La “Bibbia della Riforma”: il NT

di: Roberto Mela

Bibbia della Riforma

Nell’ambito delle celebrazioni dei 500 anni della Riforma, è stata presentata a Roma la nuova traduzione dal greco del Nuovo Testamento a cura della Società Biblica Britannica & Forestiera (dr. Valdo Bertalot) e della Società Biblica in Italia (past. Eric Noffke). Essi ricordano come le Bibbie evangeliche in italiano siano tutte revisioni della traduzione magistrale di Giovanni Diodati del 1607.

Il protestantesimo italiano si è sentito pronto, e in dovere, di riunire tutte le proprie forze migliori per approntare una nuova traduzione di tutta la Bibbia. Il progetto della Bibbia della Riforma, lanciato nel 2013, si concluderà nel 2023. La traduzione del NT ha richiesto quattro anni di lavoro e rappresenta in ogni caso una ricchezza inestimabile sia per chi la userà abitualmente, sia per coloro che la vorranno consultare per avere una possibile traduzione alternativa del testo greco, sempre inesauribile nel suo spettro semantico e quindi suscettibile di varie sfumature nella resa in lingua italiana.

Proponiamo alcuni saggi di lettura della “Nuova traduzione”.

Gv 1,1: «In principio era la Parola e la Parola era con Dio». Avrei preferito «era rivolta verso/pros Dio». Non so da dove venga in Gv 1,14 «per un tempo». Rimane al v. 16 «grazia su grazia», mentre io preferirei «grazia al posto di grazia». La preposizione anti ha un senso sostitutivo, e in ogni caso non significa mai «su». La grazia data in Gesù è al posto di quella donata in Mosè con la Legge, nel senso che Gesù la ingloba come grazia definitiva, più grande. Il Figlio di Dio al posto di una/la Legge. Al v. 18 l’Unigenito non è solo «nel seno» del Padre (così anche la CEI), ma «rivolto verso/pros il seno del Padre, dinamicamente. Ricordiamo che, alla fine del v. 18, non c’è in greco alcun complemento oggetto (l’ha rivelato), ma che l’Unigenito fu rivelazione (bella proposta di De la Potterie).

Giustamente in Gv 9,18 i giudei chiamano i genitori di colui che «aveva ricevuto la vista», e non «colui che aveva ricuperato la vista» (CEI). Neanche la “Nuova traduzione” ha il coraggio di tradurre Gv 10,11 «Il buon pastore depone la propria vita». La “Nuova traduzione” ha «dona», la CEI ha «dà». Si perde in tal modo il collegamento intertestuale con Gv 13,4, dove Gesù nella Cena solenne di addio «depone» le vesti per lavare i piedi ai suoi discepoli.

Resta difficoltoso (come in CEI) capire Gv 12,7, in cui Gesù dice a Giuda Iscariota, a riguardo del nardo cosparso da Maria, di lasciarla stare «perché lo conservi» (?). Che sia forse un’esortazione a lasciare che Maria osservi esso (= il comandamento)?

Anche la “Nuova traduzione”, come la CEI, mantiene la virgola in Gv 19,28, facendo capire che Gesù compia la Scrittura con il grido sulla sete. Ancora con De le Potterie, siamo dell’avviso di toglierla e, seguendo il corso del greco, vedere Gesù che, «sapendo che ormai ogni cosa era compiuta, perché si adempisse la Scrittura, disse: “Ho sete”» (così seguendo la “Nuova traduzione” della Bibbia della Riforma).

Giustamente, a diversità della CEI, si traduce At 5,20 «… riferite al popolo tutte le parole di questa vita». Correttamente si traduce all’aoristo passivo At 5,37: Giuda il Galileo e i suoi «vennero sparpagliati». A diversità di CEI e della “Nuova traduzione”, io preferisco tradurre At 8,1 con «tutti… furono disseminati» (diesparēsan, aoristo passivo, e credo molto «divino»), così come 8,4. I discepoli non «si dispersero» come Giuda il Galileo, che finì nel nulla, ma furono (provvidenzialmente!?) disseminati (da Dio) per riprodurre molto frutto di evangelizzazione fra le genti.

La “Nuova traduzione” preferisce tradurre la citazione di Ab 2,4 riportata in Rm 1,7 «Il giusto vivrà per fede», facendo una scelta che scioglie una possibile posizione centralmente «ambigua» dell’ek pisteōs, riferibile sia al giusto che precede sia al verbo «vivrà» che segue. Parlando di Cristo Gesù (Rm 3,24), la “Nuova traduzione” opta in Rm 3,25 per intendere temporalmente l’«esposizione»: «che Dio ha prestabilito come sacrificio espiatorio per mezzo della fede, nel suo sangue». CEI intende invece il pro-etheto in senso spaziale: «È lui che Dio ha stabilito apertamente come strumento di espiazione, per mezzo della fede, nel suo sangue». Il greco ammette le due interpretazioni. In Rm 10,4, per la CEI Cristo è «il termine della Legge», mentre la “Nuova traduzione” intende il telos greco come il fine: «…  il fine della legge è Cristo». L’esegeta Aletti è solito affermare che in esegesi non sempre si deve scegliere… Le due traduzione hanno fatto scelte diverse (ma non necessariamente alternative!), che vanno spiegate nell’esegesi e nella predicazione. In Rm 11,12 entrambe le traduzioni parlano di «fallimento» della gran parte di Israele. Con Aletti preferisco intendere hēttēma come «assottigliamento», che sfocerà nella «loro totalità/pienezza/to plērōma autōn». Mi pare che l’immagine risulti in tal modo espressa in modo più coerente. Non mi convince la tesa temporale di Rm 11,26 attuata da entrambe le traduzioni riguardanti il futuro di Israele. Mi pare più corretto intendere modalmente il kai houtōs e vedere nei versetti successivi la descrizione delle modalità in cui si svolgerà la salvezza di Israele.

