La Parola nelle piante bibliche

di: Maria Teresa Pontara Pederiva

Le piante nella Bibbia

Certo il tema non è proprio originale, ma poteva forse un teologo, che aveva titolato un suo libro Dio è anche giardiniere, ignorare quanto veniva coltivato nel giardino? Soprattutto in un contesto, come quello biblico, dove tutto acquista un preciso significato simbolico? Ma come parlarne senza cadere nel già detto?

L’impresa si può dire pienamente riuscita se la firma è quella di Christophe Boureu religioso domenicano francese (classe 1958) – docente di teologia fondamentale all’Institut Catholique di Lione, membro del Comitato di direzione della rivista Concilium – che alla competenza teologica aggiunge una marcia in più dal punto di vista botanico. L’autore infatti prima di entrare con vocazione adulta tra le fila dell’Ordine dei predicatori, aveva conseguito laurea e dottorato in agraria, e attualmente è responsabile dell’area sperimentale di 70 ettari di terreno che circondano il monastero di Sainte Marie de la Tourette a Éveux nei pressi di Lione (noto per la progettazione di Le Corbusier), coinvolta in un progetto di gestione paesaggistica e forestale. Come dire un teologo che può parlare di scienza, a pieno titolo, e senza il rischio di incorrere (come purtroppo accade talvolta ad altri) in errori grossolani e risibili.

«La Bibbia ci parla di piante e il giardiniere parla delle sue piante» è l’attacco di Boureux che confessa come a livello personale abbia «incrociato due parole e due passioni». Ma per tutti il lettore della Bibbia o il credente che coltiva il suo giardino dovrebbero tentare di non separare ancora una volta ciò che Dio ha unito in loro. Perché mai separare due parole e due passioni? Di qui l’invito ad accompagnare una lettura (che si rivelerà affascinante e decisamente coinvolgente): «Perché non rischiare di abbinare la ricerca ricominciata senza sosta di una parola che esprima questa amicizia, questo accordo profondo, questa fede reciproca fra l’uomo creato e Dio creatore, e lo sforzo incessante che consiste nello zappare, piantare, potare, innaffiare alcune piante la cui bellezza effimera, ma sicura, ci ricompenserà suscitando una gioia modesta e semplice?».

La ricetta sul come procedere è altrettanto semplice: le piante bibliche rappresentano esattamente le basi dell’arte di vivere la nostra relazione con Dio. Esse infatti riflettono i nostri successi e i nostri insuccessi, mettono alla prova la nostra pazienza, spesso disarmata di fronte ai cicli della natura, la nostra difficoltà a credere, e a crescere, ma anche la perennità dell’amore di Dio per noi e per tutte le sue creature. Le piante ci insegnano l’umiltà dell’inchinarci (bisogna abbassarsi continuamente quando si fa giardinaggio!), ci parlano della vita e della morte, della seduzione e del distacco, allenano l’arte del potare quanto non è indispensabile … Ci ricordano che l’abbondanza dell’estate ha senso se viene letta dopo la povertà dell’inverno, come la vitalità della primavera si gusta solo dopo il declino dell’autunno …

Boureux azzarda a dichiarare tutto questo la «saggezza delle piante» perché il giardinaggio è «l’arte di addomesticare il tempo acclimatando lo spazio».

Le piante ci insegnano che in natura esiste sì la legge del più forte (quando cooperano lo fanno solo per il proprio interesse …), ma anche la fragilità, la vulnerabilità e la sottomissione: oggi sappiamo ogni giorno di più che esse sono geneticamente modificabili, sfruttabili industrialmente, al nostro servizio. Eppure al pensiero di una pianta siamo soliti associare concetti quali bellezza, leggerezza, leggiadria, solidità, forza e vigore, generosità e abbondanza.

«Le piante sono le nostre compagne, raramente le nostre amanti, ma le nostre spose» conclude il domenicano, che aggiunge una massima da specialista: «mostrami il tuo giardino e ti dirò chi sei».

Perché il proprio spazio verde – non importa se ettari di campagna o un ristretto balconcino in città – racconta di noi: «il mio giardino è una parola che io rivolgo a me stesso e poi agli altri».

