 2005, 8-9.

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