Nella “Nuova traduzione” di Ef 1,6 viene detto di Dio: «a lode della sua grazia gloriosa, di cui ci ha fatto dono in colui che è amato». CEI specifica: «… grazia, di cui ci ha gratificati nel Figlio amato». «Figlio» è assente nel greco, per cui si può anche tradurre: «nell’Amato». In Ef 2,14 nella CEI si dice: «colui che [= Gesù Cristo, v. 13] di due ha fatto una cosa sola». La “Nuova traduzione” traduce invece: «… lui che ha fatto di due uno solo». Modalità diverse di tradurre il neutro hen.

Fil 2,6 è tradotto dalla CEI: «… [Cristo Gesù] non ritenne un privilegio l’essere come Dio». La “Nuova traduzione” lo comprende come: «… non considerò un tesoro irrinunciabile l’essere uguale a Dio. Mi sembra che il termine greco harpagmon rimandi a «qualcosa che si trattiene come si fa con qualcosa che si è rapito/preso come preda». Penna lo interpreta come res rapta, quindi «rapina già compiuta» e, per estensione, «bottino, tesoro, bene proprio, privilegio da conservare gelosamente, condizione da cui trarre vantaggio». Lo schema comunque non è adamologico, ascendente, di rapina, ma cristologicamente discendente, con andamento kenotico di svuotamento. Fil 2,7 è tradotto dalla CEI con «svuotò se stesso»; dalla “Nuova traduzione”, in modo più forte, con «annichilì se stesso».

La traduzione CEI di Col 1,24: «… do compimento a ciò che, dei patimenti di Cristo, manca nella mia carne», sembra invece più corretta di quella della “Nuova traduzione”: «… completo nella mia carne ciò che manca alle tribolazioni di Cristo», che non elimina la supposizione che ai patimenti di Cristo manchi ancora qualcosa.

Anche in Eb 2,17 la “Nuova traduzione” «… per essere un sommo sacerdote misericordioso e fedele» appare meno corretta rispetto a quella della CEI: «… per diventare un sommo sacerdote misericordioso e degno di fede». L’aggettivo pistos, ricorda Vanhoye, significa innanzitutto «degno di fede». Così va tradotto anche in Eb 3,1-5, dove si fa il confronto tra Mosè «degno di fede» nella casa di Dio come servitore e Gesù, degno di fede come figlio, posto da Dio sopra la sua casa. Che Gesù sia sommo sacerdote misericordioso e degno di fede è una tesi che regge tutta la prima parte dell’argomentazione della Lettera agli Ebrei. Gesù è misericordioso verso i fratelli e «degno di fede/affidabile» in quanto Figlio di Dio. Solo così può redimere e non essere solo un ottimo compagno di viaggio, un «compagnone». In Eb 5,7 la traduzione CEI afferma che Cristo pregò con forti grida e lacrime, «per il suo pieno abbandono a lui [= Dio Padre], venne esaudito». La “Nuova traduzione” traduce apo tēs eulabeias con «a causa della sua sottomissione». Mi sembra che il termine vada inteso come espressivo della religiosità dell’uomo che si lega (re-ligo) al suo Dio con legami di ossequio. È «la pietà» religiosa, che però in italiano ormai ha preso al giorno d’oggi un significato molto differente. In Eb 11,1 la fede «è fondamento di ciò che si spera» secondo la CEI; secondo la “Nuova traduzione” hypostasis è intesa invece come «concretezza». Sembra migliore la resa della CEI.

Nella “Nuova traduzione”, 1Pt 3,19 si intende il battesimo come «richiesta di una buona coscienza verso Dio». La buona coscienza è soggetto o complemento oggetto? Ambiguità voluta? CEI è più decisa: «invocazione di salvezza rivolta a Dio da una buona coscienza». Occorre ricordare che nel greco manca «di salvezza», e che l’espressione dovrebbe essere intesa in senso oggettivo. Si chiede a Dio una buona coscienza. Cosa dovrebbe chiedere a Dio nel battesimo una coscienza che è già buona? (cf.  Bosetti).

La “Nuova traduzione” traduce ottimamente Ap 11,8: i cadaveri dei due testimoni resteranno sulla piazza della grande città, «che spiritualmente si chiama Sodoma ed Egitto». La CEI traduce in modo non corretto il pneumatikōs con un debole e fuorviante «simbolicamente». Così pure la “Nuova traduzione” traduce più correttamente Ap 21,2, facendo vedere meglio il dinamismo della discesa della Gerusalemme nuova dal cielo e traducendo meglio il participio presente e i due participi perfetti passivi (divini!?) che la caratterizzano: «E vidi la città santa, la nuova Gerusalemme, che scendeva dal cielo, da Dio, preparata come una sposa e abbellita per il suo sposo». Per la CEI la sposa è già «pronta» e «adorna», quasi fossero qualità proprie, frutto del proprio impegno. Fuorviante, scorretta grammaticalmente e, quindi, debole teologicamente,

I saggi di lettura riportati fanno vedere la ricchezza apportata da una nuova traduzione del Nuovo Testamento, con le sue ombre – a mio parere –, ma anche con le sue traduzioni felici e appropriate.

Bibbia della Riforma – Il Nuovo Testamento. Nuova traduzione dal testo greco, Società Biblica Britannica & Forestiera – Società Biblica in Italia, Roma 2017, pp. 600,  € 8,00.

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