Così la Bibbia ci conduce in un giardino e la parola scambiata in questa sede è quella dell’uomo con se stesso e con Dio. La pianta non parla mai – la Bibbia non è mai alla stregua di costruzioni letterarie fantasiose – assiste muta ai colloqui accompagnandoli come può, sempre nel modo migliore, con i suoi profumi e i suoi colori.

Sempre è vivo il richiamo ad «altro»: Dio ha posto l’uomo in un giardino, non in una foresta vergine. Il giardino è già l’embrione di una città, uno spazio da abitare con se stesso e con altri: anche in Amazzonia gli abitanti delimitano i propri spazi, come ha fatto Robinson Crusoe sulla sua isola. In Gesù Cristo Dio ha indicato agli uomini la strada per ritrovare la felicità perduta con la cacciata di Adamo ed Eva e, il mattino di Pasqua è ancora in un giardino che Maria Maddalena lo incontra vivo, scambiandolo per un giardiniere …

E, a ben guardare, la Bibbia si apre con un giardino in Genesi e termina con una città nell’Apocalisse, ma la città perfetta, la Gerusalemme celeste, è imperniata su un albero magnifico che porta la vita in pienezza ad un’umanità divenuta cosmopolita, quasi come la Ginkgo biloba che rinverdisce Hiroshima quasi umanizzando la brutalità della storica violenza. «Le piante sono metafore per passare dalla vita perduta alla vita recuperata». A partire dalla ricerca delle piante della Bibbia risuona la domanda fondamentale (a specchio di Genesi 3,9) che è posta a ciascuno di noi, come a tutta la famiglia umana: «Dov’è l’uomo?».

Con questo spirito l’agrario-teologo Boureux dichiara esplicitamente la sua intenzione di non proporre una nuova opera di botanica per il semplice motivo che la Bibbia non scrive con mentalità scientifica, bensì simbolica (un botanico si domanderebbe quali sono le «erbe amare» o «l’erba del campo»), anche se il più delle volte è possibile individuare le piante. Anche perché, se è vero che la scienza distingue mentre il pensiero simbolico unisce, è altrettanto vero che solo con una discreta conoscenza scientifica si possono riconoscere le mille sfumature del testo, soprattutto se forti della lingua originale, e consapevoli del fatto che molte piante nuove sono state introdotte in Palestina dall’epoca biblica e non è certo possibile andare alla ricerca delle piante della Bibbia osservando la flora oggi presente in quei luoghi (come purtroppo fanno anche le guide dei pellegrinaggi). È celebre l’esempio del Gleditsia triacantos, una albero spinoso portato dai pellegrini americani nel XIX secolo che … non può certo essere stato quello della corona che i soldati posero sulla testa di Gesù nelle ore della Passione.

Le piante, insegna Boureux, appartengono ad una cultura che collega fra loro i significati: è la figura letteraria, come l’erba verde su cui Gesù fa sedere la folla prima della moltiplicazione di pani o l’evocazione cui rimanda la canna al vento.

Il testo presenta, con rara sensibilità e originalità, 50 piante anche attraverso le immagini delle riproduzioni delle incisioni tratte dal libro di Johann Jacob Scheuchzer – uno dei fondatori della paleontologia e della paleobotanica – «Physica sacra» pubblicato a Zurigo nel 1731.

E Boureux, che nel testo precedente aveva parlato della teologia della creazione, dono di Dio, un «mondo condiviso», fatto di relazioni, che l’uomo è chiamato a custodire e coltivare, con le sue mani e gli utensili a disposizione, conclude: «Le piante della Bibbia sono un invito al viaggio verso un giardino da cui siamo partiti, e che non si farà senza di noi. Dio ce ne ha affidato la responsabilità, ed è lì che ci attende», «perché la creazione, secondo Cristo, è sempre lo spazio dell’avvicinamento e dell’approssimarsi, lo spazio della sollecitudine e della cura».

Christophe Boureux, Le piante della Bibbia e la loro simbologia, Queriniana, Brescia 2017, pp. 184 € 16,50.

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