La Madonna del topo

di: Grazia Deledda

Il racconto è tratto dal volume di Grazia Deledda, La Madonna del topo e altri racconti. Nota di lettura di Ignazio Sanna, Collana «Lampi», EDB, Bologna 2017, pp. 88,  € 8,00. 9788810567562

Non che fosse strampalato il pitto­re che dipinse questa Madonnina, ma, forse, lo ispirò un bizzarro grottesco spirito francescano, che lo spingeva ad amare tutte le bestie create.

Il modello della Vergine era una sua bionda servetta, procuratagli da pochi giorni dal padrone di casa: una bimba quasi, con le lunghe trecce attorcigliate intorno alla testa, con la fronte d’avo­rio, grande, prominente, e i nerissimi occhi lunghi, pieni di languore e di sof­ferenza. Il resto del visetto scivolava giù con la bocca quasi invisibile e il mento giallino, non più grosso di una ciliegia acerba. Era triste, silenziosa, timida; e forse la sua morbosa paura dei topi ave­va dato al pittore la prima idea del qua­dretto.

Anche il bambino non sembrava dei soliti: grasso, bianco, traboccante dalle braccia della servetta, si piegava però con naturalezza, tentando di scendere sul pavimento polveroso: e pareva guar­dasse davvero, coi tondi occhi azzurro­gnoli, tendendogli le manine pienotte, il topolino grigio. Questo era di maniera: poiché il pittore non poteva, per molte plausibili ragioni, pigliarne uno vivo a modello; ma era ben fatto, magrolino, con la coda molto lunga, i baffi, il muso di lupo in miniatura; e stava ai piedi del­la Madonnina, con le zampine anteriori supplici, gli occhi lucenti di adorazione o forse di voglia di rosicchiarle il lembo della veste stellata.

Eppure il quadretto trovò subito un compratore; il più imprevisto, se non il più competente e generoso: lo stesso padrone di casa del pittore.

Era un proprietario di case e di ter­re, delle quali egli stesso teneva l’amministrazione. Bell’uomo, alto, forte, aveva tuttavia, con quei suoi lunghi baf­fi biondi spioventi, un’aria quasi senti­mentale, o meglio preoccupata, come se gli andassero male gli affari. E infatti la spiegazione che diede al pittore, per l’acquisto del quadretto, si riferiva ad un flagello dei suoi campi.

«Ho, in un podere di mia moglie, se­minato molto frumento, per concorrere al premio: è già bello, alto, granito, ma quest’anno, come anche gli altri anni, meno però di questo, i topi campagnoli vi fanno strage. Si mangiano le spighe più mature, e rodono anche i gambi: un disastro. E non si trovano rimedi. E mia moglie piange sempre; già, ma lei piange anche quando l’annata è buona. Allora ho pensato che forse, mettendo questo quadretto nell’atrio della casa colonica, la Madonna potrà proteggere il campo, facendo morire i topi».

Il pittore si guardò bene dal ridere: solo osservò a sé stesso, che la sua intenzione nel dipingere il quadro non collimava precisamente con quella del padrone di casa: il quale, a sua volta, l’assicurò che, al riparo dell’atrio, mol­to in alto sul muro sopra la porta, con un bel vetro solido, l’opera d’arte non avrebbe mai sofferto danno.

«La prego di non dir niente a mia moglie, per adesso, tanto lei non viene mai al podere. Se sa che faccio questa spesa, sebbene ella sia molto religiosa, le scoppia l’itterizia».

«E allora si fa così», aggiunse, «si va oggi stesso al podere, col mio biroccino: là si appende il quadro e si fa uno spunti­no: alle sette siamo a casa».

«Va be’», disse l’artista, sedotto dall’i­dea della passeggiata e dello spuntino, ed anche dai modi mansueti e quasi in­genui del suo rustico mecenate. Decise­ro dunque di partire subito. La giornata di mezzo giugno sembrava fatta appo­sta per una gita di quel genere: spirava un vento fresco, di ponente, e i fiori dei quali i campi erano coperti gli si abban­donavano con gioia viva. Il podere, tutto circondato di un’alta siepe di prunalbi ancora fioriti, con una cavedagna centra­le che pareva un viale ornato per una pro­cessione, e lungo il quale le viti, glauche di solfato di rame, si slanciavano da un gelso all’altro in un inseguimento infan­tile, dava l’idea di un paradiso terrestre a coltivazione intensiva. Dalle arcate di quel portico fantastico s’intravedevano i prati rosei di trifoglio, e le distese del grano ondulanti e balenanti come le ac­que di un lago. E di uno sfondo equoreo si aveva l’impressione anche a guardare in alto la rustica terrazza della casa co­lonica, dove sull’azzurro denso del cielo bianchissime lenzuola tese ad asciugare si gonfiavano come vele.

Il viale non finiva mai: il pittore, ap­poggiato allo scudo del quadretto, si sentiva ubbriaco di tutta quella gene­rosità d’aria, di trasparenze, di colori teneri e decisi che si accordavano con un’armonia quasi musicale: e il pensie­ro dello spuntino che la massaia avreb­be preparato con impegno lo rendeva più felice. Ricordava con insolita tene­rezza la moglie e il grasso bambino, la­sciati a casa; ed anche la servetta che gli portava una certa fortuna. Dopo tutto era un buon uomo anche lui, grassone, pancione, che, se aveva dipinto l’arco­baleno fra le nubi, e il riflesso di una stella sul mare, non sdegnava le quaglie coi funghi.

Il padrone, invece, s’immalinconiva sempre più: con gli occhi, dove stagna­va un pensiero fisso, guardava solo la groppa del cavallo, aizzando di tanto in tanto la bestia con un grido gutturale, selvaggio, quale il pittore aveva sentito, durante un suo soggiorno in Africa, da­gli indigeni del luogo.

Ma il cavallo non meritava di esse­re aizzato neppure benignamente: vo­lava, e pareva avesse solo due zampe: si fermò di botto in mezzo all’aia, che ricordava anch’essa un tratto di spiag­gia marina, affollata di tutto un popolo sbarcato da qualche arca di Noè.

Con beatitudine del pittore, un por­cellino nero, con gli occhi e la codina lucidi come gioielli di smalto, corse incontro al cavallo, drizzandosi quasi volesse baciarlo: anche i cani facevano festa, le oche salutavano solenni come grandi dame, e gli anatroccoli in nume­rose squadre si misero al seguito del padrone che, a dire il vero, gettava loro certe molliche che aveva in tasca. Con questo corteo giunsero all’atrio, e il pit­tore vide subito che forse si doveva con­sumare un sacrilegio, togliendo la Ma­donnina azzurra e rossa che vi era già dipinta sul muro a destra della porta, e ai cui piedi ardeva, entro un bicchiere pieno a metà di olio, una fiammella gal­leggiante.

Il padrone lo rassicurò: come del resto aveva già avvertito, la nuova ospite sacra doveva trovar ricovero sopra la porta: andò quindi a cercare una scala e dare or­dini alla massaia, che già stava affaccen­data in cucina a manipolare la pasta.

Questa vecchia contadina doveva essere sorda e di vista corta, perché l’uomo le parlava ad alta voce, ed ella non rispondeva, abbassando la testa a guardar bene la sua sfoglia: ma era forte, robusta, coi piedi e le mani che sembravano badili. Non s’impicciò nel­la faccenda del quadro, che lo stesso padrone volle attaccare il più alto pos­sibile, quasi rasente alla volta, in modo che la Madonnina numero due pareva volesse nascondersi e sfuggire allo sde­gno della prima protettrice del luogo. Il bambino però si piegava prepotente e curioso; e non più verso il topolino che, adesso, in quella mezza luce, sembra­va vero, arrampicatosi di nascosto sul muro; ma a tentare di attaccar briga con lo scialbo bambino di sotto che tendeva anche lui gli stecchini delle sue braccia a scaldarsi alla fiammella del bicchiere.

Il pittore guardava e lasciava fare: del resto il quadretto non stava male, lassù; inoltre si sentiva venire dalla cucina un odore d’intingolo che profumava anche le considerazioni più melanconiche a proposito della dignitosa povertà degli artisti d’oggi, costretti, in certe città, come si legge sui giornali, a vendere i loro quadri in cambio di commestibili e combustibili.

Però, un certo senso di mistero si avvertiva intorno: e troppo intelligen­te era l’uomo per non accorgersi che il padrone aveva un fare strano. Infatti, quando l’operazione fu compiuta, egli riportò rapidamente la scala a posto, con un’aria ladresca; poi guardò di qua, di là, da ogni angolo dell’atrio, l’effetto del quadro; infine si scosse e parve non pensarci più. Allora condusse il pittore a vedere la vigna, il grano, il frutteto. Tutto era bello, ben tenuto; e gli uomini che vi lavoravano, illuminati dal sole al declino, avevano anch’essi luci e colori che entusiasmavano l’artista. Ma quel­lo che più lo colpì, nella stalla levigata come un salone da ballo, fu un ciclopico toro rosso, feroce e bramoso, che pare­va avesse il fuoco nelle viscere e, oltre le belle figure mitologiche, ricordava qualche bisonte antidiluviano. Le miti vacche mulatte pareva ascoltassero i suoi muggiti come note d’amore.

«Con tutto questo ben di Dio, sua moglie si lamenta?», disse il pittore: e il padrone rispose con un sospiro.

Quando rientrarono, lo spuntino era pronto, sulla grande tavola della cucina. Solo mancava il vino, e il padrone andò lui in persona a sceglierlo in cantina.

Allora il pittore, preso da un estro, si avvicinò alla massaia, le sorrise, parve volesse baciarla. Le domandava all’o­recchio:

«Avete veduto la nuova Madonnina?».

L’aveva ben veduta, la vecchia sorniona, con gli occhiali legati con lo spago: e tutto aveva veduto e sentito. E una subita complicità di malizia unì i due curiosi.

Disse la vecchia:

«L’è ben la figura della Giglina, l’amica del padrone, morta quest’inverno».

«Ma se è la mia servetta Maria!».

«È ben la figliuola della povera Giglina, la Maria, che è tutta la madre».

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